Una storia che dà speranza

La commozione del viceministro che ha salvato 300 posti di lavoro

La commozione del viceministro che ha salvato 300 posti di lavoro
18 Dicembre 2014 ore 15:20

Irisbus era un’azienda di produzione di autobus, che dal 2001 è passata sotto il controllo della ben più nota e ricca Iveco. Gli stabilimenti sono disseminati in diversi Paesi europei, in particolare in Francia, Repubblica Ceca e Italia, e proprio sul nostro territorio ce n’è uno, in provincia di Avellino, che, non riuscendo più a rispettare parametri produttivi adeguati (dai 717 veicoli sfornati nel 2006 si era scesi ai 145 del 2011), stava andando incontro alla chiusura. Con buona pace (si fa per dire) dei 300 operai impiegati nello stabilimento.

Le trattative. In Campania, naturalmente, si trattava di un fatto che non poteva essere accettato; ne è nato così un intenso dialogo fra i parlamentari irpini e il viceministro allo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti, già sottosegretario allo stesso dicastero con Monti e Letta e promosso all’attuale ruolo da Matteo Renzi. L’obiettivo è stato presto individuato nell’intervento della King Long Ltd, azienda cinese operante nel settore della produzione di trasporti, che a partire da fine primavera si è seduta al tavolo delle trattative con il Governo e il sindacato di Finmeccanica. La partita è stata lunga e tortuosa, costellata da scioperi, proteste e anche da un intervento della Fiat che ha rischiato di far saltare tutto.

Ma, alla fine, lo scopo è stato raggiunto: la cessione del ramo d’azienda alla newco è stata completata e il progetto di reindustrializzazione, con l’assorbimento di tutti i lavoratori, può finalmente partire. La neonata società chiederà un periodo di cassa integrazione per la riorganizzazione degli impianti, durante il quale sarà attivato un percorso formativo per i lavoratori. Prima di Natale ogni dipendente sarà convocato nello stabilimento per sottoscrivere il nuovo contratto di lavoro.

La soddisfazione, naturalmente, è grande per tutte le parti in gioco: anzitutto per quei 300 lavoratori che, dopo il concretissimo rischio di perdere il posto di lavoro, si vedono ora coinvolti in un progetto industriale forse ancor più promettente del primo; in secondo luogo per i sindacati, che hanno visti premiati i loro sforzi a tutela dei lavoratori dello stabilimento; e infine, per il viceministro De Vincenti, per il quale, oltre che di soddisfazione, si può parlare di vera e propria commozione.

 

 

Le lacrime del viceministro. Ieri infatti, mercoledì 17 dicembre, si è svolto un incontro finale fra De Vincenti, l’amministratore delegato di King Long Italia, i rappresentanti sindacali e alcuni lavoratori: un momento particolarmente atteso, poiché era quello dell’annuncio ufficiale della riuscita dell’opera di salvataggio di stabilimento e impiegati e della firma definitiva dell’accordo.

La voce recante la buona novella è stata quella di De Vincenti, il quale ha espresso tutta la propria soddisfazione, sottolineando come, per il Governo, la produzione di autobus in Italia sia argomento su cui c’è molta sensibilità, in quanto ritenuto parte di un settore industriale, quello dei trasporti, strategico. Successivamente, fatti i dovuti auguri per questo nuovo inizio a tutti, De Vincenti si è premurato di soffermarsi su un aspetto forse meno pragmatico del salvataggio dei posti di lavoro, ma da un certo punto di vista non meno importante: la speranza che questa vicenda ha riacceso negli stessi impiegati e nelle loro famiglie. Su queste parole, il viceministro si è letteralmente commosso, rompendo la propria voce con alcuni, piccoli singulti.

Nell’assistere a questa scena, non si può certo restare insensibili alla vicinanza dimostrata da De Vincenti, e quindi dalla politica tutta, alla sorte lavorativa di questi 300 operai; e, forse, il viceministro ha utilizzato davvero la parola più azzeccata: speranza; un tenue lume in un mare di polemiche e rancori che dimostra a tutti che la politica non è realmente così distante e disinteressata al futuro dei propri cittadini, come in tanti vogliono far credere.

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