Il biorto

Un pezzo di terra a Treviolo dove coltivare vite più felici

Un pezzo di terra a Treviolo dove coltivare vite più felici
30 Novembre 2017 ore 07:00

I destini che si sono incrociati per merito del progetto Biorto, dove lavorano persone in condizioni di difficoltà, sfiorano il centinaio. Sono infatti ben cinque anni che l’iniziativa ha preso il via, per volontà dell’associazione Opera Bonomelli, che da sempre si occupa di persone senza fissa dimora, in situazioni di marginalità, con diverse patologie, tra cui alcoliche, tossicodipendenti, psichiatriche. Da circa un anno, quel progetto nato e sviluppatosi a Bergamo, ha preso casa a Treviolo, tra via Gandhi e via Broglio.

«Ci siamo trasferiti dalla città perché il vecchio proprietario del terreno non aveva più la necessità di portare avanti il nostro progetto – ha spiegato Vittoria Persico, educatrice del centro -. L’iniziativa su Treviolo è pensata per essere più duratura. Il Comune ci sta aiutando tantissimo a intessere legami di solidarietà a cui stanno collaborando anche le associazioni del territorio». Il Biorto, in sostanza, ha il grande merito di garantire l’inserimento lavorativo degli ospiti all’interno della comunità, ma a essere coinvolti sono anche soggetti esterni. L’Opera Bonomelli organizza infatti frequenti tirocini formativi, per dare spazio a situazioni lavorative protette all’interno dell’azienda.

 

 

«L’idea è nata dal mio direttore, Giacomo Invernizzi. Si era focalizzato sull’ambito dell’agricoltura perché rappresentava una buona possibilità a livello economico, e perché per quanto riguarda l’aspetto pedagogico, l’attività orticola ha una serie di caratteristiche vincenti per gli ospiti che hanno bisogno di riprendere in mano le capacità pratiche che hanno perso negli anni». Assunte, attualmente, sono cinque persone, mentre i tirocini coinvolgono una media di dieci persone all’anno. La quotidianità comprende le varie sfaccettature del mondo agricolo, dalla produzione di ortaggi di stagione, con la semina, la raccolta e la successiva vendita diretta. «L’aspetto davvero innovativo è chiaramente rappresentato dalla componente sociale. Chi sceglie di acquistare gli ortaggi da noi sa che sposa il nostro progetto in toto, sa che sarà servito da persone che stanno imparando il mestiere, da gente che sta vivendo un momento di fragilità e che sta affrontando un passaggio per un reinserimento sociale». Biorto viene quindi scelto per la qualità della verdura, certo, ma l’aspetto sociale è ciò su cui gli educatori puntano a mettere l’accento.

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Tra i lavoratori coinvolti, qualcuno è passato attraverso questa realtà, per poi traghettare verso altri ambienti, sempre nello stesso settore. Altri, invece, «qui hanno trovato la stabilità di cui avevano bisogno. Noi accompagniamo queste persone verso il percorso di reinserimento. È garantito per un certo periodo anche un reddito, che non è altissimo, ma che consente di affrontare le spese primarie». Il lavoro in mezzo ai campi, dunque, è inscindibile da una parte educativa, che è necessaria a creare un legame anche duraturo, che vada oltre le ore di lavoro. «Loro sono responsabilizzati, per stare in piedi ognuno sa che deve fare il proprio pezzettino. Spesso inoltre ci confrontiamo tra di noi, per trovare le strategie migliori».

Qualcuno ha alle spalle esperienza nel settore, e rappresenta una risorsa preziosa. Qualcun altro invece parte da zero, e affronta il percorso dall’inizio. Tra questi ultimi, ci sono soprattutto i rappresentanti delle nuove generazioni, «quelle che si stancano più facilmente del mestiere, rispetto a chi ha quaranta, cinquant’anni. Sembra un controsenso, ma pur essendo più anziani e sentendo maggior fatica, sono quelli in grado di trovar un maggior significato in quello che fanno».

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