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Ai lavoratori shopping card e borse di studio

Il welfare pensato da Luxottica un modello aziendale che funziona

Il welfare pensato da Luxottica un modello aziendale che funziona
Pensare positivo 07 Ottobre 2014 ore 12:40

È da anni che l’Italia tenta, invano, di riformare il proprio mercato del lavoro, tutt’oggi saldamente ancorato su fondamenta economiche che, ahinoi, non esistono più. La crisi che attanaglia l’Occidente da oltre 6 anni non ha fatto altro che evidenziare ulteriormente la necessità di una secca sterzata verso l’innovazione, evidenza su cui si sono però incagliati, recentemente, ben 4 governi. Matteo Renzi, da quando è diventato primo ministro, ha deciso di affrontare dunque il problema a muso duro. Almeno verbalmente. Tra il dire e il fare, si sa, c’è di mezzo il mare. Un mare fatto di diritti acquisiti, di caste, di intoccabili e di sindacati. Proprio i sindacati, a parere del premier, rappresentano il principale ostacolo al cambiamento. Del resto, dire che Cgil, Cisl e Uil sono figli di un capitalismo passato e, soprattutto, fallito, non è blasfemia: gli iscritti sono per la maggior parte pensionati e dipendenti pubblici, lo dicono i fatti. Domenica 5 ottobre, sul Corriere della Sera, un sondaggio effettuato da Nando Pagnoncelli ha messo in luce che la base di consenso attorno ai sindacati è crollata, sia nei precari che nei lavoratori dipendenti. Su quali basi, allora, Cgil, Cisl e Uil continuano a ritenersi ambasciatori degli interessi generali dei lavoratori? La certezza è che Renzi, grazie a quel sondaggio, ha nel mazzo in gioco una carta in più a lui favorevole. Il prossimo passo, ora, dev’essere un ripensamento della contrattazione sindacale italiana. E, come spiega bene un articolo pubblicato su Linkiesta, è inutile cercare le risposte in modelli esteri, spesso vetusti, perché in Italia, precisamente in Luxottica, è già presente un modello che fa proprio al caso del mercato del lavoro nostrano.

Dal primo capitalismo al quarto capitalismo. Per capire al meglio il modello Luxottica, bisogna suddividere la storia dei sindacati italiani in diverse fasi del capitalismo: la prima fase è quella al meglio rappresentata dalla famiglia Agnelli e dalla loro Fiat (e oggi da Marchionne), ovvero con un padre padrone e una netta e precisa scala gerarchica, che ha dato vita a rapporti fortemente conflittuali con i sindacati; la seconda fase, o secondo capitalismo, è quella del capitalismo di Stato ed è quello che più ha nuociuto ai sindacati nostrani, perché ha dato vita a un sindacato clientelare, che ha usufruito di vantaggi e privilegi piovuti dall’alto; il terzo capitalismo, infine, è quello nato in opposizione al capitalismo di Stato e che ha portato all’eliminazione, nelle piccole realtà imprenditoriali (quelle escluse dall’articolo 18 per intenderci, la maggior parte di quelle italiane), delle grandi firme sindacali. Oggi, Luxottica, riprendendo idee nate nei tempi in cui l’Italia era ancora povera, sta aprendo le porte ad un quarto capitalismo, che può essere in grado di salvare la base manifatturiera del nostro Paese, quella che la crisi ha rigettato in una povertà che si credeva oramai superata.

Luxottica e il programma di welfare aziendale. Luxottica è da anni che cerca vie alternative alle famose “concertazioni” e alle “tavole rotonde” con i sindacati. E, dal 2009, l’azienda dell'imprenditore Leonardo Del Vecchio ha trovato un sistema di gestione sindacale che fa leva anche sull’attuale crisi economica e, soprattutto, sull’incapacità del governo italiano di dare risposte ai propri cittadini: la soluzione è stata trovata nel welfare. Spieghiamo meglio: ad inizio 2009, Luxottica promosse, in collaborazione con i sindacati interni, uno studio sui redditi e sul potere d’acquisto dei dipendenti e delle loro famiglie, individuando bisogni e possibili ambiti di intervento. Ad ottobre è poi iniziato un periodo di incontri, in cui l’azienda ha presentato le proprie necessità ai lavoratori, offrendo come contropartita una serie di servizi e supporti ai giovani e alle famiglie. L’accordo è stato raggiunto a dicembre, senza clamori, proteste, scioperi o spargimenti di sangue mediatico. È stato istituito un Comitato di Governance, un organo bilaterale (composto sia da rappresentanti dell’azienda che da rappresentanti sindacali) con il compito di studiare e proporre progetti di welfare aziendale, supportato dall’esperienza dei tecnici del centro Einaudi di Torino e della Statale di Milano, che hanno dato vita ai “Percorsi di secondo welfare” per ampliare il progetto a tutta Italia.

Tra shopping card e borse di studio. Detto con semplicità, Luxottica, con l’obiettivo di diminuire gli sprechi e risparmiare ottimizzando la propria attività, offre ai dipendenti della facilitazioni, remunerazioni non monetarie complementari a salari e premi di produzione. Si va dalle shopping card individuali per acquistare beni alimentari o di uso quotidiano ad un contributo per le spese sanitarie del lavoratore e dei suoi familiari, dal supporto alle spese dell’istruzione dei figli dei dipendenti alle borse di studio per gli studenti più meritevoli. L’accordo è strato esteso a tutti i 70 mila dipendenti del gruppo e nel 2013 è stato rinnovato con alcune migliorie, in particolare dedicate al mercato dei lavoratori più giovani, a cui si offrono sia corsi di inserimento aziendale che corsi di formazione professionale e manageriale. Un sistema che ha trovato, negli anni, sempre più consenso tra i dipendenti, che vedono così diminuire drasticamente le proprie spese annuali a fronte di una retribuzione stabile e, ad esempio, solamente qualche ora di lavoro in più al mese.

Il modello ricalca quelli già attuati in passato, ad esempio dalla prima Olivetti, in cui il datore di lavoro non è solo il padrone ma un padre consapevole delle necessità e dei bisogni dei propri dipendenti. Questo modello rappresenta, in tempo di crisi, una fortissima molla per la ripresa. Renzi ne tenga conto e oltre a cercare consiglio in Marchionne (figlio del primo capitalismo agnelliano), provi a chiedere consiglio anche a Del Vecchio. Qualche buona idea, a quanto pare, ce l’ha anche lui.