Ha valori diversi secondo il tono

In quasi tutte le lingue si dice: “eh” Uno studio che si merita l’IgNobel

In quasi tutte le lingue si dice: “eh” Uno studio che si merita l’IgNobel
26 Settembre 2015 ore 18:20

Si tengono ogni anno a settembre in uno dei campus più prestigiosi del mondo, quello di Harvard. Sono gli IgNobel, i Nobel “ignobili”, nati appositamente per premiare le dieci scoperte più bizzarre dell’anno, «quelle che fanno prima ridere e poi pensare». Scoperte semi-serie, o semi-divertenti, che tuttavia hanno il merito di «stimolare l’interesse del pubblico generale alla scienza, alla medicina, e alla tecnologia».

Gli IgNobel sono stati fondati nel 1991. In quell’occasione furono premiati, tra gli altri, Erich von Danichen per la letteratura, per avere dimostrato che le civiltà umane sono state influenzate da astronauti provenienti dallo spazio profondo, Alan Klingerman per la medicina, inventore di un prodotto anti-meteorismo (avete capito bene) e Robert K. Graham, per la biologia, che ha fondato una banca del seme per soli campioni olimpionici e premi Nobel.

Dal 1991 fino ad oggi, la cerimonia di consegna dei riconoscimenti, trasmessa sulla National Public Radio, si è sempre tenuta nel Sanders Theatre di Harvard, in un’atmosfera scherzosa ed eccentrica. È capitato che volassero aeroplanini di carta, che suonassero trombette e che gli stessi vincitori – premiati, peraltro, da veri premi Nobel – si presentassero vestiti in tute da lavoro, camici bianchi, caschi spaziali e altri outfit poco consoni a una serata di gala. I premi non sono in denaro, ma consistono esclusivamente nella gloria della vincita e nell’opportunità di tenere, pochi giorni dopo la premiazione, le Ig Informal Lectures al MIT. Durante queste lezioni informali, i laureati espongono al pubblico le loro ricerche. Nonostante l’apparente “giocosità”, infatti, gli IgNobel sono comunque dei riconoscimenti scientifici di tutto rispetto.

 

IgNobel2

 

I vincitori del 2015. Quest’anno il primo premio per le scienze umane è andato a tre psicolinguisti dell’Istituto Max Planck di Nimega, Mark Dingemanse, Francisco Torreira e Nick Enfield. Insieme ai loro dieci collaboratori, gli studiosi si sono occupati dei «Principi universali nel problema di riparare (sic) la comunicazione». In particolare, si sono concentrati su una piccola ma non insignificante interiezione, «huh» in inglese, «eh» in italiano. Beh, è un intercalare usatissimo, questo è certo. Lo usiamo per fare capire che non abbiamo sentito bene, o che non abbiamo compreso del tutto, per rispondere in modo sbrigativo a qualcuno che ci sta chiamando, oppure, soprattutto quando l’«eh» è prolungato, per raccogliere le idee e riflettere su come proseguire un discorso. In effetti, è stato appurato che tra un «eh» e l’altro lasciamo passare al massimo sei minuti.

Dovunque si vada, si sente dire «eh». Sono state prese in considerazione dodici lingue, compreso l’italiano, il mandarino cinese e il russo, appartenenti a otto famiglie linguistiche differenti e sparse su tutti e cinque i continenti del globo e si è capito che «eh» è un suono universale. L’articolo che riporta i risultati della ricerca è stato pubblicato la scorsa settimana su PLOS-One e, ci crediate o no, ha dato un contributo molto importante allo sviluppo della linguistica. Alcuni specialisti di questo campo, infatti, hanno dedicato i loro studi per trovare i cosiddetti “universali linguistici”, elementi che esistono in qualsiasi idioma della Terra. Sono state studiate strutture sintattiche e semantiche e si è scoperto che anche il ritmo della conversazione conta, le pause e la velocità con cui parliamo e che “significano” non meno delle parole dette. Di questo si occupa, per la precisione, la linguistica pragmatica. Tornando all’«eh», è chiaro che esso assume valori differenti a seconda del tono con cui viene pronunciato. Può essere un «eh?» o un «eh!» (come l’ «Alas!» degli elisabettiani), un «eh.» o un «eeeh». Insomma, cose che si possono capire soltanto guardando in faccia l’interlocutore o ascoltando la sua viva voce.

 

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Curiosità (strane ma vere) sugli IgNobel. Sir Robert May, che nel 1995 era il consigliere capo per la scienza del governo britannico, chiese che fossero esclusi dal premio gli scienziati inglesi, per timore che i sudditi eruditi della Regina cadessero nel ridicolo. Purtroppo per lui era l’unico a nutrire una tale preoccupazione e la stessa stampa londinesi insorse contro la proposta, che fu totalmente ignorata. I premi dati agli IgNobel sono sempre stati associati a ricerche serie, pubblicate su riviste autorevoli. C’è stata solo un’eccezione (che ha confermato la regola). Nel 2000 sono stati premiati sir Michael Berry e Andrej Gejm, per avere condotto una dimostrazione sulla rana volante, nell’ambito della levitazione diamagnetica. Gli IgNobel, del resto, hanno portato fortuna a Gejm, che nel 2010 ha vinto il premio Nobel per la fisica. Questa volta per le sue (serissime) ricerche sul grafene.

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