Pensare positivo
Tre mense e decine di volontari

Quelli che a Bergamo danno da mangiare ai poveri

Quelli che a Bergamo danno da mangiare ai poveri
Pensare positivo 07 Gennaio 2015 ore 09:10

Ogni giorno, solo a Bergamo, centinaia di persone vengono sfamate dalle mense dei poveri. In città le principali sono tre: quella del Patronato San Vincenzo, quella dei frati Cappuccini e il "Posto caldo" gestito dal Servizio Esodo di don Fausto Resmini. Oggi, 5 gennaio, viene inaugurata la nuova sede della mensa di don Fausto, all’angolo tra via Foro Boario e via Bono. Ci saranno il Vescovo Francesco Beschi e il Sindaco Giorgio Gori a tagliare il nastro e a fare i camerieri per una sera. Un nuovo spazio, in muratura, bello e accogliente, quasi un ristorante, dove centinaia di persone potranno sedersi al caldo e mangiare un pasto dignitoso.

Noi di Bergamopost siamo andati a vedere cosa succede in queste mense, per dare un volto a chi ogni giorno offre da mangiare ai poveri. Un esercito di bontà e di accoglienza che mette a disposizione parte del suo tempo per chi ha bisogno di cibo e di un sorriso che faccia sentire meno soli e abbandonati al proprio destino. E non mancano le storie eccezionali. «I volontari», spiega don Davide Rota, superiore del Patronato San Vincenzo, «appena fai qualcosa arrivano subito. Sembra che il mondo sia pieno di gente che aspetta solo che qualcuno faccia il primo passo per andargli dietro. Io non ho cercato qualcuno, sono arrivati loro. C’è di tutto, donne di famiglia, adulti, ragazzi, di città, di provincia, anziani, giovani. Per coordinarli non serve formarli, basta fargli fare qualcosa. Ho dei collaboratori fissi, e due sono pagati. Io affido loro il compito di coordinare e loro fanno».

LA MENSA DEL PATRONATO IN VIA GAVAZZENI.

Il Patronato San Vincenzo accoglie ogni giorno duecento persone. Sono italiani e stranieri, alcuni hanno una stanza al Patronato, altri semplicemente lì dormono su una brandina di fortuna. Ma sempre meglio che su una panchina al freddo della stazione.

È sabato sera, sono le 19 e una folla di persone aspetta che vengano aperte le porte della mensa. A regolare gli ingressi c’è Rabi, un ragazzo marocchino che nonostante il suo aspetto da adolescente è già papà di un bel bambino. Era uno dei ragazzi che aveva bisogno, poi si è riscattato, ha formato una famiglia e oggi dà una mano. Lui sta attento che si entri un paio alla volta, per non creare caos.

Elisabetta. Dentro, ad accogliere le persone e a coordinare i volontari c’è Elisabetta, che è la responsabile della cucina e gentilmente allontana quanti cercano di entrare alla mensa dalla porta sul retro, quella della cucina. È una donna di una dolcezza unica Elisabetta, pratica e determinata come solo le bergamasche sanno essere. Ha lasciato il suo lavoro in un negozio e ha deciso di mettersi a servizio dei poveri. E al Patronato ci viene ogni mattina alle 9 e torna a casa la sera, mai prima delle 21. «I figli sono grandi e qui con me ho coinvolto anche mio marito che ci dà una mano». Ci dice che insieme a loro alla mensa del Patronato ci sono circa 40 volontari che si alternano ogni sera. «Siamo in 2 fissi in cucina, tutto il resto è volontariato. Dal lunedì al sabato. Alla sera 4 volte la settimana ci sono i volontari della Croce Rossa. Al sabato, contrariamente a quanto si possa pensare, ci sono tanti giovani. Ogni sera ci sono una decina di volontari e ogni tanto si uniscono gli scout, un gruppo di studenti dell'Imiberg o i ragazzi che vogliono fare un’esperienza forte. Succede spesso. Si crea un bel rapporto, c’è una bella intesa tra di noi e anche con gli ospiti».

