C'entrano Romolo, Numa Pompilio e Cesare

Perché febbraio ha 28 giorni

Perché febbraio ha 28 giorni
26 Febbraio 2015 ore 09:00

Siamo oramai alla fine di febbraio e, come ogni anno, la conclusione di questo mese porta con sé una domanda tanto banale quanto complicata: ma perché febbraio è l’unico mese dell’anno di 28 giorni (più uno ogni 4 anni)? È uno di quei dilemmi forse un po’ infantili, ma al quale, detto sinceramente, non ci siamo mai dati una vera risposta, forse imbarazzati dal notare che non si tratta proprio di un dilemma esistenziale. Ma siccome anche la domanda più banale può nascondere dietro di sé storie profonde e curiose, abbiamo deciso di indagare un po’. E abbiamo scoperto perché febbraio ha solo 28 giorni.   1618606_747191608632971_1982001304_n   Da Romolo… Per scoprire la verità dietro a questa pazzia del calendario, dobbiamo risalire la storia della nostra cultura sin dai suoi albori, ovvero giungendo alla nascita dell’Antica Roma. Romolo, primo (vero o leggendario è ancora tutto da capire) Re di Roma, si trovò a fronteggiare un gran bel problema intorno al 750 a.c.: la futura capitale d’Italia, infatti, era una città molto viva e festosa, ricca di eventi, feste, cerimonie militari e celebrazioni religiose. C’era l’assoluta necessità di creare un calendario che permettesse di organizzare al meglio tutte queste ricorrenze. Sulla base di quanto accadeva in quell’epoca in molte diverse (e lontane) culture, anche Roma decise di elaborare un calendario lunare. Nacque così il primo calendario: 10 mesi, in cui un mese aveva 30 giorni e quello successivo 31. Paragonato al nostro attuale, il loro iniziava con marzo e si concludeva a dicembre. C’era però un problema: questa rappresentazione dell’anno contava troppi pochi giorni per rendere possibili le 4 stagioni, di cui già allora la popolazione era a conoscenza. Ma, a dire il vero, i romani erano già abbastanza preoccupati a non morire durante i rigidi inverni per preoccuparsi anche dell’assenza di quei 61,25 giorni all’anno. Semplicemente, per loro, il nuovo anno prendeva il via con la nuova luna prima dell’equinozio di primavera. Non era un ragionamento sbagliato (soprattutto se si tiene conto dell’epoca in cui fu pensato e preso in considerazione), ma il problema di quel buco di giorni restava.

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… a Numa Pompilio. Il successore di Romolo, cioè Numa Pompilio, decise di occuparsi della questione. Secondo una credenza popolare, i numeri pari portavano sfortuna, così Numa iniziò a togliere un giorno a tutti i mesi pari: quelli che prima avevano 30 giorni, diventarono di 29 giorni. Decise inoltre che il calendario avrebbe dovuto coprire tutti e 12 i cicli lunari. Così facendo però i giorni di un anno sarebbero stati 354: numero pari, non andava bene. Numa, dall’alto del suo potere, decise di arrotondare per eccesso, arrivando a 355 giorni. Avendo però tolto giorni dal calendario lunare fino ad allora seguito e volendo raggiungere i 355 giorni di durata dell’anno, che fare dei 57 giorni che “avanzavano”? Numa optò per dividere questi giorni in più in due nuovi mesi, da aggiungere alla fine del calendario: gennaio, di 29 giorni, e febbraio, di 28. È vero, 28 è un numero pari, ma il nome che venne dato a quell’ultimo mese dell’anno deriva dal verbo “februare”, cioè purificare: quel mese era dedicato alla purificazione spirituale delle anime dei romani, un obiettivo così nobile che era in grado anche di battere la malasorte dei numeri pari.

La confusione di Numa. Per quanto Roma fosse potente, non era comunque in grado di cambiare le regole dell’Universo, già allora valide. Nessuno di questi calendari, infatti, per quanto geniali, si avvicinavano realmente al tempo necessario alla Terra per compiere un’orbita attorno al Sole. Dopo pochi anni le stagioni naturali non rispettavano più, logicamente, quelle invece previste dal calendario e la gente iniziò a capirci poco. Nello specifico, con il calendario di Numa, rimanevano fuori dai “conti” molti giorni. Che fare? Semplice: per il secondo Re di Roma bastava aggiungere, un anno sì e uno no, un nuovo mese, di 27 giorni, e che prendeva il via dopo il 23 o il 24 febbraio. In questo modo (assai strano) si pensava di aver risolto il problema. Invece, facendo due conti, ogni quattro anni ci si trovava con un anno di durata media 366,25 giorni. Troppo! Ma restiamo sulla linea di pensiero di Numa: paradossalmente il sistema poteva anche funzionare visto che ogni 19 anni, il calendario lunare da lui ideato andava a combaciare perfettamente con quello solare che usiamo noi oggi, se solo fosse stato usato anche allora. La soluzione del “mese aggiunto” poteva anche resistere quindi. Il problema è che, purtroppo, questo mese non veniva sempre aggiunto con cadenza regolare: spesso i politici sfruttavano i giorni “in esubero” per allungare i propri mandati, oppure li dimenticavano per avvicinare la decaduta dell’incarico di un avversario. Senza contare le guerre, che portavano i romani a preoccuparsi di ben altro piuttosto che del calendario. Insomma, il calendario di Numa era tutto fuorché perfetto.

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Ci pensa Giulio Cesare. L’opera voluta da Numa, comunque, durò a lungo. All’epoca, alla fin dei conti, si viveva alla giornata e poco importava che mese o giorno fosse. Si dovette attendere fino al 46 a.c. prima che qualcuno decidesse di rimettere mano alla questione. E quel qualcuno fu niente di meno che Giulio Cesare. Cesare aveva passato molto tempo in Egitto, dove aveva imparato a misurarsi con il calendario solare ideato dall’alessandrino Sossigene, basato su 365 giorni l’anno e praticamente perfetto nel suo funzionamento. Decise così di promuovere la riforma del calendario: quello lunare venne accantonato, sostituito da quello solare di origine egiziana. Gennaio e febbraio, che erano gli ultimi due mesi dell’anno, vennero posizionati come primo e secondo mese dell’anno e 10 giorni vennero aggiunti a diversi mesi per raggiungere i 365 giorni all’anno previsti. Perfetto. Ma Cesare fece di più: stando alle conoscenze astronomiche di allora, si sapeva che l’anno solare durava, per la precisione, un po’ più di 365 giorni. Così, ogni 4 anni, Cesare decise di aggiungere un ulteriore giorno all’anno, per fare quadrare i conti. E decise di inserirlo proprio a febbraio, mese che era rimasto di 28 giorni poiché purificatorio e intoccabile. Lo aggiunse, per la precisione, tra il 23 e il 24 febbraio. Semplicemente, ogni 4 anni, il 23 febbraio durava 48 ore invece delle canoniche 24. Si faceva il “bis”: nacque così quello che oggi chiamiamo “anno bisestile”. Il termine bisestile deriva infatti dal fatto che il 24 febbraio era la dies sexta ante calendas martias (il sesto giorno prima delle calende di marzo) da ciò derivò il termine “bis-sextus”, cioè il bis del sesto giorno prima delle calende di marzo. Ma questa, forse, è un’altra storia.

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