Da uno studio dell’Università di Princeton

Se l’ospedale è bello e curato si chiedono meno antidolorifici

Se l’ospedale è bello e curato si chiedono meno antidolorifici
30 Agosto 2014 ore 12:37

Bellezza e malattia. Che cosa centrano? Il Medical center dell’Università di Princeton ha di recente sperimentato che nuovi ambienti in ospedale, disegnati direttamente da pazienti, infermieri e medici hanno migliorato le condizioni di salute dei malati. Quello che i pazienti avevano richiesto era: un divano per gli ospiti, una vista gradevole, possibilmente sulla natura, un dispensario ben organizzato per i medicinali e un bagno accogliente. Dopo mesi di sperimentazione nei nuovi ambienti, i pazienti hanno giudicato migliori le cure, anche se erano esattamente le stesse dispensate nelle stanze precedenti.

Ma il dato più stupefacente è quello relativo agli antidolorifici richiesti dai pazienti dopo il cambiamento: il 30 percento in meno. Meno dolore significa meno tempo in ospedale, meno costi per la struttura, una guarigione più veloce e una minore probabilità di contrarre altre infezioni.

È facilmente comprensibile come un ambiente (di vita o di degenza) gradevole, piacevole e ordinato possa migliorare l’umore e lo stato d’animo di quanti ci si trovano: contesti di vita positivi e ben organizzati rassicurano e rasserenano quanti li frequentano, quasi invogliati e stimolati dalla situazione stessa a non incupirsi.

Senza considerare il fatto che di per sé un ambiente (tanto più se si tratta di un ambiente ospedaliero) che si presenti pulito, dignitosamente arredato, ingentilito da dettagli che ne rivelino una sapiente cura dei particolari, rimanda spontaneamente alle persone che se ne occupano (gli operatori sanitari, stando al caso che stiamo esaminando), alle cui cure e attenzioni ci si affida con maggior fiducia e tranquillità. È come se si percepisse, attraverso l’apprezzabile ambiente in cui si è ospitati, la precisione, l’interesse, la serietà, la professionalità stessa degli operatori a cui si è costretti ad affidarsi per ragioni di salute.

Conta molto, negli ambienti ospedalieri, veder ricreato e riproposto – in qualche misura e per quanto possibile -, il proprio ambiente domestico, considerato familiare e rassicurante; ma la variabile più vera, più profonda e ancor più influente sul proprio benessere è data dall’accoglienza, dal calore, dall’umanità di chi deve occuparsi della nostra salute, e dal sentirsi quindi sinceramente “presi in carico” (o, più propriamente, “presi a cuore”).

Del resto che l’ambiente in un certo senso determini o quanto meno condizioni la salute è ormai patrimonio della coscienza collettiva e la stessa legislazione italiana (ad esempio il Piano Sanitario Nazionale, che fin dagli anni 2003 – 2005, dedicava alla tematica Ambiente e Salute l’intero capitolo quarto), benché a riguardo necessariamente tesa a regolamentare aspetti particolari, come ad esempio i vari “rischi ambientali” (inquinamento, agenti biologici, contaminanti chimici, radiazioni, ecc.), ribadisce più e più volte «le accertate interazioni fra i fattori di rischio ambientale e la salute stessa». La bellezza salverà il mondo?

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