«Anche la loro fu Resistenza»

L'uomo che vuole rendere onore anche a tutti gli "altri" partigiani

L'uomo che vuole rendere onore anche a tutti gli "altri" partigiani
Pensare positivo 18 Settembre 2018 ore 09:15

«Mio suocero si chiamava Giuseppe Gelmi, classe 1907. Dopo l’8 settembre 1943 venne internato nel campo di lavoro Stammlager III A di Luckenwalde. Deportato in Germania come migliaia di altri militari e civili bergamaschi e italiani le cui storie sono state dimenticate. Ho pensato che non fosse giusto lasciarle cadere nell’oblio, senza neppure un grazie». È cominciata così l'avventura di Maurizio Monzio Compagnoni, trevigliese d’origine ma residente a Gazzaniga, che da quattro anni si è messo in testa di rintracciare i deportati bergamaschi nei campi di lavoro. Quando ha scoperto che dal 2006 l’Italia ha istituito la Medaglia d’Onore, onorificenza riconosciuta sia agli ex internati militari (Imi) sia ai civili, ha iniziato a setacciare l’archivio del suo Comune, rendendosi conto di quante persone, in quegli anni, avessero subito la stessa drammatica sorte. Solo a Gazzaniga i deportati erano stati più di cento.

 

 

Quindi cosa ha fatto?
«Ho preso contatto con l’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari (Anrp), che esiste come ente morale dal 1949 e poi dal 1962 come ente assistenziale, e da quel momento sono diventato referente per la Val Seriana e la Val Brembana».

A che scopo?
«Per consentire agli ex Imi e ai civili deportati ancora in vita di ottenere la Medaglia d’Onore, un riconoscimento che può essere richiesto anche dai familiari».

Quanti associati all’Anrp ci sono a Bergamo?
«Sono alcune decine, ma che operiamo a pieno titolo a nome dell’Anpr siamo in due, io e il mio caro amico Paolo Vavassori, presidente provinciale nonché consigliere nazionale. Con noi però collaborano diverse persone, alcune appartenenti alle amministrazioni comunali e agli uffici anagrafe il cui lavoro è indispensabile e preziosissimo. Soprattutto a loro va il nostro grazie».

Che risultati avete ottenuto finora?
«In tre anni un migliaio di richieste sono andate a buon fine».

E dove svolgete le ricerche?
«In gran parte all’Archivio di Stato di Bergamo, ma anche in archivi privati come quello dell’Ospedale Militare di Daste, l’ex Clementina, dove i deportati bergamaschi furono ricoverati al ritorno dalla prigionia».

Quanto è importante nel vostro lavoro la volontà di Comuni e parenti?
«È essenziale. In alcuni paesi, sensibili a questi temi, dopo una settimana avevo a disposizione ogni dettaglio sulla parentela di un ex deportato e ho potuto avviare la formazione presso la famiglia. Purtroppo non c’è dappertutto la medesima attenzione. Ci sono Comuni e famiglie poco interessate, tanto da interrompere le ricerche. A volte sono gli stessi ex deportati a rifiutare l’onorificenza, perché non vogliono ricordare quella parte dolorosa della loro vita».

Ci aiuta a ricordare come andarono le cose?
«L’8 settembre 1943, dopo l’armistizio di Cassibile, molti soldati italiani che avevano combattuto a fianco dei tedeschi furono catturati e costretti a scegliere: o combattere nell’esercito tedesco contro i propri fratelli, o essere spediti in campi di lavoro nei territori controllati dalla Germania. Alcuni di loro accettarono, temendo che i tedeschi potessero rivalersi sulle proprie famiglie, molti invece si rifiutarono, anche in virtù del giuramento fatto al re di servire unicamente la propria patria. A Innsbruck avvenne lo smistamento e per circa venti mesi, chi più chi meno a seconda di dove furono spediti, questi militari lavorarono come schiavi per i tedeschi. A loro, tra la primavera e l’estate del 1944, si aggiunsero i civili rastrellati nei nostri paesi dalle forze fasciste e tedesche».

