Volti indimenticabili

Bambini per sempre quattro baby star del cinema

Bambini per sempre quattro baby star del cinema
27 Giugno 2014 ore 15:05

Le baby-star del cinema, quei piccoli Mozart prestati all’intrattenimento popolare, con tanta cura per la spettacolarizzazione dei propri tratti infantili, utili a suscitare tenerezza ed istinto di protezione o addirittura commozione nelle platee adulte d’ogni tempo e luogo. Diversamente da chi ha “ballato una sola estate”, il piccolo divo riesce spesso a cavalcare l’onda per anni e resta per sempre giovane sulla pellicola.

Shirley Temple, “Riccioli d’oro”
Shirley Temple è stata l’esempio vivente di come certe capacità nell’amministrarsi sono già scritte nel proprio destino: la bambina, infatti, è figlia del finanziere George e della ex-ballerina di poche fortune Gertrude.
Fin da piccola, Shirley viene sottoposta dalla madre a rigida disciplina artistica a base di tip-tap e canto. Il primo gradino semi-professionale è rappresentato da curiosi ma apprezzati film didattici in cui i bambini imitano gli adulti allo scopo di allenarsi a diventare grandi. È però il contratto con la neonata 20th Century Fox a fare la ricchezza… dei suoi genitori. Per La Mascotte dell’Aeroporto di David Butler -1934 – coniano addirittura uno speciale Oscar Junior tutto per lei, per Riccioli d’Oro dell’anno dopo la madre rivela di occuparsi personalmente dei suoi 56 boccoli (tinti, perché in realtà la mini-diva è castana).
Lavora a fianco di partner di nome come Joan Crawford, Gary Cooper e Cary Grant, sempre nella parte di vittima dell’insensibilità adulta. Intanto, il suo contratto è continuamente migliorato dietro la spinta dell’irresistibile popolarità, fino a raggiungere quota 20mila dollari la settimana.
Celebrità chiama consenso anche politico, fondamentale in un momento grave per l’economia nazionale come la Grande Depressione: il Presidente Roosevelt arriverà a dichiarare che “Finché il Paese avrà Shirley Temple staremo bene!”.
Poi, come per ogni stella declinante, il malinconico trucco dell’età nel tentativo di assicurarsi più futuro porterà a scoprire solo a carriera pressoché finita (con l’insuccesso di Alla Ricerca della Felicità del 1940) la reale data di nascita della bambina, che per i più curiosi è il 1928.
Shirley ha però avuto tutto il tempo di ambientarsi nella Mecca del Cinema, di conseguenza prende a lavorare dietro la scrivania fino all’incarico in età matura presso la Walt Disney.
Anche la politica si ricorderà di lei e “Riccioli d’Oro” diverrà ambasciatrice USA all’ONU, in Ghana ed in Cecoslovacchia.

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John Leslie, il monello di Chaplin
Qualche anno prima, un’altra mini-celebrità aveva fatto parlare di sé a Hollywood: alzi la mano chi non ricorda il bambino imbronciato con il cappellone storto nel Monello di Charlie Chaplin (1921). Le strade di Chaplin e del piccolo John Leslie – in arte Jackie Coogan -, classe 1914, si erano già incrociate sul set di Una Giornata di Vacanza, tre anni prima. Jackie aveva al cinema la vocazione di quello che i nostri nonni chiamavano “discolo”, che ne favorirà la comparsa in pellicole adatte ad esaltarne le qualità di simpatica e sventurata canaglia sul tono di Oliver Twist di Frank Lloyd (1922).
Coogan fece scuola anche per altre ragioni, oltre che quelle artistiche. Alla fine degli anni Venti guadagnava 3-4 milioni di dollari, ma, quando il padre John (ex-attore teatrale: quanti artisti frustrati dietro le piccole stelle!) ebbe un incidente stradale, il non ancora maggiorenne attore si trovò amministrato dal patrigno. Questo costrinse la piccola star a ricorrere al tribunale, per far valere i propri diritti. Le nuove leggi che ne derivarono, a tutela dell’attività artistica ed i relativi profitti dei giovani lavoratori dello spettacolo, vennero addirittura definite Coogan Act. E il povero Jackie scoprì che, nel frattemp,o dei suoi milioni erano rimasti poco meno di 130mila dollari.
Riprese la carriera cinematografica dopo la guerra combattuta come pilota d’aviazione, ma il tempo era passato: gli proponevano film di serie B, che cercavano di sfruttare la sua fisionomia, un tempo sbarazzina, e ora bizzarra ed inquietante. Accade, ad esempio, in Figli dello Spazio di Jack Arnold (1958).
Ma mai sottovalutare un bambino prodigio. Il monello di un tempo riuscì a riservarsi l’ultima parola, stavolta in TV: lo ritroviamo, rotondo, calvo e stretto in una tunica nera, nel ruolo di zio Fester nella fortunatissima Famiglia Addams,che la ABC propose dal 1964 al 1966, senza aver mai conosciuto flessioni di audience qualunque fosse l’epoca ed il Paese di programmazione. Il suo è il personaggio forse più folle della bislacca combriccola: le smorfie e l’uso del corpo si adattano all’età, ma sotto il cerone, la vivacità è quella di sempre.

