Pensare positivo
Una marea umana per le strade

Sospese le telenovelas in Ecuador È arrivato il ciclone Francesco

Sospese le telenovelas in Ecuador È arrivato il ciclone Francesco
Pensare positivo 06 Luglio 2015 ore 18:35

Cosa voleva Vasco Rossi? Una vita spericolata, di quelle che non dormi mai? Dia un’occhiata a questi giorni del Papa in America Latina. Ma se uno non c’è stato, non può sentirselo addosso papa Francisco, coca o non coca. I temi del viaggio sono i soliti: pace sociale, i poveri, la presenza della Chiesa. Detti o scritti sono sempre loro. Ma potrebbero essere scritte o dette, le sue parole, anche rimanendo a Roma. Invece lui ci va, per corroborarle con la sua voce presente, col suo corpo presente. Li tocca, quei popoli, come raccomanda di toccare la mano del povero quando si fa l’elemosina. E guardarlo in faccia. Altro è il proprio nome in un elenco, altra la firma, che vuol dire che ci sei, che hai la mano lì. Le parole del Papa sono firme: corpo, occhi e voce.

Avvenire - oltre a vatican.va - ha messo in fila gli impegni, giorno per giorno. Manca solo un particolare: il Papa morirà in America Latina. Se non muore di fatica è un miracolo, un segno della presenza di Dio nel dettaglio della storia.

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Cominciamo con l’arrivo a Quito, la capitale dell’Ecuador. Collocata a 2850 metri ai piedi del Pichincha, un vulcano alto quasi come il Monte Bianco, è una città in cui grandinate con chicchi come noci e cielo terso, nuvole pesanti e di nuovo azzurro da vette alpine possono succedersi più volte nel corso del medesimo giorno. Ma la caratteristica della città è che sembra in preda al delirium tremens, perché il terreno continua a ballare: terremotini uno dopo l’altro. Li chiamano “temblores” e nessuno si fa né in qua né in là quando capitano. Ma per il Papa che - ha detto in altra occasione - non ama viaggiare non dev’essere una sensazione gradevole.

Da Quito a Guayaquil è un bellissimo volo dal punto di vista paesaggistico. Ma nella città alla foce del Rio Guayas, ossia sul mare, non si respira per l’afa: una cappa d’umido permanente, come spesso accade all’equatore. Dopo quindici ore di volo da Roma, già il fatto di dover essere pronti a tutto a Quito è uno stress. A riprendere l’aereo e andare a Guayaquil e, come è appena successo, tornare nella Sierra c’è da schiantare di botto: credete - come direbbe l’Ariosto - a chi n’ha fatto esperimento. Se a Francisco non succede è segno certo di ciò che abbiamo già detto.

D’altra parte qualcosa di inaudito è già in corso: le telenovelas saranno sospese per fare spazio alle messe. Le telenovelas, in Ecuador, sono ubiquitarie. Tutti i negozi - tutti, compreso l’ortolano o il macellaio. Anche le bancarelle nei mercati - hanno un televisore sintonizzato per l’intera giornata su una telenovela. Interromperle è impensabile. Averle sostituite con la messa è una cosa che non esiste.

D’altro canto - ha scritto il Corriere - «Il bilancio del primo giorno della visita papale è stato certamente superiore alle aspettative: una folla enorme, ha salutato Francesco al suo arrivo a Quito. Prima nei 40 chilometri percorsi su una vettura coperta (un’Idea Fiat): il tragitto è durato più del necessario, perchè varie volte il Papa ha chiesto di rallentare o di fermarsi nei luoghi in cui era radunato un maggior numero di persone. Ma lungo gli ultimi 8 chilometri, che Francesco ha percorso a bordo una jeep scoperta ai lati e protetta solo da un tettuccio di plexiglas collegato al parabrezza, la marea umana di fedeli era infinita, neanche un metro libero, e continuava a lanciare fiori verso il Papa».

 

Pope Francis

 

«Superiore alle aspettative». Come al solito, verrebbe da dire. A questo punto non sarebbe male rivedere le aspettative, quando si muove il Papa. Perché, ricordiamo, c’erano già state le Filippine. Poi la perla della Fiat Idea, auto prodotta fino al 2012, e sostituita dalla 500L: solo perché non hanno trovato una Duna, viene da pensare. Infine la jeep (in realtà una Jeep vera) col tettuccio in plastica fissato al parabrezza: improvvisazione da invasion, corrispettivo ecuadoriano delle favelas brasiliane. Nella sola Quito ce ne sono 480 di invasiones sempre pronte a venir giù con le frane, i derrumbes, provocando morti e feriti che non meritano nemmeno un trafiletto sui giornali locali. A Guayaquil ce ne sono anche su palafitte. Sono gli abitanti delle invasiones ad aver affiancato per 8 chilometri fitti fitti la veranda abusiva issata sulla jeep. Ecco perché nessuno se li aspettava: perché sono invisibili. Peggio: perché nessuno vuol vederli.

Mentre scriviamo ascoltiamo il Papa a Quito. Sta richiamando il nome del Chimborazo, uno dei vulcani più amati dell’Ecuador, stupendo nei suoi 6300 m. e poco più, 180 km a sud della capitale. Ricorda - optando per l'etimologia più colta - che in quechua, la famiglia linguistica dei popoli andini, il suo nome significherebbe “il più vicino al sole”, alla luna e alle stelle. «Noi (nosotros in spagnolo, nóter in bergamasco), i cristiani, identifichiamo Gesù Cristo col Sole e la Luna con la Chiesa, la comunità. Nessuno, se non Gesù, brilla di luce propria. La chiesa diventa buia, oscura, se non rimane nella luce del suo Signore».

Poi vedremo la traduzione ufficiale. Quello che abbiamo trascritto dalla televisione ci sembra comunque sufficiente a farci capire. Cosa? Che Francisco ha presente tutta la storia del luogo su cui ha poggiato i piedi: fin dal Sole degli Inca, dei popoli che hanno sofferto per secoli dalla Chiesa divenuta oscura perché tutta compresa di sé e del proprio presunto splendore invece che dell’Altro.

In questo senso l’attesa masticazione delle foglie di coca - o la sua assunzione in forma di tisana - per contrastare l’assenza di ossigeno del paramo (le terre situate attorno ai quattromila metri) potrebbe anche voler significare una qualche forma di comunione sub specie cocae della millenaria sofferenza di quelle popolazioni. Non vuole solo esser lì, il Papa, vuole assumerseli nella carne, quei popoli. Speriamo che il Sole continui a dargli vita.

 

coca

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