Un periodo d’inferno.
«Non per tutti. Lo fu soprattutto per chi lavorava in miniera o nell’industria bellica. Altri invece non lavoravano sotto il controllo dei militari, ma della popolazione e in alcuni casi ricevettero aiuto».

In che senso?
«Le famiglie tedesche avevano mandato padri e figli in guerra e speravano che, aiutando quegli uomini, a loro volta qualcuno si prendesse cura dei loro cari. Ho letto molti diari in questi anni, alcuni racconti sono certamente cruenti e pieni di dolore e sofferenza. Altri invece raccontano di soldati italiani che si erano innamorati di una ragazza tedesca, appartenente alla famiglia per cui lavoravano, e di aver giurato di tornare alla fine della guerra per sposarla. E così avvenne».

 

 

In migliaia però morirono.
«Oltre cinquantamila per le malattie, i bombardamenti o i tentativi di fuga andati male. Erano schiavi, senza orario di lavoro e con scarso cibo. Quello che traspare dai documenti è però un grande senso di umanità. In primis, verso i propri compagni: chi riusciva a ottenere una giacca in più la regalava immediatamente al compagno che ne aveva bisogno. Poi il solido legame con la famiglia: tutti scrivevano a casa chiedendo ai parenti di inviare cibo e vestiti. Infine, la fede. Ogni quattro, cinque pagine viene citata la Madonna. I soldati domandavano alle proprie famiglie di recarsi nei santuari della Bergamasca a pregare per loro. Gli ex voto costituiscono parte della documentazione esposta nelle mostre organizzate con le amministrazioni comunali».

Tutto documentato e conservato...
«Se non ci fossero gli archivi cartacei, niente si sarebbe rinvenuto: lettere, diari, fotografie, registri, libretti di lavoro. Ma poi ci sono anche ex voto, oggetti appartenenti alle famiglie e le piastrine tedesche con il numero di serie che veniva affibbiato a ogni internato».

Il digitale può aiutare la fruizione?
«Certo. Ci stiamo prodigando per digitalizzare l’archivio dell’ex Clementina, una preziosa memoria. Io stesso provvedo a inviare a Roma i dati digitali relativi a ciascun militare o civile: entrano a far parte di un database che contiene tutte le informazioni relative alla loro storia. Ma tutto parte dalle carte rinvenute all’Archivio di Stato. Abbiamo ancora bisogno della carta».

Quanti militari deportati ci sono stati nella Bergamasca?
«La stima è di circa ventimila persone. In tutta Italia saranno tra i 650 e i 750 mila. Alcuni hanno già ricevuto riconoscimenti, come la Croce al Merito di Guerra per l’Internamento tra gli anni ’50 e ’60, o il Diploma Patrioti Volontari della Libertà negli anni ’70 e ’80, quando per la prima volta queste figure vennero riconosciute come dei patrioti, dei partigiani. Molti purtroppo non hanno mai saputo di questa possibilità. Il nostro obiettivo oggi non è solo conferire Medaglie d’Onore, ma soprattutto informare le famiglie dell’esistenza di questa possibilità».

Perché fa questo?
«Perché no? Queste persone con il loro rifiuto a combattere con i tedeschi hanno impedito che la guerra continuasse per altri lunghi mesi, con altri morti e altre città distrutte. Se il 25 aprile 1945 è avvenuto, lo dobbiamo anche a loro. Certo, la loro non è stata una resistenza attiva, partigiana. È stata una resistenza bianca, che va comunque riconosciuta e valorizzata. Banalmente, se mio suocero avesse continuato a combattere e la guerra fosse proseguita, mio padre sarebbe quasi certamente entrato in guerra e io forse non sarei mai venuto al mondo. Dobbiamo essere grati a queste persone per essersi opposti ed essersi addossati tutte le conseguenze del loro rifiuto. Fu un gesto eroico».