Due capolavori, spiegati

Perché Alice guarda i gatti?

Perché Alice guarda i gatti?
18 Aprile 2015 ore 12:42

Gli anni Settanta, sfaccettati e caleidoscopici come pochi altri, si potrebbero riassumere, impudicamente ma con quel pizzico di vergogna che salva dalle sciocchezze, come il trionfo della collettività e dell’apertura. Il mondo, dopo essere stato di mille e poi di due sole nazioni, Usa e Unione Sovietica, scopriva le proprie peculiarità, si accorgeva di essere un profondo intrico di cose, persone, idee e tendenze tutte diverse, specifiche e impensate. Chiunque aveva la facoltà di dar seguito al bisogno di voler e finalmente poter essere ciò che era, e forse per la prima volta dall’inizio della storia aveva la libertà di poter dire e vivere la propria unicità di fronte a tutti. Non più solo ammirandola nella semioscurità della teca della propria mente o, per i più fortunati, del proprio ambiente famigliare, ma urlarla, scagliarla in faccia a tutti, che poi se risultasse un pugno o una carezza erano affari squisitamente di chi se li pigliava.

Era l’eredità di Woodstock, della televisione planetaria e della federazione mondiale di Bertrand Russell. E allora ecco che cadono Francisco Franco e Marcelo Caetano, che i Rolling Stones fanno la linguaccia al mondo perché è un posto in cui “can’t get no satisfaction”, che in Europa per la prima volta una donna, Margaret Thatcher, governa un Paese, che spopolano le discoteche perché è più bello ballare in massa piuttosto che in pochi, che in tv nascono le sit-com famigliari, giacché occorre capire che persino la vita privata deve essere chiara e trasparente agli occhi di tutti.

L’Italia, naturalmente, non si tirò indietro. Il Pci, con Enrico Berlinguer, uscì dal recinto del blocco sovietico per guardare in faccia l’Europa tutta, perché era arrivato il momento in cui si poteva essere comunisti non più solo in casa propria, ma anche sotto gli occhi di tutti. Il divorzio divenne non solo volontà privata ma addirittura legge, perché persino lo Stato doveva sapere che due persone possono essere libere di lasciarsi definitivamente quando pare a loro. In televisione debutta Fantozzi, senza la minima remora di mostrare come può essere la vita di un italiano appartenente ad una middle class avara di soddisfazioni. E via dicendo. Il mondo, insomma, assisteva alla travolgente vittoria della collettività specificata sul collettivismo omologante.

Ma fra tutti, c’erano due tipi un po’ strani che procedevano in direzione contraria; anzi, “ostinata e contraria”. Due che in questa epocale trasformazione vedevano un appiattimento e non un’esaltazione del singolo, un fiume in piena che annegava tutti eccetto quei pochi muniti di zattera, in un sistema che dimenticava, come se non esistessero, coloro che non solo la zattera non l’avevano, ma che nemmeno sapevano nuotare. Due ragazzi, due cantautori, due geni: Fabrizio De Andrè e Francesco De Gregori. Questi tipi tutti strambi e imprevedibili invece che andare in piazza, in tv o chissà dove a dire che finalmente il mondo era cambiato, preferivano stare il più lontano possibile dalla piazza, dalla tv o da chissà dove, perché che finalmente il mondo fosse cambiato non la trovavano una cosa poi così bella. Per il modo in cui era cambiato, più che altro. Ed esprimevano questo disagio con quello che meglio sapevano fare: componendo canzoni.

Era il 1973, e un ancora non troppo conosciuto De Gregori lanciava nelle fosse da combattimento Alice, dove i leoni della critica ne fecero un solo boccone senza nemmeno degnarsi di mettere il tovagliolo: troppo ermetica, timida, passava ed era difficile persino notarla. Ma di frequente il successo ha un misterioso effetto retroattivo, così quando due anni dopo, nel 1975, uscì Rimmel, a tutti venne in mente che De Gregori qualcosa di straordinario l’aveva già fatto qualche tempo prima, e Alice divenne ciò che nemmeno ora, dopo 40 anni, ha cessato di essere: un capolavoro. Non che la sostanza fosse cambiata, sia chiaro: la canzone era di difficile comprensione nel ’73, e nel ’75 lo era ancora alla stessa maniera. Fra i tanti, uno che si interrogava in continuazione su perché diamine “Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole…” era Cristiano De Andrè, il primogenito di Fabrizio. All’epoca, nel 1975, era tredicenne, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che già in tenera età il figlio di Fabrizio De Andrè si lasciasse colpire così dalle cose: la genetica, d’altra parte, non mente mai.