Non sono pochi, infatti, quelli che da “ospiti” diventano volontari. Non solo Rabi, ci sono Donato, Carmine, Kenneth, Riccardo, Daniel e tanti altri. Al Patronato sono arrivati da disperati, quasi tutti dopo aver perso tutto. La crisi ha fatto loro perdere il lavoro e la famiglia, a volte il contrario: la perdita della famiglia e la separazione dalle mogli li ha ridotti sul lastrico. Sono stati accolti, gli è stato dato un tetto sotto a cui dormire, è stata data loro fiducia, un’altra possibilità, e adesso ricambiano l’accoglienza e l’aiuto che hanno ricevuto.

Donato. Donato è un ex maresciallo dell’aeronautica. È una testa calda, dal tipico calore meridionale, è tutt’uno con il suo cane, che a Capodanno a causa dei botti è corso in cucina e gli ha fatto prendere un richiamo. Anni fa viveva da barbone sotto a un ponte a Mozzo. Oggi è il numero due in cucina. Aiuta Elisabetta, anche se ogni tanto esagera con il peperoncino e la fa arrabbiare. Aiuta anche a distribuire il cibo. Lui serve i primi, e ci tiene a precisare che ogni giorno c’è una scelta tra due primi, due secondi, pesce, contorno, pane, frutta e dessert.

La mensa del Patronato si regge, oltre che sull’aiuto dei volontari, su quello dei benefattori che ogni giorno regalano il cibo. Resta da comprare solo la carne, mai di maiale per rispetto a chi è di fede islamica. Molti poi sono quelli che lasciano un’offerta alla messa delle 18 per pagare il pasto dei poveri. «Ci sono alcuni supermercati come esselunga e Il Continente che ci regalano prodotti vicini alla scadenza, noi li consumiamo subito e questo ci permette di offrire pasti buoni e sani a tutti» afferma Elisabetta, che aggiunge «abbiamo anche un fornaio di Treviolo che ogni giorno ci dà brioches per tutti».

Carmine. A fare la raccolta dai benefattori ci pensa Carmine, un altro volontario che ha trovato il suo riscatto grazie al Patronato. Nato a Napoli, padre di sette figli avuti da due mogli diverse, lavorava alla segreteria del sindaco presso il comune di Milano. Poi le cose sono andate male. La separazione, la crisi, l’abisso. «Qui - ci dice - ho trovato l’arco per il lancio verso il domani. Sono stato ospitato per due anni, perché ero stato sfrattato, e piano piano ho messo ordine nella mia vita. Anche economicamente. Ho trovato una casa e adesso vivo qui vicino e i miei figli vengono a trovarmi, ho passato un Natale meraviglioso con loro. Io adesso vivo a casa mia, ma continuo a fare il volontario e vengo qua tutti i giorni, mi occupo di quel che serve».

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La mensa. L’idea della mensa del Patronato è nata quattro anni fa, dopo che don Davide, appena arrivato al Patronato, si accorse che gli ospiti, una quarantina tra italiani e stranieri, cucinavano con i fornelletti nelle loro stanze. Il rischio di incendi era troppo alto. Gli venne allora l’idea di aprire una mensa e di far pagare una cifra simbolica, un euro e mezzo, per distinguerla dalle altre e dare l’idea di una tavola calda, quasi di un ristorante dove si è accolti e si viene fatti accomodare. Oggi al Patronato si servono 40/50 mila pasti all’anno. Nel solo mese di dicembre ne sono stati distribuiti 5.500. Al sabato sera non si paga, così come un’altra sera che viene decisa a sorpresa durante la settimana. In queste due sere la voce si sparge e arrivano sempre molte più persone di quante ne contenga la sala. E così si fanno due turni. Sabato scorso erano 270, ma spesso si supera quota 350. Quelli che non possono permettersi di pagare l’euro e mezzo della cena possono risolvere il problema fermandosi a lavare i piatti. Un servizio che dura 45 minuti per il quale si ricevono 5 euro, che scontando il costo del pasto diventano 3,5. In questo modo chi fa il lavaggio piatti mangia gratis, fa un servizio alla comunità e alla fine accumula 70/80 euro mensili che potrà usare per le sue necessità.