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Pablito Calvo, Marcellino pane e vino
Sicuramente più ubbidiente – almeno sullo schermo – risultava Pablito Calvo, che il classico Marcellino Pane e Vino (1955) di Ladislao Vajda consegnò alla commozione generale. Il ragazzino non possedeva evidentemente la sfrontatezza di una Temple o di un Coogan e la Spagna in cui era nato non era l’America dell’industria cinematografica.  Nonostante questo, il suo personaggio fu forse una dei più imitati di sempre. Anche se Pablito interpretò il protagonista con una dolcezza estrema, difficilmente replicabile. Il seguito Il Ritorno di Marcellino di Roman Barreto (1963) ne è dimostrazione, anche perché l’attore era ormai adolescente. E neppure il regista di fiducia Ladislao Vajda seppe sempre gestirlo con fantasia, svalutandolo in una serie di stanche ripetizioni, come per Mio Zio Giacinto (1956).
Nutrito il capitolo delle produzioni italiane (anche per questo Pablito è ancor oggi tanto amato da noi), grazie alle quali sarà addirittura possibile ammirarlo recitare con Totò, in quel Totò e Marcellino del 1958 che ancora sfrutta fin dal titolo nomi, personalità e situazioni già viste. Purtroppo per Pablito la macchina dello spettacolo finì per sfornare bontà a ciclo continuo ed egli passò, forse neppure tanto controvoglia, agli studi d’ingegneria.

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Salvatore (Totò) Cascio, il piccolo proiezionista di Nuovo cinema Paradiso
Anche l’Italia partecipa alla rassegna deigiovani fenomeni. La faccia da schiaffi di Salvatore Totò Cascio pare l’esempio perfetto del successo cinematografico trasferito nella TV per raggiungere infine l’immaginario popolare. Per il bambino d’oro nato nel 1979 tutto cominciò con il ruolo del piccolo proiezionista in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1989), che con i suoi lazzi ma anche le sincere passioni cinefile travolge il paziente Philippe Noiret. Da grande, diverrà un regista famoso che ha il volto di Jacques Perrin. Questo personaggio fisicamente incontenibile e gioioso, fruttò all’attore: un B.A.F.T.A. (l’Oscar inglese); un nuovo contratto da Tornatore per il film Stanno Tutti Bene,che gli permetterà di recitare con Marcello Mastroianni; una raffica di ospitate al Maurizio Costanzo Show, appuntamento irrinunciabile di Canale 5 degli anni Ottanta. Chi guidò Cascio dimostrò peraltro una certa intelligenza, indirizzandolo verso forme di spettacolo diverse: così, accanto all’evasione per famiglie di C’era un Castello con Quaranta Cani di Duccio Tessari (il regista dei Ringo con Giuliano Gemma), nel 1990 troviamo anche l’impegnativo Diceria dell’Untore di Beppe Cino, in cui interpreta la figura difficile di un piccolo degente d’ospedale. Totò recita e canta, intonando con la sua vocetta roca e impertinente addirittura la sigla di una trasmissione televisiva dedicata ai mondiali d’Italia ’90.
Oltre la simpatia più o meno calcolata dell’attore-bambino, al di là docilità con la quale per forza di cose deve seguire le istruzioni dei grandi, Totò Cascio seppe accogliere con rara serenità la naturale conclusione della sua carriera.
Impiegato nei supermercati della sua famiglia, Totò seppe allegramente fare il verso a se stesso in Enzo Domani a Palermo! del 1999 per la regia di Ciprì e Maresco, gli innovatori di RAITRE. La canzone ricorda che «La gioventù è come diamanti nel sole e i diamanti sono per sempre». Come i bambini del cinema.

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