Arrivò l’estate, e Cristiano raggiunse il padre in vacanza in Sardegna, nella splendida tenuta di famiglia nel mezzo della Gallura. Come entrò in casa, si trovò davanti l’ultima e più insperata persona che avesse mai potuto immaginarsi: Francesco De Gregori. Nei mesi precedenti, infatti, era nata uno stretto e prodigiosamente fruttuoso sodalizio fra De Andrè e De Gregori, tanto che decisero di passare l’estate insieme per collaborare e aiutarsi vicendevolmente nei reciproci progetti (Volume VIII per Fabrizio, Bufalo Bill per Francesco).

Cristiano non intendeva lasciarsi sfuggire l’occasione, e quasi ancor prima di presentarsi, fece a De Gregori la domanda che lo assillava ormai da troppo tempo: «Signor De Gregori, ma perché Alice guarda i gatti?». Il cantautore romano fissò il ragazzino, sorrise, e si rimise a suonare la chitarra che aveva in mano, come se nulla fosse successo. Cristiano, però, non si diede per vinto, e tormentò De Gregori per tutta la vacanza, finché quest’ultimo un giorno, finalmente, gli disse: «Cristiano, io e tuo padre abbiamo la risposta alla tua domanda». L’emozione che il ragazzo provò in quel momento probabilmente può essere eguagliata solo dalla delusione per la risposta: De Andrè e De Gregori cantarono infatti Oceano, che sarebbe poi entrata nell’album Volume VIII del primo, e dissero a Cristiano che la soluzione alla sua domanda era contenuta tutta in quest’altra canzone. Come fosse un enigma il cui dipanamento è una nuova sciarada: perché Oceano è forse ancor più incomprensibile di Alice. Occorre ascoltarle, studiarle attentamente per cogliere la genialità di questo legame e di questo straordinario gioco di botta e risposta fra due dei più grandi cantautori della nostra storia musicale.

 

 

Cominciando da Alice, è lo stesso De Gregori che si lascia sfuggire in un’intervista un interessante elemento: la ragazzina della canzone è un chiaro riferimento all’Alice di Lewis Carroll, quella del Paese delle Meraviglie, una bambina ingenua, ai limiti dell’illusione, estranea alle questione del mondo perché concentrata sulla realtà che più vorrebbe. L’Alice de gregoriana se ne sta lì, su un marciapiede, a guardare dei gatti che a loro volta guardano il sole. Intorno a lei, nel frattempo, accade di tutto: una donna, Irene, tranquilla che però si accende una sigaretta dietro l’altra; Lillì Marlen (simbolo dell’amore senza tempo e senza spazio, resa celebre da una canzone di Marlene Dietrich), “bella più che mai”, che però non vuol rivelare la sua età; Cesare (il riferimento è a Pavese, come avrebbe confessato successivamente De Gregori), che attende sotto la pioggia una ballerina di cui è innamorato: sembra una bellissima storia, ma dal tragico epilogo, poiché quella donna Pavese non riuscì mai ad averla, e quella sera si prese pure una bella polmonite. E, in costante ritorno, un matrimonio in cui lo sposo sembra non volerci più stare: tutti pensano sia impazzito o ubriaco, ma la realtà è che la moglie è già incinta, e non di lui. Ma tutto queste cose, Alice non le sa. Lei, contestualmente, non ha fatto altro che continuare a guardare i gatti che a loro volta non hanno mai smesso di guardare il sole, che all’inizio si limitava a girare senza fretta, per poi avvicinarsi sempre più e fare propri i gatti, chiudendo facendo l’amore con la luna.