Dalla Costa d’Avorio alla cucina del Patronato. Tra quelli che si sono fermati c’è un padre di famiglia ivoriano. In Italia da 24 anni, è arrivato al Patronato l’anno scorso, dopo che anche lui aveva perso tutto e si è lasciato andare. Oggi, grazie al lavoro al Patronato riesce a mandare dei soldi alla sua famiglia che è stata costretta a tornare in Costa d’Avorio. «Sono arrivano in Italia prima a Palermo e poi a Bergamo. Ho sempre lavorato in regola, ma con la crisi mi hanno licenziato. Avevo il mutuo, l’auto da pagare, i figli da mantenere. Ho dovuto mandare la mia famiglia in Africa e sono rimasto qui da solo. Non ho più trovato lavoro. Sono 8 anni che sono disoccupato. Un giorno sono venuto qui e ho chiesto se potevo dormire. Mi hanno tenuto e piano piano ho iniziato a lavorare come aiutante cuoco. Qui ho un tetto sotto cui dormire e cibo da mangiare. Sono a posto così. Poi mi danno la mancia e riesco a mandare a casa 150 euro al mese che in Africa equivalgono allo stipendio di un impiegato postale. La metà di un funzionario di governo. Con quei soldi si riesce a pagare tutto. Mia moglie si accontenta di quello che mando. Adesso sto facendo i documenti per rifare il passaporto ivoriano e quando tornerò in Africa sarà per sempre».

Kenneth, l’inglese. Poi c’è Kenneth, l’unico inglese del Patronato. Un interprete volontario per la questura. Parla tre lingue: inglese, italiano e arabo, essendo nato in Egitto. Anche lui ha sette figli, da 4 mogli: «Ho avuto una vita movimentata. In Inghilterra la mia prima moglie mi ha fatto le corna, poi mi sono innamorato di un’italiana, poi di una francese, poi di un’altra italiana. Oggi sono separato a causa della suocera, ma mia moglie viene a trovarmi di nascosto». Kenneth è al Patronato da 3 anni e oggi si occupa della portineria e della vigilanza: forte delle sue conoscenze in questura riesce a far rispettare la legge. «Altrimenti - ci dice - telefono alla polizia».

Daniel e Riccardo. Le storie più tristi, dove i segni della disperazione sono ancora forti, sono quelle di Daniel e Riccardo. Anche loro sono volontari al Patronato e vogliono che le loro vite cambino, che tornino a essere quelle di prima. Qui vivono e fanno un po’ di tutto, quando c’è bisogno. Daniel è romeno ed è in Italia dal 1998. Faceva il muratore, aveva una bella famiglia che riusciva a mantenere con il suo solo stipendio. Poi ha perso tutto. La crisi ha picchiato duro nell’edilizia e lo hanno licenziato. La moglie lo ha lasciato e oggi, dopo che la separazione è stata legalizzata, il giudice gli ha concesso di vedere i suoi figli due volte la settimana. «È andata male, ho perso il lavoro, ho perso la famiglia e sono rimasto sulla strada. Dal 2012 ho girato un po’ di qua e un po’ di là, finché sono arrivato qui. Non immaginavo esistesse una realtà così e non volevo immaginarlo. È troppo duro per una persona che ha lasciato la sua terra per andare a stare meglio, dopo aver costruito una vita normale, tornare di nuovo alla povertà che ha lasciato al suo paese in un altro che non è il suo». Ma Daniel è tenace e crede in quel che fa, e che fare il volontario sia un modo per riscattarsi. Non smette di cercare lavoro, nel frattempo aiuta al Patronato. Lo stesso fa Riccardo. Lui è un ragioniere che dopo 30 anni di attività e una guerra all’ultimo centesimo con la sua ex moglie, ha perso tutto. «Sono arrivato qui un anno fa che ero uno straccio. Ho chiesto asilo e mi hanno accolto, mi hanno dato da mangiare. Oggi con il volontariato mi danno incarichi importanti, controllo il dormitorio e ho una mia stanza. Spero di avere un’altra possibilità per il futuro e non escludo di trovare un posto di lavoro all’altezza della mia preparazione professionale, perché sono stato anche dirigente».

IL POSTO CALDO ALLA STAZIONE

Se la realtà del Patronato con i poveri che cercano e trovano il loro riscatto anche nel volontariato apre il cuore e infonde speranza, la situazione è ben diversa quando arriviamo al "Posto caldo" di don Fausto Resmini. È la mensa più importante ed esposta della città, la mensa degli ultimi, la più estrema. Fino a oggi era ospitata in un brutto container alle spalle della stazione delle autolinee. Don Fausto l'aveva voluta tanti anni fa per i suoi ragazzi, tossicodipendenti o sbandati, che scappavano dalla Comunità del Patronato di Sorisole e passavano le loro giornate nella "terra di nessuno" della stazione. La distribuzione di cibo e coperte nei primi anni avveniva con un camper, poi in un angolo dimenticato. Adesso la città ha riconosciuto il valore sociale di questo servizio agli ultimi e il nuovo refettorio, un luogo dignitoso, verrà aperto oggi nel pomeriggio.

