Il parto ai tempi del Covid

«Mamma Stefania diceva a Filippo: aspetta a nascere perché c’è un brutto virus»

«Mamma Stefania diceva a Filippo: aspetta a nascere perché c’è un brutto virus»
05 Giugno 2020 ore 23:23

di Heidi Busetti

«Ha presente quelli che dicono “Eh, vedrai che dopo non avrai più un momento per te e non vedrai nemmeno passare il tempo? Alla faccia! È per una giusta causa eh, ma che fatica! Certo, poi quando tuo figlio ti guarda con quegli occhioni lì, ti lasci andare e ti sciogli come un ghiacciolo… però che fatica…».

Simone Magli, verdellese, ha 30 anni ed è un neo papà a cui è toccata la sorte di diventare genitore in piena pandemia. Suo figlio, il piccolo Filippo, avuto dalla compagna ventottenne Stefania Gotti, è nato all’inizio di aprile, mentre il mondo assisteva a una catastrofe chiamata Covid. «È stato obbediente – racconta Simone, con voce commossa – perché la sua mamma gli diceva di tardare la nascita prevista per il 23 marzo. “C’è un virus molto pericoloso” gli sussurrava, “aspetta a uscire”. E così Filippo si è preso dieci giorni di tempo in più prima di venire al mondo!». Con tutte le attenzioni del caso.

«Ogni volta che Stefania doveva recarsi in ospedale per il monitoraggio, necessario al controllo dei battiti e del liquido amniotico, si presentava con mascherina, guanti e disinfettante. Doveva prestare attenzione a ogni singolo movimento per non venire a contatto con il virus. Io la accompagnavo fino all’entrata, poi l’aspettavo in auto per più di un’ora».

Arrivata nella sala monitoraggio, la mamma trova una situazione nuova, in linea con le restrizioni ministeriali: non più diverse mamme nella stessa camera, ma solo due, per mantenere il distanziamento. Ai papà viene richiesto, appunto, di attendere nella “street”, la corsia che collega le torri dell’ospedale, oppure nel parcheggio. «I medici erano completamente protetti e anche alle mamme, nell’ultimo periodo, hanno consegnato dei camici per una protezione integrale e fasce monouso», racconta Stefania.

Il primo aprile è tempo di una nuova visita: il sacco è rotto, inizia l’attesa per la nascita del bambino. «Ho avvisato Simone che mi avrebbero ricoverato, così mi ha raggiunto al Pronto Soccorso Ostetrico Ginecologico, dove siamo rimasti insieme, protetti da una tenda, in attesa del travaglio. Prima dell’accesso ci hanno misurato la temperatura e abbiamo dovuto rispondere alle domande relative al Covid. Questo per capire dove andare, se nella zona dedicata alle mamme che avevano contratto il virus o in quella per chi, come noi, non aveva sintomi. Una divisione che continuava in sala parto, con mille precauzioni». (…)

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