Ora, è chiaro come la domanda di Cristiano De Andrè fosse più che legittima. Per rispondere, dunque, Oceano. La canzone si svolge su due piani differenti: uno di dialogo fra due soggetti, e un altro di piccola descrizione di un bambino. Vale la pena riportare il breve testo.

Quanti cavalli hai tu seduto alla porta
tu che sfiori il cielo col tuo dito più corto
la notte non ha bisogno
la notte fa benissimo a meno del tuo concerto
ti offenderesti se qualcuno ti chiamasse un tentativo?

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
ed un oceano verde dietro le spalle
disse “Vorrei sapere, quanto è grande il verde
come è bello il mare, quanto dura una stanza
è troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male”.

Prova a lasciare le campane al loro cerchio di rondini
e non ficcare il naso negli affari miei
e non venirmi a dire “Preferisco un poeta,
preferisco un poeta ad un poeta sconfitto”
Ma se ci tieni tanto, puoi baciarmi ogni volta che vuoi.

C’è un personaggio che chiede sfacciatamente quanti cavalli abbia l’altro, come a dire: «Tu quanto vali? Sei tanto felice che il cielo lo tocchi con il dito più corto; eppure nessuno ha bisogno di te, sei come un tentativo». Un soggetto, insomma, che ragione secondo canoni quasi efficientistici, sei quello che hai e quello che puoi fare. E poi arriva il bambino, che vorrebbe sapere tante cose, ma non riesce nemmeno ad accorgersi di quanto è grande il verde da cui lui stesso viene, perché ha guardato troppo il sole, che gli ha fatto male e lo ha accecato. Infine il ritorno sui due personaggi iniziali, questa volta con la risposta del secondo: «Le campane non star nemmeno a guardarle, perché dovresti sollevare lo sguardo e rischiare di farti accecare dal sole, proprio come già è accaduto, a te e al bambino; tanto da non capire nemmeno che il valore di un poeta è in sé, non nel fatto che abbia avuto successo o meno. Ciò detto, fai quel che vuoi, sei libero di accogliere il consiglio o meno».

Perché allora Alice guardava i gatti? Perché le cose occorre guardarle direttamente per comprenderle, non sotto la falsa lente del comune pensare e sentire le cose (il sole). Ne sono un esempio tutti gli equivoci di cui Alice è circondata (Irene che sembra tranquilla ma che in realtà fuma molte sigarette, come chi è in preda all’ansia; Lillì Marlene la cui bellezza è ormai solo un nome, perché in realtà è ormai vecchia; la bella storia d’amore di Pavese che in realtà fu un dramma; lo sposo ritenuto pazzo o ubriaco che in realtà è l’unico a sapere che la sposa è incinta di un altro), che lei non conosce, in cui lei non casca, perché non guarda il sole.

La mentalità comune, le mode, le apparenze, quel sole insomma, nasconde, obnubila la verità delle cose. I gatti, rappresentazione di tutta quella realtà circostante, finiscono con il morirci, per poi scoprire l’inganno, il sole che fa l’amore con la luna, ovvero una finta luce che in realtà è buio e cecità. È il bambino di De Andrè, così come il dialogo fra i due personaggi, a chiarire tutto questo: il sole ha fatto male al bambino, non gli fa nemmeno accorgere di quanto sia grande il verde che ha alle spalle; quel sole che rende cieco il primo soggetto, lo omologa al comune metro di giudizio delle cose, ovvero che un uomo ha valore solo nella misura in cui ha tanti cavalli, non per se stesso in quanto tale.

Alice che appare ingenua, illusa perché non sa nulla di quello che ha intorno; Alice che si salva, perché non cade nel tranello, perché guarda i gatti e non il sole. Alice che non ci sta alla presunta rivoluzione degli anni Settanta, all’apparente libertà di essere e di esprimersi, a questa finta omnicomprensività che in realtà è come un sole che rende ciechi a chi ha pochi cavalli, a chi non è stato un poeta di successo, a chi insomma nemmeno sa nuotare. Alice che incarna il pensiero e la protesta di Francesco De Gregori e Fabrizio De Andrè.

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