Atalanta, salvarsi è come scalare l’Everest a mani nude

16 Marzo 2015 ore 07:15

Niente da fare. Mal di gol e pareggite scandiscono la rallentata marcia dell’Atalanta verso la salvezza, paragonabile a scalare l’Everest a mani nude. La squadra di Colantuono era rimasta a secco in 11 partite su 25. Quella di Reja ha già fatto cilecca per due volte su due, la prima delle quali contro il Parma, travolto dal Sassuolo e malinconicamente già in B, ammesso e non concesso riesca a concludere il campionato.

L’incapacità di segnare non è un buon segno e, per questo, più che mai deferente deve essere il pensiero rivolto a Matias Vecino, 23 anni, uruguaiano, centrocampista della Fiorentina in prestito all’Empoli, l’uomo che ieri sera ha pareggiato a Cagliari quando mancavano 13 secondi alla fine del recupero. Così i rossoblù sono rimasti a quattro punti di distanza, che diventano cinque, considerando gli scontri diretti, quando le partite da giocare sono scese a dieci. Eppure, soprattutto alla luce del pareggio interno con l’Udinese, non si può pensare di guadagnare la permanenza in serie A facendo la corsa sui problemi della squadra di Zeman, perché Chievo e Verona sono sempre più lontani.

Il prosaico invito formulato dalla Curva Nord a fine partita, la dice lunga sullo stato d’animo di una tifoseria che, ancora una volta, è risultata la migliore in campo incitando l’Atalanta a ogni piè sospinto. Al fischio finale, i tifosi hanno detto chiaro e tondo: la pazienza sta per finire. Il guaio dell’Atalanta è che comincia bene, ma non segna, non sfonda, non tira in porta. Il palo di Widmer ha graziato i nerazzurri, rimasti in dieci nel finale per l’espulsione di Carmona.

A differenza di Parma, teatro della più obbrobriosa prova del secolo, stavolta la squadra ha brillato per impegno e determinazione, soprattutto nel primo tempo. Alla ricerca del gol, Reja ha cambiato modulo e tre interpreti, ma non c’è stato niente da fare. Il signore goriziano ha certamente bisogno di tempo per trovare la soluzione del problema. Che, partita dopo partita, non era evidentemente solo Colantuono, come recitava un profetico striscione inalberato in Curva Morosini prima del fischio d’inizio. I tifosi, al solito, capiscono sempre tutto prima.

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