C'è bisogno di perdono

I nuovi missionari del Papa Stanziali e con un cuore grande

I nuovi missionari del Papa Stanziali e con un cuore grande
Pensare positivo 11 Febbraio 2016 ore 11:40

Tra le tante tipologie di missionari, il papa nei giorni scorsi ne ha coniata una nuova. Li ha chiamati Missionari della Misericordia. Il loro compito non è quello di andare lontano, anzi devono muoversi molto poco. Perché il loro “fronte” è il confessionale. Erano infatti oltre 700 i confessori arrivati da ogni angolo nel mondo e radunati lunedì nella Sala Regia in Vaticano. Non monsignori, non teologi, ma sacerdoti abituati a stare sul campo, a fronteggiare le realtà più dure e spigolose. Molti con zaini sulle spalle, tanti pantaloni sgualciti, tanti sandali. Insomma quella chiesa da campo che piace a Bergoglio. E davanti a loro il papa ha ribadito un’altra volta quello che è uno dei punti chiave di questo Anno Santo: la confessione. Ma com’è sua abitudine ha ribaltato i termini. E invece che richiamare o incoraggiare i fedeli, è partito dai confessori. Perché per lui la confessione è l’opposto di quello che viene percepita e che tanta predicazione ha fatto pensare fosse: non è una sorta di sbarramento all’accesso a pieno titolo come credenti in chiesa, ma è la porta di accesso principale. Per il papa la confessione non è un piccolo tribunale, clemente o meno, dove da una parte c’è un imputato e dall’altro un giudice. È un invece un luogo dove da una parte e dall’altra ci sono due persone nelle stesse condizioni di peccatori, perché anche il buon confessore deve concepirsi come tale. Solo che uno dei due è anche un “canale”: il “canale” della Misericordia di Dio.

 

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L’uomo di oggi, dice Francesco, ha una straordinaria domanda di confessione. È un uomo ferito, che non sa come curare le proprie ferite e inizia anche a pensare che quelle ferite non possano essere curate. Il confessionale è il luogo giusto per intercettare e accogliere quella domanda. Per questo è fondamentale l’atteggiamento di chi sta dall’altra parte della grata. Se il sacerdote diventa un dispensatore di buone regole, se si preoccupa innanzitutto di mettere paletti “morali” alla vita delle persone che vengono al confessionale, rischia di chiudere quel “canale” per cui invece è stato chiamato. Per Bergoglio la confessione invece è innanzitutto un abbraccio. E i gesti per lui contano per lo meno quanto le parole. Se un fedele si avvicina al confessionale, già ha lanciato la sua domanda di Misericordia. E quindi il confessore deve tenerne conto.

 

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C’è poi il tema della severità. Francesco, nel libro intervista ad Andrea Tornielli appena uscito, più volte ha fatto riferimento a una grande figura di confessore, quella di padre Leopoldo Mandic, le cui spoglie sono arrivate settimana scorsa a San Pietro insieme a quelle di Padre Pio. Padre Leopoldo era famoso per essere “largo”, cioè per la generosità con cui concedeva l’assoluzione. Per Francesco lui è il modello. Perché padre Leopoldo metteva in primo piano la domanda di perdono espressa dalle persone. Quella domanda era per lui come una richiesta di ristabilire un’amicizia con il Signore, e lui quindi si faceva umile tramite. Non c’entra una visione più o meno lassista. C’entra la convinzione che il mondo abbia un immenso bisogno di perdono. E che come aveva detto quella nonnina a Buenos Aires all’allora vescovo della città, «se il Signore non perdonasse, il mondo non durerebbe un minuto».

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