Aveva 57 anni

Addio a Giorgione, gigante buono: il saluto della Curva Nord e il ricordo del Bepi

Giorgio Forini s'è spento dopo una brutta malattia. Tifosissimo dell'Atalanta, era molto amico di Tiziano Incani, che gli ha dedicato un pensiero commosso e commovente

Addio a Giorgione, gigante buono: il saluto della Curva Nord e il ricordo del Bepi
29 Gennaio 2020 ore 08:30

Si è spento all’età di 57 anni Giorgio Forini, per tutti “Giorgione”, una vita passata sulle ambulanze a Romano e a tifare l’Atalanta. Come racconta Il Giornale di Treviglio, Giorgione ha lottato fino all’ultimo, ma purtroppo si è dovuto arrendere alla malattia. Si è spento la mattina di lunedì 27 gennaio. Originario di Casazza, dove viveva, Forini ha passato la sua vita professionale all’ospedale di Romano. Da molti è ricordato a bordo dell’ambulanza o in attesa di una chiamata nell’atrio del Pronto Soccorso dell’ospedale di Romano.

Ma Giorgione ha avuto anche una grande passione, che è diventata una ragione di vita: l’Atalanta. Grande tifoso, è stato una colonna storica della Curva Nord. Sempre presente per sostenere la sua Dea, anche nei momenti duri della malattia non ha mai smesso di vivere per l’Atalanta e in questi giorni sono tante le testimonianze di cordoglio e affetto dai ragazzi della Curva, che è stata la sua seconda casa. Tant’è che anche la pagina Facebook “Sostieni la Curva” ha voluto ricordarlo con un messaggio semplice ma sentito: «Ciao Giorgiù!».

Tra i messaggi di cordoglio più belli e sentiti per Giorgione, però, c’è quello che gli ha dedicato un amico speciale: Tiziano Incani, alias il Bepi, di cui Giorgione era un grande fan. I due, negli anni, avevano stretto un intenso rapporto di amicizia e per questo motivo le parole del Bepi alla notizia della scomparsa del 57enne sono commoventi ed emozionanti:

«Dovrei avere il tempo per andare negli archivi fotografici del Bepi, pescare le foto in cui portava i suoi 130 kg a ballare la techno sul palco di Trescore, con un sorriso da bambino sul volto che valeva l’incasso della festa. Dovrei recuperare l’orgoglio con cui, ai tempi in cui ancora cantavo “Massimo Carrera” tra la folla, spostava la gente davanti a me, proprio come si fa con le vere star. Dovrei ripescare le volte in cui mi prendeva in spalla e mi portava ovunque per dimostrare che poteva farcela (gliel’ho ricordato anche l’ultima volta che l’ho visto, quando sono stato io a doverlo sollevare di peso per metterlo a letto). Dovrei ricordare quando al BepiRaduno di Nembro ripeté l’operazione con in spalla Al-ber-to! (e la sua tastiera) che suonava “Per l’Atalanta”.

Giorgio era mio amico. Ne era oltremodo fiero.

A lui perdonavo anche quel suo dire costantemente a tutti: “Lo sai chi è lui?”, anzi, “Sét chi ca l’è chèsto?”, perché lui era molto più a suo agio col dialetto che con l’italiano. E poco importava se, una volta ogni tre, gli dovevi far ripetere cos’aveva detto, un po’ perché se lo era mangiato, un po’ perché ‘l sò dialèt dela Al Caalìna l’ìa tròp istrécc.

Il suo calvario mi fa paura. Mi fa paura pensare a quanto si debba soffrire per riuscire a lasciare questo mondo. Mi fa paura quella sofferenza talmente grande da non riuscire nemmeno più a comunicarla. Ma, ancora una volta, mi sbalordisce la forza di quest’uomo che fino all’ultimo non l’ha mollata la vita, aggrappato a un ottimismo straripante, a un’allegria innata che riusciva a venir fuori persino gli ultimi giorni, a una passione per la Dea che era profondissima, viscerale, al punto che, pur non parlandone più, io non ricordo d’averlo mai visto vestito con colori diversi dal nerazzurro, nemmeno all’ospedale.

Giorgio mi aveva affiancato come “valletta” in qualche puntata del Bepi Quiss: era stato bravo perché, contrariamente a quel che si sarebbe pensato, aveva il senso dell’umorismo, ma anche della misura e sapeva fin dove poteva spingersi. Qualcuno lo criticò per questo. Per avermi fatto da “gioppino” e non aver mai ripudiato il Bepi. Giorgio conosceva bene il branco, ma rimaneva Giorgio, sempre. Non me lo disse mai quanto lo facevano soffrire certe liti che aveva fatto e faceva per “colpa” mia, ma non ebbe mai un solo dubbio nel volerle fare. “Quando ègne fò de l’uspedàl ta fó sunà a Munasteröl e pò a Ranzanìch… e pò a Spinù: ta fó rià söl palco col motoscafo!”, mi diceva sempre. “S’pöl gnach indà col motoscafo söl lach de Ènden!”, rispondevo. “Preòcüpes mia té…”.

“M’ét purtàt chi laùr là (adesivi) de metì sö söl mé quad? Bala Valseriana, la crapa la sfiama…”, mi disse in ospedale solo poche settimane fa. “Certo – risposi io – e ta ‘nno fàcc zo ön óter c’al dis SPUSTISSA CHE ‘L PASSA ‘L GIURGIÙ!”. Sono convinto che dove è andato Giorgio quell’adesivo non servirà, ma, esattamente come facevamo io e i Prismas, si sposteranno tutti lo stesso, mettendo la faccia più impaurita del mondo, perché lui ci teneva a essere “ü catìf”. Lo dicevano i suoi innumerevoli tatuaggi, gli orecchini, i piercing, l’elenco cospicuo di marachelle… Epür al ga mai credìt nisü stès. “L’è ‘ndàcc a sta bé chèl cagnì là, eh Bepi! A ‘lla töt öna s-cetìna ca ‘llo trata pròpe bé… Madóna sa l’ìa cuntéta!”. Una frase da vero gangster. Anzi, da vero Lord e, una volta tanto, senza ironia.

Ciao Giorgio…».

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