Un dottore che ha avuto coraggio

Gianatti, il primario “disobbediente” del Papa Giovanni che ha smascherato il coronavirus

Attraverso le autopsie (vietate) ha scoperto come agisce il morbo nell’organismo: da lì le prime cure efficaci. Grazie a lui migliaia di vite sono state salvate

Gianatti, il primario “disobbediente” del Papa Giovanni che ha smascherato il coronavirus
28 Settembre 2020 ore 16:38

di Francesca Fenaroli

I camion carichi di salme che sfilavano sotto le nostre finestre li abbiamo visti tutti, come il bollettino di guerra quotidiano con la conta dei deceduti. I medici disperati, impotenti davanti a questo nuovo virus devastante si sono mossi come potevano e con i mezzi che avevano: è proprio nelle situazioni più disperate che ci sono persone alle quali si accende la famosa lampadina in testa e tra queste c’è Andrea Gianatti, direttore del dipartimento di medicina di laboratorio e dell’unità di anatomia patologica (che si occupa delle autopsie e di analisi dei tessuti) dell’ospedale Papa Giovanni.

Dottor Gianatti, partiamo dal principio: come ha affrontato i primi giorni della pandemia?

«Dopo la prima grave ondata di pazienti a febbraio, come tutti i colleghi e il personale sanitario dell’ospedale, abbiamo seguito un corso super accelerato su come gestire i casi di Covid».

Come è stato tornare in corsia?

«Non è stato semplice, ma io e il mio team, come tutti i medici dell’ospedale, abbiamo abbandonato temporaneamente la nostra disciplina per dare il nostro contributo nell’emergenza spaventosa che si era creata».

Ci spieghi che cosa è successo.

«Ci morivano i pazienti davanti agli occhi di insufficienza respiratoria e, nonostante tutti gli sforzi, i respiratori, la Cpap e i farmaci non riuscivamo a fermare questa strage. Allora ho capito che tornare alle autopsie avrebbe potuto essere l’unica via utile in qualche modo, o almeno ci volevo provare».

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Ministero della Salute avevano caldamente sconsigliato di eseguire le autopsie sui corpi deceduti a causa del Covid, quindi lei è andato contro il sistema?

«Le autopsie erano state sconsigliate, perché si tratta di un’attività tra le più pericolose e rischiose tra quelle diagnostiche, soprattutto nei casi nei quali il paziente è morto a causa di una malattia infettiva, a maggior ragione ancora sconosciuta. In scienza e coscienza, ho deciso di andare contro queste direttive: ero più utile al microscopio che nei turni in terapia intensiva, quindi il 13 marzo abbiamo eseguito la prima autopsia sul nostro paziente zero e poi ne abbiamo eseguite quattro o cinque al giorno fino a fine aprile».

Scelta coraggiosa: in quanti eravate a occuparvene?

«Per non mettere a rischio i colleghi più giovani, ci siamo imbarcati in questa missione io e Aurelio Sonzogni, che è il collega con maggiore esperienza nel reparto, solo con me ha eseguito più di tremila autopsie».

Come avete scelto le salme da analizzare?

«Ci siamo concentrati sui casi più particolari, ad esempio i soggetti più giovani o le persone decedute per questioni poco chiare».

Come vi siete attrezzati? I vostri spazi erano adeguati e in sicurezza?

«La nostra sala autoptica è stata costruita come le sale operatorie ed è una rarità nel panorama ospedaliero italiano. Tra le ragioni che giustificavano il consiglio dell’Oms di non eseguire le autopsie c’era, purtroppo, il dato che in un reparto normale di anatomia patologica, come ad esempio a Seriate o a Treviglio, i locali non sono dotati di condizioni adatte, ad esempio sono privi di aerazione, in spazi piccoli; il nostro campo è sempre stato considerato ai margini, l’ultimo su cui investire. Mi faccia aggiungere che questo è molto grave e l’abbiamo imparato a nostre spese con il coronavirus».

Eravate vestiti da astronauti anche voi come abbiamo visto in Tv e sui giornali? Come era la procedura?

«Eravamo bardati anche noi e nella sala entrava solo un medico, con l’assistenza esterna tramite interfono del collega, in caso di necessità. La procedura di vestizione era abbastanza lunga e laboriosa, ma avevamo il personale di supporto. Non le nascondo che ogni volta che mi accingevo ad aprire la porta della sala provavo una certa inquietudine. Abbiamo svolto il nostro lavoro circondati da salme su salme che arrivavano, senza sapere poi dove metterle».

E poi come avete proceduto?

«Data l’alta contagiosità della malattia, abbiamo deciso di far ricorso a una tecnica mininvasiva per ridurre il rischio: prelievi su polmoni, cuore, fegato, milza e intestino, organi facilmente raggiungibili senza aver bisogno di aprire e asportarli: una sorta di carotaggi, invece che nel terreno, nel corpo. Siamo rimasti colpiti fin da subito dal coinvolgimento dei polmoni già a occhio nudo: dimensioni, colore e consistenza completamente stravolte».

Ma è al microscopio che avete scoperto la verità?

«Sì, la sorpresa c’è stata osservando i prelievi a livello microscopico: abbiamo finalmente capito il motivo di un’alterazione talmente estesa e grave, che spiegava le morti così veloci per insufficienza respiratoria. La terapia fino a quel momento si concentrava sul curare gli alveoli polmonari, mentre le trombosi e occlusioni dei vasi polmonari, che abbiamo riscontrato al vetrino per la prima volta non erano state considerate, né previste».

Dottore, può farci un esempio?

«Guardi è come se un idraulico si mettesse ad aggiustare un calorifero che perde, mentre i tubi sono tutti rotti e la casa si sta allagando. Il calorifero sono gli alveoli, i tubi sono i vasi sanguigni e la casa sono i polmoni. Un cambio completo di paradigma diagnostico».

Come avete agito?

«Di solito ci possono anche volere sessanta giorni per comunicare i risultati di un’autopsia, in questo caso invece abbiamo inviato le prime osservazioni in tempo reale ai nostri colleghi medici per poter dare un contributo immediato e l’idea è stata vincente: grazie ai nuovi dati raccolti, i nostri colleghi hanno introdotto nelle terapie l’uso di anticoagulanti come l’eparina e il cortisone, che non si usa quasi mai nella cura di polmoniti virali. Abbiamo organizzato una riunione informale e da lì la notizia si è diffusa immediatamente: attraverso chat e social tra medici, ci siamo ritrovati bombardati di richieste da tutto il mondo».

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