La prigionia nei campi

Antonio, soldato per una settimana ma poi patriota per sempre

Antonio, soldato per una settimana ma poi patriota per sempre
15 Febbraio 2018 ore 09:55

Lui il soldato lo ha fatto per una sola settimana. Ma tanto è bastato per fargli scontare una prigionia di due anni. Antonio Trapletti, fornaio originario di Grone, aveva 19 anni quando è entrato in caserma. Era il 30 agosto 1943. L’8 settembre, quando l’Italia firmò l’armistizio, Antonio si trovava a Bressanone. «Non avevano fatto nemmeno in tempo a darci le munizioni – racconta dal suo appartamento di Bergamo, Monterosso, dove vive con la moglie Mina –. Sono arrivati i tedeschi e, quelli che decidevano di rimanere fedeli al Regio Esercito li mettevano su un treno e li trasferivano in Germania. Io ero tra questi».

Primo campo: Sandbostel. Trapletti è stato portato a Sandbostel, vicino ad Amburgo, in un campo di prigionia dove c’erano tanti italiani, compreso lo scrittore Giovanni Guareschi, papà di Don Camillo e Peppone. Lì ad Antonio è stato messo in mano un cartello con scritto un numero segnaletico e gli è stata scattata una fotografia che ancora conserva e che è servita a suo nipote Michele Soldivani per ricostruire la storia della deportazione del nonno. «Mi ricordo che avevo tanta fame. Ci davano un filone di pane al giorno da dividere in quattro persone. Lo misuravamo con la stecca prima di tagliarlo. Ogni tanto ci davano un pezzettino di salame nero, fatto con gli scarti e con il sangue del maiale, oppure una zuppa che sembrava acqua con all’interno della paglia».

 

Il campo di Sandbostel

 

Heidkaten, secondo campo. Da Sandbostel Trapletti è stato portato in un altro campo, a Heidkaten, dove è stato inserito in un battaglione itinerante di costruzione e lavoro. Lui e i suoi compagni venivano mandati dove c’era bisogno di personale, sia nelle fabbriche, che nelle operazioni di rimozione delle macerie di edifici bombardati nelle cittadine tedesche. «Lì ho spostato di tutto, braccia, gambe, teste. All’inizio mi faceva impressione, poi ci ho fatto l’abitudine. Non avevo nemmeno più paura. Quella ti accompagna all’inizio, poi ti abbandona e subentra la rassegnazione, anche se il mio pensiero fisso era tornare in Italia». I resti umani che il soldato bergamasco e i suoi compagni raccoglievano, li mettevano su un carro bestiame che li trasportava fino ad un cimitero, dove venivano seppelliti in una fossa comune. «Dopo quell’esperienza, non mi fa più impressione niente», confessa. «Dovevi fare il chirurgo allora!», scherza la figlia Bruna.

Dopo mesi di permanenza in un campo con altre centinaia di prigionieri italiani, un giorno arrivò una delegazione di fascisti: «Ci convocarono tutti e ci chiesero se volevamo cambiare idea e tornare con loro in Italia per combattere al fianco dei tedeschi. Beh, non ci fu nessuno che alzò la mano. Piuttosto che tradire la Patria preferivamo rimanere prigionieri nel campo». Antonio, nel dramma di quegli anni, è stato piuttosto fortunato: «Mi hanno picchiato solo una volta. Dormivamo in una scuola, i gabinetti erano sigillati, così avevamo scavato una latrina all’esterno. Io quella sera ero rientrato un po’ più tardi, così invece di lasciare le ciabatte fuori, nel corridoio, come tutti gli altri, le avevo messe vicino alla mia branda. Mi chiamarono, mi fecero uscire e mi dissero di stendermi a terra. Lì mi diedero tante botte».

 

 

La libertà, senza racconti. Il battaglione di Trapletti fu spostato poi ad Halle, una piccola cittadina e lì arrivarono prima gli americani con i carrarmati, poi i russi con i carri e i cavalli. I prigionieri furono liberati, così Antonio riuscì a tornare a casa a Grone. Una volta ripresosi da quella brutta esperienza, si trasferì a Palosco perché una parente aveva aperto un forno e gli serviva qualcuno che facesse il pane. Lì Trapletti conobbe Mina e la sposò nel 1950. Dalla coppia nacquero tre figli: Maria, Pietro e Bruna. La famiglia si trasferì a Bergamo, inizialmente in Colle Aperto e successivamente a Monterosso. Antonio trovò lavoro al panificio Rota di via Spaventa e vi rimase fino alla pensione. Ai suoi figli Trapletti non ha mai raccontato quanto vissuto nei due anni di prigionia. «Non è mai stato un gran chiaccherone», dice la moglie.

La medaglia. Ma il nipote Michele, che ha 26 anni, è riuscito ad incalzarlo e a farsi largo nei ricordi del nonno. «Frequento l’ultimo anno di laurea magistrale a Torino. I primi tre anni ho fatto Scienze Internazionali e Storia del Novecento, mentre ora mi specializzo in Economia politica dell’Ambiente. Quando studiavo storia ho iniziato ad interessarmi alle vicende del nonno così, grazie alla foto con il numero segnaletico, mi sono rivolto all’Associazione Nazionale Reduci e Prigionieri di Guerra di Roma, dove mi hanno detto come muovermi per far ottenere a mio nonno un’onorificenza. Sono stato all’archivio di Stato di Bergamo per rintracciare i documenti necessari e li ho mandati a Roma, dove esiste un comitato del Consiglio dei Ministri che si occupa proprio di queste questioni. Alla fine sono riuscito a fargli ottenere la medaglia, che gli è stata consegnata dal Prefetto lo scorso 4 Novembre. Di ancora vivente c’era mio nonno e un altro signore di Casazza, suo coetaneo. 175 medaglie sono state assegnate alla memoria».

 

 

Michele ha anche scritto agli archivi tedeschi per ricostruire gli spostamenti del giovane Antonio ma, facendo parte di un battaglione itinerante, non tutte le tappe del suo terribile viaggio sono state registrate. «Il riconoscimento ai prigionieri di guerra è stato istituito solo nel 2007. Tante persone, diretti interessati o parenti, non sanno nemmeno di questa possibilità ed è un peccato, perché per chi ha vissuto quegli anni ed ha scelto di opporsi al nazismo, è bello ricevere una medaglia come ringraziamento». Antonio è contento, stringe il cofanetto con scritto il suo cognome dentro al quale è custodito il grazie della Repubblica Italiana ai suoi soldati. Anche a quelli che hanno servito la Patria solo per una settimana, ma che le sono rimasti fedeli per sempre.

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