Il sabato sera, a coordinare il gruppo di 8 volontari, c’è suor Raffaella. Una giunonica sorella con il sorriso buono e gli occhi color del cielo, che con semplicità e tanta gioia ci accoglie e ci spiega che il volontariato non ha età. A volte ci sono gruppi di parrocchie che chiedono di fare un’esperienza per una serata o due. Ci sono laici, religiosi, gente sposata, c’è un po’ di tutto. Danno gratis il proprio tempo. Chi riesce a tirarsi fuori e a dare una soluzione alla propria vita passa per ringraziare e testimoniare la propria riconoscenza per quello che ha ricevuto. «Ultimamente sono molti gli operai italiani che sono stati allontanati dalla famiglia dopo aver perso il lavoro e per questo cercano un posto dove mangiare». Fuori dal container c’è Dris, un ragazzo marocchino che lavora e vive a Bergamo con la famiglia: regola il traffico e cerca di sedare eventuali zuffe. Quando la cosa degenera, però , si chiama la polizia.

La mensa di don Fausto ogni sera sfama gratis dalle 120 alle 160 persone. Alcuni si siedono, altri, famiglie comprese, preferiscono prendere il sacchetto con il cibo e consumarlo sulle panchine della stazione o a casa propria, quando ce l’hanno. Un’altra volontaria, dal corpo minuto e dal sorriso contagioso, ci dice che in molti preferiscono non condividere la tavola con gli altri. I volontari qui servono a tavola e passano a sparecchiare. Primo, secondo, contorno sono cucinati dal cuoco della comunità di don Fausto a Sorisole. Poi c’è il pane e la frutta quando gliela regalano. Durante la settimana la Sercar (la ditta di ristorazione di Trezzo d’Adda) offre 100 pasti al giorno. Il martedì, poi, fra i volontari storici di questo servizio che esiste da 25 anni c’è la Gina (Gina Spinelli), una delle volontarie più legate a don Fausto. La signora Gina è proprietaria della valigeria di Galleria Fanzago, a due passi dalla stazione. Una donna semplice e umile che la sera, dopo aver chiuso il negozio, fa il giro dei bar della zona e raccoglie le brioches avanzate. Il dolce per i poveri.

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LA MENSA DEI CAPPUCCINI

Accanto alle mense serali, poi, c’è la mensa dei cappuccini che è aperta solo nei giorni feriali e a mezzogiorno. Esiste dal 1950 e lo scorso maggio è stata inaugurata la nuova sede, più spaziosa ed accogliente. Oggi la mensa può ospitare fino a 130 persone comodamente sedute, per consumare il pasto di mezzogiorno con dignità e sentirsi meno sole. È dedicata a Padre Alberto Beretta, frate cappuccino, medico missionario in Brasile per molti anni.

Completamente gratuita è aperta tutto l’anno, escluso il mese di agosto e le festività. Il sostegno economico per l’attività è garantito dalle donazioni di privati, oltre che dal Comune di Bergamo, da enti, associazioni e da alcune Fondazioni bancarie. Anche in questo caso la mensa funziona grazie all’aiuto dei volontari, una trentina in tutto, che a turno servono i pasti e accolgono con il sorriso ogni persona bisognosa. Un modello quello della mensa dei cappuccini di Bergamo che ricalca quello dell’Opera San Francesco di Milano.

Un frate del convento ha la responsabilità della struttura che gestisce insieme a un cuoco e ai volontari, indispensabili per la tenuta di un servizio offerto a tutti, gratuito. Il modello Opera San Francesco è servito alla rinnovata mensa per perfezionare le modalità dell’accoglienza, la gestione della cucina e delle donazioni, la cura e la formazione dei volontari. Per il futuro, al convento di Bergamo si pensa anche alla realizzazione di uno sportello di ascolto, un servizio che si coniuga felicemente con l’accoglienza perché insieme parlano di rispetto della persona.