Pesca vietata per altri tre anni

L’enigma delle alborelle quasi sparite dal Lago d’Iseo

L’enigma delle alborelle quasi sparite dal Lago d’Iseo
10 Luglio 2014 ore 20:20

Estate non vuol dire escursioni solamente in montagna, ma anche al lago. Il lago per eccellenza della provincia di Bergamo, insieme al suggestivo specchio d’acqua di Endine, il lago d’Iseo, o Sebino, condiviso con la confinante provincia di Brescia. Nella classificazione delle acque del calendario di pesca 2014 del Servizio Caccia e pesca della Provincia di Bergamo, il Sebino è annoverato fra le acque di tipo “A”. Ciò vuol dire che presenta una popolazione ittica durevole, abbondante e variegata, di notevole interesse non solo ecologico ma anche gastronomico (nel lago d’Iseo è consentita la pesca professionale).

L’agone.

Tra le specie più interessanti c’è un piccolo pesce di 15 cm, l’agone (Alosa fallax), noto in provincia di Bergamo e in provincia di Brescia con il termine di sardina. Anche se ha ben poco a che vedere con la sardina di mare, ha in comune con essa il destino di finire sulla tavola di molti ristoranti. In particolare il termine sardina ricorda che tra tutti i pesci di acqua dolce, notoriamente insipidi rispetto a quelli di mare, l’agone conserva una sapidità superiore.

L’agone discende dalla cheppia, un pesce di mare che ancora oggi risale il corso del Po per la deposizione delle uova e si spingeva un tempo, prima che esistessero tutti gli attuali sbarramenti artificiali creati per derivare acqua per produzioni energetiche o per scopo irriguo, anche lungo gli affluenti del Po, come il Serio, l’Adda, il Brembo. Con ogni probabilità, risalendo l’Oglio, la cheppia raggiunse anche il lago d’Iseo, creando una popolazione adattatasi all’acqua dolce, che per ragioni a noi sconosciute non è più tornata al mare dopo la deposizione delle uova. Tra i più importanti laghi lombardi che oggi ospitano l’agone in maniera stabile ci sono il lago di Garda, il lago di Como e appunto il Sebino.

agone 1bis

Questa specie, che una volta costituiva la parte preponderante del pescato del lago d’Iseo (ne rappresentava mediamente il 50%), nei decenni scorsi aveva subito una forte contrazione dovuta soprattutto a due cause. L’eutrofizzazione, cioè la presenza di materie azotate nell’acqua date dall’inquinamento fecale, e le variazioni di livello del lago. Se il primo problema è stato risolto con la raccolta delle acque nere, il secondo risente dell’andamento della stagione. È un pesce che, come altri, fa la frega, cioè depone le sue uova biancastre (da 15 a 20 mila per femmina) a pochi centimetri dal bagnasciuga, su un letto di ghiaia. Questa particolarità lo rende ovviamente vulnerabile alle variazioni di livello del lago, che ne possono causare il forte decremento della popolazione da una stagione all’altra. Il 2014 è un anno fortunato per il nostro pesce, perché le numerose piogge mantengono il livello del lago abbastanza elevato. E così la pesca dell’agone si è regolarmente aperta il 15 giugno, dopo un mese di divieto al fine di tutelare il suo periodo riproduttivo.

Sui balconi delle case e sui pontili si possono vedere singolari archi di legno dove questi pesci, una volta pescati, vengono tesi ad asciugare all’aria aperta, secondo un antico procedimento di essicazione (sono i cosiddetti agoni sèc) e poi messi sotto olio per la conservazione. Nei ristoranti del lago vengono serviti su una fetta di polenta fredda grigliata, una volta cibo dei poveri delle popolazioni rivierasche, oggi ritenuto un piatto prestigioso della ristorazione del lungolago.

foto agone e polenta bis

 

L’alborella.

L’altro pesce di cui è ricco il Sebino è l’alborella (Alburnus alborella), pesciolino di pochi centimetri, che con l’agone era “il pane dei poveri” delle popolazioni rivierasche. Un tempo veniva pescato prevalentemente per mezzo di reti e subito consumato fritto o fatto essiccare per la conservazione in salamoia. Fino agli anni ’50 lungo il muretto della litoranea prospiciente il lago si potevano trovare delle lenzuola o degli asciugamani con le alborelle appena pescate, mentre le anziane passavano ogni ora a rivoltarle per favorire la loro essiccazione.

L’alborella è alla base di un curioso piatto bergamasco, ormai destinato all’oblio ma che una volta costituiva una pietanza diffusa fra le popolazioni litoranee, la cosiddetta fritada n’ciodada (frittata inchiodata). Era un piatto realizzato in pochissimi minuti dalle massaie, le quali utilizzavano delle uova per preparare una semplice frittata, insaporita però con qualche manciata di alborelle essiccate, quindi rigide e simili a chiodi (da qui il nome). Un piatto umile ma che ha sfamato per secoli intere popolazioni, considerato che le alborelle venivano anche commercializzate nei paesi all’interno della bergamasca o nelle valli.

alborella 2bis

L’alborella era uno dei pesci più diffusi nel lago d’Iseo, tanto diffuso che alla fine degli anni ’70 venne addirittura utilizzato per la produzione di foraggio per il bestiame domestico. Ma nei giorni scorsi le province di Bergamo e di Brescia hanno deciso di prorogare di ulteriori tre anni il divieto di pesca dell’alborella per porre rimedio al notevole decremento della popolazione di questa specie, le cui cause non sono ancora note. Gli esperti attribuiscono il calo a due principali fenomeni: le variazioni di livello del lago che, come per l’agone, espongono il letto di frega all’aria aperta e qualche particolare forma di inquinamento che è andata a colpire proprio questo piccolo pesce. Un pesce piccolo, certo, ma importantissimo, visto che l’alborella sta alla base della catena alimentare di tutto il lago. Pesci predatori come il luccio e il persico reale sono specie che per vivere hanno bisogno anche e soprattutto dell’alborella. Senza di essa, dunque, verrebbe compromessa la biodiversità dell’intero Sebino.

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