Alà, cór!

«Per “colpa” di un bacio non ho fatto il mio record nella maratona»

Storia di una maratona di Milano che trasmette un messaggio di speranza: non si corre per un record, ma per arrivare felici alla fine

«Per “colpa” di un bacio non ho fatto il mio record nella maratona»
31 Gennaio 2020 ore 10:15

di Marco Oldrati

Che cos’è più importante di un record?

È una domenica di fine marzo, mi sono allenato anche abbastanza bene, ma le ambizioni stavolta sono alte. La maratona di Milano è perfetta per abbassare un primato personale, è praticamente piatta e il massimo dislivello sono un cavalcavia alla collinetta di San Siro e la “salita” (…) da Piazza della Repubblica ai Bastioni di Porta Venezia.

Mi sono allenato con quelli forti, ero sempre l’ultimo, ma stavolta mi sono allenato bene. Ho fatto anche il cosiddetto “lunghissimo” due settimane fa, in perfetta solitudine, 35 km da casa a Cene e ritorno, una fatica bestia e anche vento contro, che uno pensa sia irrilevante quando si corre, ma provateci voi con 25 km già nelle gambe a sentire delle folate in faccia.

La partenza è una specie di incubo: ci aggiriamo nella zona dell’ingresso della Fiera a Rho come zombie in cerca di un riparo dal vento e fa anche freddo, abbiamo consegnato gli indumenti nei container che li porteranno all’arrivo e adesso ci scaldiamo nella hall dell’NH Hotel con altri tesi e infreddoliti come noi.

Finalmente si parte e io che ho acquistato un rilevatore di distanze con il sistema Gps comincio a rovinarmi la vita: media, ultimo km, etc. E poi la seconda tortura: tutti i compagni di allenamento sono avanti, tranquillamente sotto le 3h e 15 minuti loro, io vorrei avvicinarmi alle 3h e 30’, ma … vedremo.

Le cose vanno abbastanza bene, quantomeno dal punto di vista fisico: non sto forzando (o almeno mi sembra) e non sto andando piano, ma non mi sto divertendo troppo: Milano non è una città che ama la maratona, siamo entrati in città da Via Novara e abbiamo attraversato la zona dello stadio, il deserto del Sahara. Io che ho fatto cinque volte la maratona a Venezia, dove sulla riviera del Brenta hai bande, majorettes, complessi musicali, ville palladiane, quando ho visto la montagnetta mi sono intristito parecchio, San Siro non ha niente a che vedere con San Vigilio. Correre a Bergamo è un’altra cosa, e per di più, in centro, clacson agli incroci e insulti dagli automobilisti… Ma il bello deve ancora venire!

Eh, sì perché al 26° chilometro il serbatoio è di colpo vuoto e io che non avevo visto la spia della riserva comincio ad alternare momenti di crampi a tentativi di corricchiare con andature che fanno sembrare elegante un tacchino all’ingrasso. Sono un po’ arrabbiato con me stesso per non aver dosato le forze e poi mi domando se al traguardo non si stancheranno di aspettarmi i soci veloci, quelli sono già arrivati o sono in dirittura d’arrivo. Mah, non butta bene. Ma c’è anche un po’ di orgoglio, al traguardo non posso non arrivare, c’è persino mia moglie che mi aspetta.

Dal km 26 al km 42 è lunghetta… vedo il primato personale allontanarsi come una bella ragazza che avrei potuto corteggiare, ma se n’è andata con un altro, o meglio con tutti quegli altri che mi superano con uno sguardo di condivisione (nessuno sfotte, è vietato dal codice etico, chi ci provasse prenderebbe delle sberle e non da me, ma dagli altri corridori). E allora mi avvicino al traguardo, spaesato dal mio orologio contachilometri che dice che di strada ne ho già fatta più del dovuto, ma mancano ancora cinquecento metri e non so più se sono nelle condizioni di fare il record o no.

Fatto sta che mi fermo: c’è mia moglie che aspetta il nostro bambino, ha già un po’ di pancia anche se sono solo tre mesi e quando sento il suo grido mi giro, torno indietro e mi fermo a baciarla e a salutare mio padre e mia madre. Poi riprendo a correre e arrivo in vista del display …

Sei anni fa a Venezia avevo fatto 3h 46’ 50” e quando passo sotto lo striscione l’orologio segna 3 ore e 49 minuti, ma poi stampano i fogli degli ultimi arrivati con il real time, dal passaggio sotto lo striscione di partenza a quello sotto lo striscione d’arrivo e zoppicando per i crampi vado a vedere: Oldrati Marco, 3h 47’ 54”. I miei compagni di allenamento mi dicono: «Se invece di fermarti a salutare tua moglie avessi continuato a correre e avessi dato tutto avresti battuto il personale!», e io dentro di me penso che non ce n’era bisogno, mi sono divertito comunque e non avrei rinunciato a quel saluto e a quel bacio per nulla al mondo. Non si corre per un record, si corre per arrivare alla fine sorridenti. E quel bambino ancora nella pancia della mamma mi ha fatto sorridere più di un primato.

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