Quando andate a Milano, prendete la linea 2...

Ambrogio, che si festeggia oggi

Ambrogio, che si festeggia oggi
05 Dicembre 2014 ore 15:24

Una delle cose più belle al mondo è dover scrivere qualcosa dei santi. Da una parte è durissima, perché – specie per alcuni, come Ambrogio – si rischia di non arrivare mai a metter giù neanche una sillaba, tanto son belle le opere che ci hanno lasciato e gli scritti di coloro che già ne hanno parlato. Dall’altra, e proprio per quanto appena detto, è così consolante avere il diritto (te l’hanno chiesto, quindi obbedisci) di perdersi in questa inesauribile immensità che non si vorrebbe far altro che continuare a vagare nelle testimonianze disponibili, come nella danza di questo artista indiano.

Quando ci si imbatte – ad esempio, in uno scritto di Gérard Nauroy in cui si dice che Ambrogio, quando spiega la Bibbia, non fa come farebbe un insegnante, ma si immedesima a tal punto in ciò che dice da far tutt’uno col testo che – diciamo – commenta, si vorrebbe star delle ore a vedere come procede il suo lavoro. Ma se si comincia ci si perde. Per non fare gli snob (direbbe Paolo Conte) citiamo da wikipedia: «per Ambrogio l’esegesi [la spiegazione del testo biblico, nda] è un modo fondamentale di pensare piuttosto che un metodo o un genere: […] ormai egli “parla la Bibbia”, non più con la giustapposizione di citazioni dagli stili più diversi, ma in un discorso sintetico, eminentemente allusivo, “misterico” come la Parola stessa».

Insomma: per Ambrogio il testo biblico non era una cosa che stava lì, sul leggìo. Era in qualche modo la sua stessa vita detta con altre parole. C’era dentro lui, in quei racconti, in quei canti, in quei personaggi. Erano lui.

La prova che fosse così si trova nella cosa più bella (ma son tante le cose più belle che ci ha lasciato. Si dice così ogni volta che ci si imbatte in un evento che al momento sembra inarrivabile, ma poi se ne trova un altro che lo è di più ancora e ci si ripete. Stupendo errore) la cosa più bella che ci ha lasciato è il canto dentro la liturgia. Dovevano essere un fatto così straordinario, quei canti, che sant’Agostino li richiama spesso nelle Confessioni: «E anch’io, per quanto ancora un po’ freddino perché era poco tempo che ti conoscevo, rimanevo sempre molto colpito dal modo con cui ti ponevi rispetto alla tua città sempre così impaurita, in ansia. E fu proprio allora che in chiesa s’incominciò a cantare inni e salmi come già si faceva in Grecia e in Siria, per evitare che il popolo precipitasse nella noia e nella tristezza» (traduzione non proprio letterale. Agostino, si sa, diventò cristiano in seguito all’incontro con Ambrogio. E ancor oggi, quando sulla linea 2 della Metro la successione delle fermate (prima Sant’Agostino e poi a Sant’Ambrogio o viceversa) ci interpella, il ricordo di quella amicizia non cessa di commuoverci.

Anche qui, non facciamo quelli con la puzza sotto il naso: però quando si sentono quelle messe in cui qualche chitarra gracchia canti insulsi eseguiti male vien proprio da piangere pensando ad Ambrogio e ai suoi inni meravigliosi scritti per le diverse occasioni del giorno e dell’anno perché la gente non sprofondasse nell’angoscia e nella disperazione che oggi sono talora le chitarre sgranate e certe voci scordate a produrre. Viene da piangere perché si pensa che se entrasse in chiesa un altro Agostino fuggirebbe invece di rimanere tanto colpito da voler cambiare vita. Come dice il proverbio: A pensà mal se fa pecà. Ma a cantà mal se va dritti all’inferno.

Anche Ambrogio, del resto, era uno che piangeva.

Si legge nella Vita scritta da Paolino da Milano – che fu l’ultimo suo segretario: «39. Gioiva con quelli che gioivano e piangeva con quelli che piangevano. Ogni volta che uno gli confessava i suoi peccati per ricevere la penitenza, egli piangeva al punto tale che anche quell’altro si metteva a piangere e sembrava essere caduto in peccato egli stesso assieme a quello che era caduto. Ma dei peccati che gli venivano confessati non parlava con nessuno se non soltanto con il Signore, presso il quale intercedeva. Lasciò così un buon esempio ai vescovi successivi, perché fossero intercessori presso Dio piuttosto che accusatori presso gli uomini». Per questo – è sempre Paolino a raccontarlo – teneva in conto quel verso dei Proverbi che dice: “Il giusto quando comincia a parlare, accusa sé stesso” (Se qualcuno gli avesse chiesto chi era, anche lui avrebbe dunque risposto: “Un peccatore”).

