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Non una riforma, ma un po' d'ordine

Il piano Renzi sulla scuola capitolo per capitolo

Il piano Renzi sulla scuola capitolo per capitolo
Pensare positivo 04 Settembre 2014 ore 11:08

Stai a vedere che questa volta ce la facciamo. Renzi è stato pragmatico: non ha pensato di poter riformare la scuola, ha solo cercato un modo (sano) di mettere un po’ d’ordine. Come si fa quando si imballa il computer, che bisogna cliccare “Reset”. E aspettare che il sistema si riprenda. Per il momento ha anche mutato linguaggio e stile editoriale (vedi sopra). È più di quanto non sembri.

1. Che cosa ha imballato per anni la scuola? La questione dei precari cronici e dei supplenti. Cosa ha pensato Renzi? di “azzerare” – come ha detto lui (resettare, abbiamo detto noi) – le Graduatorie A Esaurimento (Gae). Bene così.

Ma cosa accadrà di questi – chiamiamoli così – precari di ruolo? Entreranno a far parte di un organico aggiuntivo, una specie di esercito di riservisti, un nucleo stabile di docenti a disposizione delle scuole per supplenze, progetti di recupero, potenziamento delle eccellenze, lezioni integrative. Ogni scuola disporrà di un suo organico aggiuntivo, in modo che i ragazzi imparino a conoscerne i docenti, si interfaccino con loro, fino a considerarli una risorsa e non dei derelitti intenti solo a tappare buchi.

L’idea della riserva armata consente di ipotizzare che entro il settembre del prossimo anno saranno 100mila/150mila i nuovi docenti assunti a tempo indeterminato, tratti dalle graduatorie dei precari o dai vincitori di concorso. Siccome però questo numero non è sufficiente, è previsto un nuovo concorso per 40mila abilitati che saranno assunti tra il 2016 e il 2019. Andranno a coprire le cattedre di coloro che nel frattempo saranno andati in pensione. E dato che i gli abilitati attualmente esclusi dalle liste provinciali sono 200mila, vuol dire che ne sarà assunto 1 su 5. Una selezione nemmeno tanto feroce. Saranno nel frattempo mantenute le graduatorie di istituto, ma solo per gli abilitati.

Costo dell’operazione – per i soli assunti entro il 2015 – 3miliardi circa. Speriamo che li trovino. Ad ogni modo l’idea è giusta.

2. Come dovranno essere i nuovi insegnanti? Innanzitutto giovani. E non è poco, perché il nostro è il corpo docente più anziano d’Europa. Poi dovranno essere molto determinati, perché nella scuola si entrerà con 3 anni di formazione disciplinare (bisognerà dimostrare di conoscere le varie materie, in altre parole), più 2 di specializzazione didattica (le materie non basta conoscerle, bisogna anche saperle insegnare), più un semestre di tirocinio in una scuola, sotto la guida di un docente esperto. E così, se tutto fila liscio, si acquisisce l’abilitazione all’insegnamento. Per entrare effettivamente nel quale, però, bisognerà superare il concorso. Quello dei 40mila detto sopra sarà il primo. Dopo di che nella scuola si entrerà solo superando questo percorso di guerra.

Il premier ha tenuto anche a precisare che si può essere riprovati solo una volta. Alla seconda, giustamente, uno deve pensare che forse gli conviene cambiar mestiere. E dato che il candidato avrà – a quel punto – un’età da primo bilancio della vita, chi si mette in pista deve sapere che gli conviene partire da subito col piede giusto.

3. E che succede una volta entrati in servizio? Renzi è abbastanza giovane da sapere che oggi in nessuna professione si può fare a meno di tenersi a passo coi tempi. E come sanno i bene informati, restare al passo è già essere un po’ indietro. E dunque i docenti dovranno provvedere alla propria formazione continua, sapendo che la scuola – l’istituzione da cui dipendono – è tenuta a fornire le condizioni e i contenuti perché essa possa effettivamente aver luogo e dare i suoi frutti. Gli anni in cui troppo spesso i ragazzi sono stati “più avanti” dei loro docenti quanto a modi di pensare la futura professione, di organizzarsi, o rispetto alla capacità di usare la tecnologia dovrebbero essere al tramonto.

