Gestisce panetteria, kebab e ristorante

La bella storia del profugo Abdul Vendeva penne, ora ha tre negozi

La bella storia del profugo Abdul Vendeva penne, ora ha tre negozi
05 Dicembre 2015 ore 10:40

Abdul Halim al-Attar gestisce due panetterie, un kebab e un piccolo ristorante nella capitale libanese, Beirut. Alle sue dipendenze lavorano altri sedici rifugiati siriani. Eppure, fino a pochi mesi fa, Abdul vendeva penne per le strade della città, perché «tutti hanno bisogno di una penna. Qualunque cosa tu faccia, chiunque tu sia, ti servirà una penna». Quando andava bene guadagnava 35 dollari e non sapeva come sfamare i suoi due bambini. Poi una fotografia scattata da un passante e pubblicata sul web gli ha salvato la vita.

 

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Una campagna per il venditore di penne. Lo scatto ritraeva l’uomo, trentatreenne, mentre cercava di vendere penne nel caldo insopportabile di un giorno d’estate. Tra le sue braccia dormiva la figlia, la testa china sulla spalla del padre. In poco tempo, l’immagine è diventata virale e ha profondamente commosso un norvegese, Gissur Simonarson, un attivista e giornalista, nonché fondatore di Conflict News. Simonarson ha creato un account Twitter sotto il nome di @buy_pens e ha dato avvio a una campagna di raccolta fondi. L’obiettivo era quello di riuscire a ottenere 5mila dollari da donare a Abdul e alla sua famiglia. Tre mesi dopo, la campagna ha riscosso un successo insperato. Al-Attar ha ricevuto infatti 191mila dollari, grazie alla generosità di uno sconosciuto e di molti altri ignoti benefattori.

 

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Una svolta per Abdul. «Ancora non riesco a credere che stia accadendo proprio a me. Non capivo quello che stava succedendo. Un giorno mi sono svegliato per andare al lavoro e improvvisamente centinaia di persone mi si sono avvicinate, cercavano di parlarmi e non capivo perché. All’inizio avevo paura, pensavo che volessero portarmi via i bambini», racconta Abdul. Consegnargli il denaro, comunque, è stata una vera impresa. Finora Abdul ha ricevuto solo il 40 percento della somma totale e i sistemi di trasferimento come Indiegogo e Paypal hanno richiesto circa 20mila dollari, a causa di tasse bancarie e costi aggiuntivi. Inoltre, siccome Paypal non funziona in Libano, il denaro viene consegnato a poco a poco da un amico di Abdul, che riesce a prelevare a Dubai. Nonostante queste difficoltà, l’uomo ha subito regalato 25mila dollari ai suoi amici e ai familiari rimasti in Siria e si è poi dato da fare per dare una svolta alla sua vita. Ha costruito delle piccole imprese e ha lasciato l’unica stanza in cui abitava prima con i suoi bambini. Ora alloggia in un appartamento con due camere da letto, in un edificio ancora in costruzione. Nonostante la loro casa non sia una reggia, la figlia di al-Attar, Reem, è molto soddisfatta della nuova sistemazione. La bambina ha quattro anni, mentre il fratello Abdullelah, di nove, è tornato a scuola dopo tre anni di assenza.

 

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«Mi sento più rispettato». Al-Attar ha vissuto per un po’ di tempo a Yarmouk, un campo per rifugiati palestinesi nella parte meridionale di Damasco, dove ha lavorato in una fabbrica di cioccolato.  Nonostante provenga dalla Siria, infatti, Abdul è palestinese e pertanto non ha la cittadinanza siriana. «Sapere che ha aperto un ristorante e che i suoi bambini stanno bene mi ha reso felice», racconta Simonarson. Aggiunge, però, che è stato scoraggiato dagli ostacoli che si sono dovuti superare per fare avere ad al-Attar quello che gli spettava. In ogni caso, Abdul si sente molto grato. I suoi negozi vanno molto bene e gli ordini aumentano di giorno in giorno. «Quando Dio vuole darti qualcosa, lo avrai di sicuro», dice con un sorriso. Oggi si sente finalmente parte della comunità libanese e le persone sono più gentili nei suoi confronti. Abdul si sente più rispettato, e ne è molto orgoglioso.

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