Le foto delle squadre in campo

Un pallone per andare Oltre il Muro La bella sfida in carcere a Bergamo

Un pallone per andare Oltre il Muro La bella sfida in carcere a Bergamo
03 Agosto 2015 ore 15:00

Il carcere di Bergamo si è aperto allo sport. Detto così non sembra né una novità né una grande notizia, ma la realtà delle cose a volte è più complessa di come sembra e questa, in verità, è una gran bella notizia. A portare lo sport in carcere è stata la Uisp, un’associazione ben conosciuta e radicata in città, e l’evento ha in effetti qualcosa di eccezionale.

La situazione. Il progetto si chiama Oltre il muro, porte aperte allo sport e riguarda quattro discipline: calcio, rugby, pallavolo e yoga, coinvolgendo la maggioranza dei detenuti della sessione penale e alcuni del giudiziario. E qui c’è la prima grande sfida che la Uisp e i suoi allenatori hanno dovuto affrontare. Non tutti sanno, infatti, che il carcere di Bergamo è soprattutto un giudiziario, ovvero una realtà che accoglie le persone in via di giudizio e in attesa dello svolgimento dei vari gradi di processo. Poi c’è una sessione meno cospicua di persone che invece rientra nel penale, ovvero di chi un giudizio l’ha già avuto e a Bergamo sconta la pena.

Sembrano sottigliezze ma per chi vuole organizzare un’attività sportiva non lo sono. Tecnicamente i detenuti del giudiziario e del penale non si possono incontrare, oltre al fatto che le persone in attesa di giudizio sono per così dire “mobili”, ovvero possono uscire se innocenti o essere affidate a un altro sistema carcerario. Qui il primo inghippo per chi vuole creare un gruppo di allenamento o delle squadre – soprattutto su un lungo periodo – per arrivare a un eventuale torneo finale.

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Poi c’è la questione degli orari. Il carcere è un sistema regolato su orari per i detenuti e di cambi turno delle guardie carcerarie che, con i tagli dei vari governi, restano sempre in meno a fare un lavoro molto importante. Organizzare momenti di allenamento o tornei con carcerati di zone diverse quindi non è facile e richiede un grande sforzo da parte di tutti. Altro problema è quello economico. Se è vero infatti che le istituzioni e le associazioni bergamasche hanno capito la validità di questo progetto, investendo tempo, volontariato e risorse, è pur vero che è sacrosanto che il lavoro offerto venga retribuito e si capisce bene come manchino, in questo caso, sponsorizzazioni private che non trovano nel luogo un investimento interessante.

Come lo sport può fare qualcosa. La vera domanda che tutte le realtà coinvolte – Uisp, Associazione Terzo tempo, il Comitato Carcere Territorio – si sono fatte è: può lo sport essere utile per la crescita dei valori in una situazione di carcere? Ecco come una cosa semplice diventa complessa e come lo sport fatto in un luogo così diverso possa essere davvero un’occasione di coinvolgimento, sfida, accettazione della regola e, perché no, possibilità di reinserimento.

A parlare meglio di questa opportunità è Fabio Canavesi, detenuto di “lungo corso”, che da anni è impegnato in un progetto di reinserimento in collaborazione con alcune cooperative, e che da qualche mese lavora alla Uisp. In parte è suo il merito di aver fatto sì che questa idea, partita più di un anno fa, si sia concretizzata. La sua esperienza, quella di chi le condizioni del carcere le conosce bene, ha permesso di capire che anche lo sport può aiutare a creare un clima di reinserimento vero. Parlando con lui del progetto emergono parole come serenità, riattivazione di relazioni familiari, responsabilità, valori e dignità. Non serve molto altro per capire che non si tratta di sport o meglio non è solo questo. È la società civile, i “normali” che entrano in carcere e incontrano gli “altri”. Lo sport diventa un modo per avvicinare le persone, parlare, conoscersi e abbattere i muri, non solo quelli del carcere che restano alti e spessi, ma in primis quelli fra le persone.

Una cosa colpisce nel racconto dei tornei ed è il commento degli arbitri. Si sono trovati tutti bene. Si aspettavano di peggio, abituati alle partite in cui i genitori e i ragazzi si incalzano urlando bestemmie, qui no. Questa è stata un’occasione ed è andata bene. Non significa che non c’erano competizione e agonismo, significa solo che anche lo sport può dare il suo contributo. E non è cosa da poco.

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Il terzo tempo. I vari allenatori – Marco Gritti per il rugby, Claudio Pasini per la pallavolo, Stefano Arbiz per il calcio e Ivana Ramanuzzi per lo yoga – hanno lavorato soprattutto sul famoso terzo tempo del rugby, per mostrare come lo sport vada al di là di tante cose. Hanno lavorato tanto, sia con la sessione femminile che con quella maschile, e purtroppo gli esclusi dal progetto sono stati molti, seppur non in modo permanente. Oltre il muro non vuole creare la squadra perfetta o cercare il fenomeno inaspettato, vuole solo lavorare con le persone, né più e né meno come fa con i nostri ragazzi agli allenamenti. Ecco il succo.

Non si tratta di creare un clima di autoreferenzialità in cui ognuno di noi dica quanto sono brave le associazioni che si impegnano in questo. Si tratta invece di offrire alternative, se non concrete di lavoro in società sportive, quantomeno di pensiero. Un pensiero alternativo che mostrando opportunità diminuisce la recidiva, aumenta la fiducia e costruisce relazioni fra persone, come nei migliori propositi di reinserimento sociale.

Una curiosità. Il 26 luglio si è svolta la finale del torneo di pallavolo femminile. La speranza è che il progetto vada avanti anche per i prossimi anni dando continuità e ampliandosi. Una delle cose a cui si sta lavorando, per esempio, è quella della creazione di un corso arbitri, per formare professionisti che possano svolgere la loro attività nelle varie partite di categoria. Sembra una piccola cosa, ma dimostrerebbe la volontà di arrivare a grandi traguardi.

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