Gli insegnanti che saranno più “svegli” in questa direzione (e che sapranno mobilitare colleghi e studenti a seguirli) saranno premiati con scatti di stipendio. E anche questa ci pare una buona idea, perché saranno aboliti gli scatti automatici per anzianità e i premiati saranno i due terzi del corpo docente e non di più. Questo significa che non sarà sufficiente soltanto far vedere che ci si impegna: bisognerà anche ottenere risultati migliori rispetto ad altri. La quota di due terzi è fra l’altro abbastanza larga. Del restante terzo faranno pertanto parte quelli che fanno scuola principalmente per disporre di una rendita piccola ma fissa, collaterale alla “vera”. Ed è giusto che prendano meno degli altri.

Nell’ambito di queste attività di formazione continua ha fatto capolino la figura del docente “mentore”, ossia “punto di riferimento e guida” per colleghi.

Quanto prenderanno tutti questi docenti impegnati e come funzioneranno gli scatti non è dato saperlo, al momento. Bisognerà parlarne coi sindacati prima di decidere.

4. La valutazione delle scuole. E qui non si scappa. Per procedere a quanto sopra è infatti ovvio che si debba conoscere in dettaglio la situazione non soltanto amministrativa dei singoli istituti. C’è già uno strumento a disposizione (la piattaforma Scuola in chiaro 2.0) che dovrà funzionare in maniera più efficiente che nel passato per fornire gli elementi e le indicazioni per impostare i piani di miglioramento previsti dal sistema di valutazione. I docenti contrari a questa impostazione bisognerà che se ne facciano una ragione. La scuola renziana è una scuola postmoderna, cioè di dati, punteggi, classifiche. Anche i ragazzi e le famiglie dovranno abituarsi a questo modo di pensare, inventandosi uno stile per conviverci senza soccombere.

E tanto per cominciare un frutto bello questo modo di pensare lo ha già prodotto: l’istituzione del Registro nazionale dei docenti della scuola. Se funzionerà vorrà dire che le cose stanno davvero cambiando. Contenendo le caratteristiche di ogni docente il Registro permetterà infatti ai dirigenti scolastici impegnati in un piano organico di miglioramento del proprio istituto di chiamare direttamente quello o quei docenti che meglio corrispondano al progetto. Un’idea – questa – che fino a ieri sarebbe stata considerate fumo del demonio. E che invece si sposa perfettamente con l’altra, ossia col rinnovamento della figura del dirigente scolastico, chiamato a diventare un piccolo imprenditore educational: il preside che si preoccupasse soltanto del disbrigo degli affari correnti è destinato a scomparire (già ne sono rimasti pochi in questi anni, fortunatamente).

5. Che ne facciamo dei ragazzi in difficoltà? Anche in questo campo la proposta renziana sembra aver colto nel segno. Diciamolo subito: nella scuola il numero dei disabili certificati, tra gravi e meno gravi, continua a salire. È come per gli anziani: migliore è la qualità della vita, più vecchi ci sono in giro. Migliore la società, più disabili vanno a scuola. Più sofisticata, più complessa è l’attività sociale, più numerosi sono i ragazzi con Bisogni Educativi Speciali. Bisogna dunque passare dall’idea che i ragazzi siano in genere “normali” – e che solo alcuni di loro soffrano di qualche disturbo – alla convinzione che anche coloro che soffrono di disturbi fanno parte della normalità della vita in qualità di persone “speciali”. In questo senso la proposta di riqualificare la figura dell’insegnante “di sostegno” in senso culturale e sociale è una novità rilevante. Chi ha avuto a che fare col problema sa quanto ci sia bisogno di passare dalla pura gestione burocratica del medesimo a una ridefinizione totale del quadro. Speriamo che capiti sempre meno spesso che insegnanti di sostegno laureati – poniamo – in psicologia vengano inviati, per ragioni di punteggio in graduatoria, a sostenere non-vedenti o ragazzi che soffrono soltanto di un qualche handicap motorio.

