Pensare positivo
Da un articolo del "New York Times"

Dimmi che password usi e quasi sicuramente ti dirò chi sei

Dimmi che password usi  e quasi sicuramente ti dirò chi sei
Pensare positivo 22 Novembre 2014 ore 12:15

Le password svelano molti più “segreti” sulle nostre vite degli account che proteggono. Se pensate di riuscire a farvi un’idea di una persona semplicemente spulciando la sua pagina Facebook, vi sbagliate di grosso. Per avere informazioni veritiere e genuine sulle esperienze degli altri, dovremmo venire a conoscenza delle password che usano. Un giornalista del New York Times ha fatto un sondaggio tra amici e sconosciuti, domandando quale fosse il loro “Apriti Sesamo” preferito. Quasi tutti hanno risposto con parole associate ad eventi significativi delle loro vite, oppure con espressioni scaramantiche, dei mantra che usavano ripetersi prima di sfide importanti. Un ex detenuto ha detto di impiegare come password il numero di identificazione del suo compagno di cella, un modo come un altro per ricordare a se stesso di non ricadere nella criminalità. Una donna, invece, ha dichiarato di essere riuscita a fare cambiare il pin della carta di credito del marito, dopo avere scoperto che corrispondeva alla data di nascita della sua ex fidanzata. Ora le cifre corrispondono al suo compleanno. In altri casi, le password sono tracce di ferite emotive, esperienze negative che vengono in questo modo esorcizzate.

Qual è il significato profondo delle password e quale funzione hanno, in relazione al nostro vissuto? Andy Miah, un professore di Scienze della Comunicazione e Digital Media all’Università di Salford in Inghilterra, ci offre una risposta da un punto di vista antropologico. Le password-ricordo, quelle che richiamano episodi importanti della vita individuale, ritualizzano un incontro quotidiano con il nostro passato. Per alcune persone questi riti sono motivazionali: alcuni atleti, ad esempio, usano come password i target che si propongono, ad esempio record da battere, tempi da accorciare. Internet, insomma, sta diventando un luogo (o non-luogo) confessionale.

Dieci anni fa, Bill Gates ha annunciato durante una conferenza a San Francisco che nel futuro le persone si affideranno sempre di meno alle password. Negli ultimi anni, sono stati sviluppati sistemi che ci identificano attraverso le cose che possediamo, oppure attraverso la scansione dei nostri occhi, della voce e delle impronte digitali. Quest’anno, ad esempio, Google ha acquistato SlickLogin, una start-up che verifica gli account utilizzando le onde sonore; gli iPhone, invece, sono equipaggianti di scanner per le impronte digitali già da più di un anno. Ma nonostante questo e nonostante le previsioni di Gates, le password continuano a proliferare. Secondo LastPass, una compagnia che si occupa di fornire software che registrano password, cinque anni fa avevamo in media, a testa, 21 password. Oggi il numero è cresciuto fino a 81.

 

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Siamo proprio affezionati, a quegli asterischi che nascondono le nostre parole segrete. Ma purtroppo per noi non sempre le scegliamo tenendo presente che devono soprattutto garantire la sicurezza dei nostri dati. Nel dicembre 2009, un hacker dell’Est Europa si è imbattuto in un database di 32 milioni di password della compagnia RockYou, un gestore di network per giochi online. Alcune settimane dopo, l’hacker ha pubblicato l’intero database, tra i più grandi che siano stati resi noti fino ad oggi. Un piccolo gruppo di scienziati del computer  dell’Istituto di Tecnologia dell’Università dell’Ontario ha colto la palla al balzo e ha cominciato a studiarlo da un punto di vista lessicale. Hanno così scoperto che ‘amare’ (to love) è il verbo di gran lunga più diffuso. Le sue coniugazioni ricorrono circa il doppio delle volte rispetto a quelle del verbo ‘essere’ (to be) e circa 12 volte di più rispetto al verbo ‘odiare’ (to hate). Gli aggettivi più frequenti sono ‘sexy’, ‘hot’ e ‘rosa’ (il colore, non il fiore). Inoltre, i nomi propri maschili sono quattro volte più diffusi di quelli femminili dopo frasi che iniziavano con: “io amo…”

Christopher Collins, uno dei ricercatori, ha spiegato che questo lessico affettivo, legato all’amore, compare spesso in forme criptate. La parola team, ad esempio, corrisponde all’espressione spagnola te-amo; il numero 14344 è il codice usato nello slang urbano al posto di ti amo moltissimo (I love you very much; i numeri indicano quante lettere ci sono in ogni parola). Ma le password rivelano anche il lato più oscuro di noi stessi. Jospeh Bonneau, tra i primi scienziati ad avere studiato l’archivio di RockYou, è rimasto sconvolto dalle migliaia di persone che usano password come killmeplease (uccidimi ti prego), myfamilyhatesme (la mia famiglia mi odia) – per non parlare di oscenità e insulti razziali. Le password analizzate hanno una caratteristica in comune, quella di riferirsi a esperienze personali. Collins ha spiegato che «quello che il database ha reso chiaro è che gli esseri umani sono l’anello debole della sicurezza dati. Le persone usano password che abbiano un significato per loro, per renderle più facilmente memorizzabili».

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