Pensare positivo
Uno studio americano

Risate e felicità fan bene al cuore Ora è scientificamente provato

Risate e felicità fan bene al cuore Ora è scientificamente provato
Pensare positivo 20 Gennaio 2015 ore 10:54

Ridere rende il sangue buono, nel senso letterale del termine. Ovvero: un atteggiamento positivo verso la vita, che porta a vedere l’aspetto migliore delle situazioni anche quando qualche cosa di nero c’è, farebbe bene al cuore. Sfoderare un sorriso a 32 denti, meglio poi se sfocia in una grassa e fragorosa risata, genera una sorta di stress benefico al muscolo cardiaco: pompa più sangue, dilata i vasi e migliora la resistenza delle arterie. Tutti fattori che contribuiscono a mantenere il cuore in forma.

Ridere fa bene al cuore. Anche il cuore, in un’epoca in cui il fitness è una componente ormai divenuta vitale, ha la sua palestra. La più economica che ci sia, ma con vantaggi sembra indiscussi per la salute del muscolo più prezioso che abbiamo (e al quale invece si tende, purtroppo, a pensare di meno). È la risata: ovvero il buon umore, l’ottimismo, il sorriso sulle labbra, uno scoppio anche immotivato di ilarità darebbero infatti una tale sferzata di salute al cuore da allontanare il rischio di patologie cardiovascolari. Con una percentuale di beneficio pari almeno al doppio di chi conduce una vita mogia, sotto tono.

Insomma, per proteggere il cuore, occorre essere happy: lo rivela un ampio studio americano dell’Università dell’Illinois, finanziato dai National Institutes of Health e pubblicato su Health Behavior and Policy Review.

 

 

Lo studio. Non si può dire, almeno in termini di cifre e di tempo di osservazione, che la ricerca non sia attendibile. Sono stati infatti randomizzati all’incirca 5.100 adulti, dai 45 agli 84 anni di età, fra bianchi, neri americani, ispanici e latini, cinesi, tutti appartenenti alla coorte del Multi-Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), effettuato presso sei regioni degli USA (Baltimora, Chicago, Forsyth County nella Carolina del Nord, Los Angeles) e quindi monitorati per circa una decina di anni a partire dal 2000.

Di ogni partecipante sono stati osservati i sette parametri chiave che misurano la salute del cuore: ovvero pressione arteriosa, indice di massa corporea, glicemia a digiuno, colesterolemia, tipo di dieta, attività fisica, abitudine al fumo secondo gli stessi criteri adottati dall’American Heart Association per la campagna di salute pubblica Life’s Simple 7 che mirava a migliorare del 20 percento la salute cardiovascolare americana entro il 2020.

A queste informazioni organiche si sono poi aggiunte anche indicazioni sul grado di salute mentale, il livello di ottimismo e l’eventuale presenza di patologie artrosiche, dei reni e del fegato. Assegnando alla fine, ad ogni parametro, un punteggio: 0 (il peggiore), 1 o 2 (il migliore) la cui somma totale, che poteva essere compresa tra 0 e 14, definiva al termine dei test il livello di salute del cuore.

I risultati del buon umore. Sono stati in parte sorprendenti, perché a fare la differenza sul benessere del cuore è stato proprio l’ottimismo, quindi un fattore psicologico. Tanto che fra il gruppo ‘della vita è sempre rosa’, il 50-76 percento aveva totalizzato un punteggio fra il medio e l’alto nella scala della salute, il che significa che gli ottimisti sono meno propensi a cadere vittime di patologie cardiache, secondo un fattore di rischio superiore alla metà delle probabilità di chi vede la vita nera.

 

 

Ma non solo: fra la popolazione happy, i livelli di glicemia e di colesterolemia erano più bassi, veniva praticata più attività fisica, si aveva maggiore attenzione nel controllo del peso e si fumava di meno. Con una associazione ottimismo-salute cardiovascolare ancora più consistente in relazione ad alcune caratteristiche socio-demografiche quali l’età, la razza e l’etnia di appartenenza, il livello di istruzione ed economico. Si tratta di riscontri molto importanti, dicono gli esperti, tenuto conto anche dei risultati di uno studio precedente, secondo cui ogni punto guadagnato sulla scala della salute cardiovascolare, ridurrebbe il rischio di ictus dell’8 percento.

Sì, ma perché? Come si spiega il fenomeno? È una questione di stress. Che talvolta può essere anche benefico, come nel caso di una risata o di un contesto gradevole. Ovvero, analizzando due circostanze opposte, una situazione di piacere e un'altra di paura, è possibile osservare un innalzamento della pressione sanguigna in entrambi i casi: ma mentre nel primo, pur aumentando la pressione, si ha un effetto positivo sulle arterie che vengono allenate continuamente a vasodilatarsi, un'emozione negativa porta invece alla vasocostrizione.

Insomma, tutto starebbe ad indicare che tra le strategie di prevenzione per il benessere del cuore, oltre all’eliminazione dei fattori out (fumo, peso, grassi alimentari e così via), andrebbero introdotte e prese in considerazione anche misure che favoriscano il benessere psicologico. E sfidiamo a trovare chi non abbia voglia di ridere, almeno un po’.