6. Mille asili in mille giorni. La formula è efficace: il governo pensa di aprire un asilo per ogni giorno della sua durata. E questo dovrebbe essere soltanto in primo passo per ridurre la piaga della dispersione scolastica che devasta soprattutto le regioni meridionali. In parlamento è già in discussione la legge per l’infanzia. Inoltre si pensa di assumere una quantità spaventosa di maestri (60mila) per intervenire nelle zone di maggior degrado culturale e sociale e di incrementare quel tempo pieno che in alcune regioni è solo un modo di dire. Ma questo è quel che può pensar di fare la scuola: ossia il meno, perché il fenomeno dell’abbandono non ha le sue radici nella scuola, ma fuori di essa. Certo, renderla complessivamente più attraente può evitare che scappino quelli che scappano perché la trovano noiosa. Ma non è questo il problema, ribadiamo.

7. La scuola digitale: Renzi sa di cosa parla. Quella sul digitale è la parte che meglio permette di comprendere l’atteggiamento del governo di fronte alla scuola. Renzi sa che strumenti troppo “moderni” (lavagne elettroniche, computer, tablet) “spaventano i docenti”. Con questo mostra chiaramente cosa ha in mente quando parla di “docenti”. Non solo: sa anche che il dibattito sull’argomento è in pieno svolgimento, per cui ha tagliato corto: bisogna pensare che la banda larga (internet veloce) sia per le scuole come la corrente elettrica: impensabile farne a meno. Dentro le scuole ci dev’essere il wi-fi programmabile (e anche questo significa che il problema non lo conosce per sentito dire) e bisogna che ogni classe disponga della connessione internet. Niente connessione, niente rinnovamento della scuola. Anche da questo punto di vista le previste nuove leve di docenti sono assolutamente necessarie. Già oggi i ragazzi vivono connessi, immaginiamo domani.

8. Punctum dolens: i contenuti. Quello dei contenuti è l’aspetto meno convincente del piano. In certo senso c’era da aspettarselo perché il punto focale della proposta riguarda l’assetto istituzionale e contabile. Il resto verrà dopo. Quel che è dato di sapere è solo un anticipo, un antipasto, per dir così, visto che il premier si è mostrato in linea con la First Lady Michelle Obama a proposito dell’obesità dilagante: i bimbi d’Italia devono dimagrire. Tutti, anche quelli solamente in sovrappeso. E dato che si dimagrisce sia mangiando meno, sia – soprattutto – muovendosi, alle elementari un’ora alla settimana di “motoria”, come la chiamano i piccoli, non gliela toglierà nessuno. E speriamo che non la facciano leggendo sui libri in cosa consiste l’attività motoria.

Ci sono anche altre discipline che il governo vorrebbe cominciare a reintrodurre dopo la gelata Gelmini: Educazione Fisica che sia davvero fisica, Storia dell’Arte – perché altrimenti se Pompei va in rovina non interessa a nessuno – e Musica. Quest’ultima è da sempre che se ne parla, ma oltre a qualche saggio di flauto dritto  non si è mai andati. Salvo lodevoli – anzi lodevolissime – eccezioni, certo. Ma si ha l’impressione che il governo non ci creda molto nemmeno lui al reinserimento di queste materie, tanto è vero che per il momento sono relegate nella parte non curricolare dell’attività scolastica. C’è la promessa di assumere poco meno di ventimila precari per l’insegnamento di queste discipline. Vedremo.