E non era così di natura. Era diventato, così. Era nato a Treviri (a.D. 340), in Germania, dove il padre – di famiglia nobile romana – era il prefetto del Pretorio, ossia il più alto ufficiale addetto alla sicurezza dell’Imperatore. In realtà Ambrogio si chiamava Aurelio (come Marco Aurelio) Ambrogio. Da ragazzo non aveva mostrato alcuna attitudine alla vita religiosa. Voleva fare l’avvocato e in effetti – da grande – ci riusciva anche molto bene. Bergamopost ha fatto l’elenco dei maggiori avvocati italiani: Ambrogio sarebbe stato nella parte alta della classifica.

Ma Milano, a quel tempo, non era una città tranquilla. Nelle solite guerre fra cristiani avevano avuto la meglio gli Ariani, che pensavano che Gesù Cristo fosse un po’ meno Dio di Dio Padre. Gli Ariani erano stati scomunicati, ma continuavano lo stesso a far quel che volevano. E a Milano comandavano loro. Gli altri cristiani, quelli fedeli al papa, avrebbero voluto cacciarli, ma non avevano un leader all’altezza. Per questo si rivolsero ad Ambrogio, che era sì un grande esperto in fusioni societarie e passaggi di pacchetti azionari, però non voleva saperne di diventare vescovo perché – come abbiamo detto – gli piaceva far l’avvocato. Non solo: pur essendo di famiglia cristiana, non era nemmeno battezzato. Il solito Paolino racconta che pur di evitarsi questa grana – che è poi la grana per cui lo ricordiamo ancora – quando capì che sarebbero andati a prenderlo in casa pur di convincerlo a star dalla loro, si fece trovare con due mignottone da brivido in salotto: a uno così non gliel’avrebbero certamente mai messa la mitria sul capo, pensava. Ma la gente non è stupida. E allora lui tentò di fuggire di notte verso Pavia… No. Fermiamoci qui.

Ci sarebbe anche da aggiungere che – una volta convinto a diventare vescovo – si fece battezzare, dette tutto quel che aveva ai poveri, smise di farsi trovare con fanciulle allegre e, insomma, si comportò come si comportano i santi. Ma non si può dire tutto.

Almeno qualche accenno all’atmosfera sociale di allora bisognerà tuttavia farlo, perché non si pensi che essere vescovo nel quarto secolo fosse come esserlo oggi.

Ad esempio: una volta che Ambrogio si trovava a Sirmione per ordinare un vescovo, l’Imperatrice – che avrebbe voluto che fosse un vescovo ariano ad ordinarlo – mandò delle donne in chiesa a scatenare una bagarre. Ambrogio si sedette nell’abside in attesa che l’indegna gazzarra finisse ma una delle ragazze ariane, la più esagitata, lo raggiunse e, afferratolo per il manto, cercò di trascinarlo dov’erano le sue amiche “perché queste lo picchiassero e lo cacciassero dalla chiesa” (è il solito Paolino a raccontarlo). Allora si faceva così: se un vescovo non andava a genio a qualcuno, botte da orbi.

Un’altra volta fu l’Imperatore (Teodosio) a ordinare un massacro a Salonicco (che allora si chiamava Tessalonica): Ambrogio gli impose una pubblica penitenza, altrimenti non avrebbe più celebrato messa alla sua presenza. L’Imperatore obbedì. Anche perché il santo vescovo gli aveva chiesto di fare penitenza mediante una lettera privata, così che l’iniziativa apparisse originata dal cuore del pentito e non frutto di una ingiunzione. Poi dice che la Chiesa non si dovrebbe occupare di politica.

Quando andate a Milano, prendete la linea 2 dalla stazione e scendete a sant’Ambrogio. Una volta entrati in chiesa, scendete nella cripta sotto l’altare maggiore. Lì si vedono i corpi di tre santi martiri. Due sono Gervaso e Protaso – colonne della Chiesa milanese dei primi secoli. Il terzo è quello di Ambrogio. Di solito in cripta non c’è nessuno. Ci si può fermare quanto si vuole. Se ci si portano dietro gli inni (con la traduzione, magari) e non si deve scrivere un articolo si può pensare di essere già (un poco) in paradiso.

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