Simbolo della speranza irachena

La Scuola d’Arte di Baghdad sa danzare anche sulle bombe

La Scuola d’Arte di Baghdad sa danzare anche sulle bombe
22 Novembre 2014 ore 11:45

La Scuola d’Arte di Baghdad è stata fondata nel 1968 e per molto tempo, fino agli anni Ottanta, è prosperata insieme al Paese, reso fiorente dalla ricchezza procurata dai petrodollari. Poi, però, c’è stata l’invasione del Kuwait nel 1990 e tutto è cambiato. Le sanzioni delle Nazioni Unite hanno devastato l’economia interna, hanno sconvolto il tessuto sociale e hanno spinto migliaia di abitanti delle campagne a trasferirsi in città. La Scuola è riuscita a sopravvivere, nonostante il numero suoi iscritti sia calato drasticamente e la classe insegnante, prevalentemente russa, sia fuggita lontano dai disordini della guerra e dalla mancanza di fondi. Nel 2003 la guerra contro il terrorismo dichiarata dall’America ha rafforzato e reso più intransigenti i controlli delle autorità religiose sulle abitudini delle persone e la Scuola ha dovuto entrare in un regime di semi-clandestinità.

Oggi, non c’è nessuna insegna che riveli quale edificio ospiti le stanze in cui centinaia di giovani iracheni imparano il balletto e la musica classica. Una volta, il governo succeduto al regime di Saddam Hussein aveva disposto una ronda di poliziotti a protezione degli studenti, ma in molti hanno chiesto di essere trasferiti. Gli alunni e gli insegnanti se la cavano da soli, gli uni nascondendo strumenti musicali e costumi di ballo, gli altri camminando svelti per strada, senza attirare troppo l’attenzione. Entrambi, poi, devono fare attenzione alle bombe, quelle che ancora cadono dal cielo e quelle che sono state nascoste sotto la terra. Il mondo che sta fuori alle pareti della scuola non è un mondo benevolo.

Dentro, invece, è tutto diverso. Oggi gli alunni sono circa cinquecento, ben più del centinaio scarso che è stato raggiunto durante i primi anni Duemila. Ann Kalid ha 12 anni e non ha problemi a dichiarare che «la mia scuola e la mia chiesa sono le due cose che amo più di tutto». Una sua compagna e coetania, Khalid, aggiunge: «tutti dicono che [ballare] è haram (proibito dalla religione) e che porta disgrazia. Ma i miei genitori sono felici che io danzi». I ragazzi vanno con gioia a scuola, nonostante i pericoli che ciò comporta, e il loro preside è molto orgoglioso di loro e dell’istituzione di cui riesce a garantire ancora il funzionamento. Ahmed Salim Ghani, lui stesso un suonatore virtuoso del contrabbasso e dell’oud, uno strumento arabo che assomiglia ad un liuto, ha ben ragione di vantarsi, perché «in quale altro luogo dell’Iraq puoi passeggiare dentro una scuola e ascoltare un bambino suonare Antonio Vivaldi con il suo violino?». E continua: «nel momento in cui attraversi il cancello, ti ritrovi in un mondo differente, uno di arte e cultura».

La scuola sopravvive, ma le difficoltà restano. A volte sono gli stessi genitori a costituire un ostacolo: se hanno figlie femmine, di solito le ritirano dalla scuola al dodicesimo anno di età, perché i contatti con i compagni ballerini sono considerati sconvenienti. Lo sa bene l’istruttrice Zeina Akram Fayzy, che ricorda con frustrazione che in questo modo «anni di duro lavoro vanno sprecati», sostenendo che «la scuola ha bisogno di ragazzi di talento che continuino a seguire i corsi». Le famiglie che permettono alle proprie ragazze di proseguire negli studi sono molto poche: Leezan Salam, ballerina neodiplomata, ricorda di avere iniziato la scuola in una classe di trenta alunne. Al diploma è arrivata con solo tre compagne. Le aule della Scuola d’Arte di Baghdad resistono come possono e i suoi ballerini volteggiano in punta di scarpa sulle minacce, sulle bombe e sui pregiudizi. Sono in molti a volercela fare, a voler diventare dei ballerini professionisti. Speriamo che la loro tenacia possa essere anche molto fortunata.

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