Un cenno alla metodologia Clil (quella che prevede che una lingua straniera venga imparata mediante il fatto che un’altra materia – fisica, geografia o italiano – sia insegnata, almeno in parte, in lingua straniera). Magari fosse per tutti come adesso già avviene in alcune scuole. L’alfabetizzazione digitale, certo. Ma stante quanto detto sopra Renzi sa che prima bisogna preparare bene le infrastrutture. Poi si vedrà. E poi l’economia. Perché da una parte è vero che noi italiani siamo un po’ tutti analfabeti in questo campo come in quello finanziario. Dall’altra però, anche quelli che dovrebbero saperne tanto, come l’ex-premier Monti o l’ex-ministro Fornero, hanno dato una prova così deludente della capacità degli accademici di muoversi nel campo che pure sarebbe loro proprio da allontanare ancor di più la popolazione dallo studio di quelle discipline. Questo Renzi non lo ha detto, ma ci piace immaginare che lo pensi.

9. Quelle che non cadono a pezzi. L’ultima parte dell’intervento è dedicata a un auspicio: che le scuole – intese come edifici oltre che come insieme di uomini e donne virtuosi – diventino poli di attrazione e di sviluppo civile nei rispettivi quartiere, soprattutto in quelli dove maggiore è il degrado. La formula usata è:  “Le scuole devono diventare luoghi fisici di progettualità”. Per questo potranno collaborare con enti locali, associazioni del cosiddetto terzo settore, con chiunque, insomma, sia portatore di una proposta seria, ben costruita, non velleitaria.

Renzi non lo ha detto, ma noi ci permettiamo di istituire un parallelo con l’innovazione tecnologica: se per questa bisogna prima pensare a portare ovunque la banda larga, per fare di una scuola un centro propulsore della vita civile e democratica bisogna prima rimetterle a norma. Almeno l’impianto elettrico, che abbia la terra. E di stanziamenti in questo senso non ci pare si sia parlato.

10. Scuola e mondo del lavoro. “Dobbiamo rendere la scuola la più efficace politica strutturale a nostra disposizione contro la disoccupazione rispondendo all’urgenza e dando prospettiva allo stesso tempo”.

L’idea sarebbe quella di riallineare domanda e offerta di lavoro attraverso la formazione scolastica. Ma non sarà un’impresa semplice. È vero, infatti, che nel nostro Paese la scuola non riesce a produrre (ammesso che debba farlo) figure professionali che corrispondano alle esigenze delle aziende. Ma questo non-allineamento è destinato a crescere nel tempo, anziché diminuire. Perché, nel tempo, le figure professionali ben identificate che durino più a lungo di un ciclo scolastico saranno sempre meno. Il quadro del rapporto scuola-lavoro che sembra sottostare a questo punto della proposta sembra pertanto un po’ approssimativo. Come se si sapesse che non può mancare – nella presentazione di un piano per la scuola – una proposta in merito allo stabilirsi di nessi sempre più stretti fra formazione scolastica e esigenze della produzione, ma non si potesse andare al di là di uno spot. La promessa di passare dagli attuali 11 milioni di euro investiti per le attività di stages a 100 milioni all’anno, e l’accenno al fatto che i laboratori scolastici dovranno essere attrezzati con stampanti 3D, frese laser e componenti per la robotica sembrano ormai far parte della dotazione minima di un oratore che in fatto di scuola si ritenga up to date.

11. Dulcis in fundo. La burocrazia andrà trattata come i bambini obesi, cioè bisognerà che dimagrisca. Gli organi collegiali, a qualunque livello, sono diventati forme di un rituale il cui significato è andato perduto al pari delle formule babilonesi e dunque la relativa legge andrà ripensata (ha detto Renzi) o meglio abrogata (come sostengono alcuni). I presidi devono poter fare i presidi. E questo è giusto. Ma se debbono farlo sentiti tutti i soggetti operanti nel quartiere, le associazioni combattentistiche e d’arma, e altri che non hanno avuto fino a qui titolo di intervenire nella scuola è difficile che ai presidi resti il tempo per occuparsi di ciò che sta loro a cuore.

C’è infine un passaggio nel quale si afferma che con il piano sblocca scuola verranno abolite le 100 norme più fastidiose tra quelle che collaborano a fare che l’istituzione sia quella che è. Sarà davvero un bel match.

 

Il PDF del documento del governo

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