Meglio di una fiction

Tre libri per conoscere la Fallaci

Tre libri per conoscere la Fallaci
20 Febbraio 2015 ore 17:37

In un’intervista concessa alla Rai nel 1993, venne posta ad Oriana Fallaci una domanda all’apparenza molto curiosa: signora Fallaci, ma è vero che il cancro da cui è affetta è colpa del suo lavoro di traduzione? Una domanda che ha quasi dello scherzosamente offensivo, ma che in realtà nasconde un aneddoto che la stessa Oriana avrebbe, in risposta, raccontato. La Fallaci riporta la memoria sua e di tutti al periodo in cui si ritrovò, costretta da un pessimo traduttore inglese, a riportare di suo stesso pugno una delle sue più celebri opere, Insciallah, in lingua britannica. Era il periodo in cui la Fallaci cominciava a soffrire di disturbi, anche molto dolorosi in base a quanto riportato dalla stessa autrice, che le fecero presagire la presenza di un cancro, quello che l’avrebbe portata, nel 2006, alla morte. In quel momento, racconta, si trovò di fronte ad un’alternativa: correre immediatamente da un medico, il quale con ogni probabilità l’avrebbe fatta operare già la mattina successiva, oppure aspettare, così da poter terminare il lavoro di traduzione di Insciallah. Oriana scelse la seconda opzione, dando così alla malattia la possibilità di proliferare ulteriormente. Una scelta folle, direbbe chiunque, che la giornalista e scrittrice giustificò così: con le sue opere, con i suoi libri, la Fallaci avvertiva un rapporto quasi materno, li concepiva come i suoi figli, dei quali voleva prendersi cura come fosse la più premurosa della madri.

Da questo episodio emergono così, lampanti, molti aspetti della personalità della Fallaci: la tenacia, la dedizione al proprio lavoro, la passione nel raccontare al mondo le cose per come erano davvero, senza il rischio che una cattiva traduzione potesse obnubilarne, anche solo in minima parte, il significato vero. Ecco perché, per tutti coloro che non hanno avuto l’occasione di conoscere la Fallaci personalmente, il modo migliore per entrare, anche solo metafisicamente, a contatto con lei, le sue idee, la sua personalità, ancor più che una fiction o un documentario, è leggere i suoi libri. Certo, alcune opere sono più significative di altre, poiché, per il momento storico o la ragione per cui sono state redatte, dicono qualcosa di più interessante della grande scrittrice, giornalista o donna. Eccone alcuni esempi (considerateli, naturalmente, inviti alla lettura).

 

Intervista con la storia (1974)
BUR, 14 €, 879 pp.

01

Uno dei motivi per cui Oriana Fallaci è divenuta la giornalista italiana più apprezzata di sempre sta senza dubbio nelle interviste che ha condotto con le figure di maggior spicco della seconda metà del Novecento. Da Henry Kissinger a Giulio Andreotti, da Yassir Arafat a Golda Meir: in tanti sono passati attraverso il turbinio di domande scomode (e spesso aggressive) della Fallaci. Memorabile, ad esempio, l’intervista al leader di Al Fatah, il quale, dopo essere stato messo alle strette da insistenti domande circa l’azione del terrorismo palestinese, è stato apertamente definito dalla Fallaci come «un uomo per niente grande». Oppure nell’intervista ad Andreotti, che la Fallaci non si è esentata dall’accusare di corruzione, (e con lui tutto il sistema politico in generale). O ancora le critiche rivolte nientemeno che a Harry Kissinger, segretario di Stato americano durante la guerra in Vietnam nonché Premio Nobel per la Pace, che la Fallaci definì come un pessimo funzionario visto il disastro avvenuto nella penisola asiatica (che per altro fu teatro del primissimo incarico da reporter di guerra di Oriana). Non si faceva alcun problema a dire tutto quanto pensasse, insomma, e questo libro, oltre ad evidenziare molto del suo pensiero rispetto al Medio Oriente, alla politica italiana o agli Stati Uniti, è una perfetta raffigurazione del modo della Fallaci di intendere il giornalismo.

 

Un uomo (1979)
BUR, 13€, 660 pp.

02

Si tratta di un libro che ripercorre la storia di Alekos Panagulis, dissidente greco durante la dittatura di Papadopoulos nonché compagno e grande amore della giornalista. La storia prende avvio con il tentativo proprio di Panagulis di uccidere il leader, terminato però con la sua cattura. Torturato, condannato ad un’esecuzione capitale mai, per varie vicissitudini, realizzata, Panagulis viene infine liberato, e proprio qui incontra la Fallaci. Alekos dedica gli anni successivi alla prigionia a tentare di organizzare una ribellione nei confronti di Papadopoulos, ma si scontra sempre con la scarsa intraprendenza e il progressivo abbandono da parte degli altri attivisti. Panagulis e Oriana decidono allora di scappare in Italia, tentando di organizzare la resistenza dall’estero. Il libro narra delle vicende politiche di Alekos, accompagnate fedelmente dalla relazione d’amore con la Fallaci, in una drammatica storia che ha fine con la morte di lui, in un incidente d’auto con ogni probabilità premeditato dal regime greco. Si tratta di una narrazione fortemente personale, non tanto per l’affetto provato da Oriana nei confronti di Panagulis, quanto più per gli ideali che animano la vita del dissidente. Lo scontro con il potere tiranno, il desiderio di libertà per il suo popolo, l’orgoglio e la strenua difesa delle proprie idee anche di fronte alle più terribili minacce, l’odio per le gerarchie dittatoriali militari: sono questi gli aspetti che hanno contraddistinto la vita di Panagulis, e certamente quelli che hanno affascinato Oriana, poiché assolutamente condivisi. Un uomo è la porta migliore per accedere agli ideali per i quali la Fallaci ha sempre lavorato, vissuto, e spesso combattuto.

 

Insciallah (1990)
BUR, 14€, 880 pp.

03

Con un titolo tratto da una tipica invocazione araba («Sia fatta la volontà di Dio»), Insciallah è un romanzo basato su fatti realmente accaduti. La storia prende inizio da un attentato che avenne a Beirut la mattina del 23 ottobre 1983, quando due automezzi pieni di esplosivo distrussero le due sedi militari americana e francese, causando la morte di quasi 400 persone. L’attenzione della giornalista si sposta sul contingente italiano in Libia, di cui descrive i componenti, tramite nomi fittizi, e di cui racconta, nelle settimane successive, le strambe vicende, a partire da quello che cerca la formula della Vita a quello che si rammarica per la perdita dei valori cavallereschi. Il romanzo è uno stupendo riassunto dell’esperienza che la Fallaci ha acquisito negli anni da reporter di guerra: la perizia nelle descrizioni degli eventi bellici, l’abilità nel cogliere e raccontare i sentimenti e gli stati d’animo dei soggetti coinvolti e anche la crudezza del presentare gli aspetti peggiori e cruenti della guerra, di cui è sempre stata strenua e fiera oppositrice.

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