Bocci-Augello, lo sciupafemmine che in realtà ne ama una sola

16 Febbraio 2015 ore 01:07

Incontro Cesare Bocci. Un incontro simpatico, coronato anche da un piacevole momento conviviale e ne nasce una bella conversazione che si trasforma in intervista. L’attore marchigiano è attualmente in tournee con Ospiti, una commedia giocata su piani diversi: quelli della leggerezza ma anche quelli della riflessione e del sentimento. Una storia aperta sul grande tema dell’amore, che alla stregua di una divinità esigente prende e dà a capriccio tirando fuori il meglio e il peggio del carattere umano. Attore di successo per le sue numerose interpretazioni a teatro come in televisione, Cesare Bocci è  noto al pubblico televisivo specialmente per essere Mimì Augello, il vicecommissario ‘sciupafemmine’, nella fortunata  fiction Il Commissario Montalbano.

Insomma, che rapporto ha nella realtà Cesare Bocci con le donne?
«Che dire? Se non ci fossero andrebbero realmente inventate. È un universo tanto sconosciuto quanto affascinante e intrigante».

 

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Un ruolo che le piacerebbe interpretare…
«Sembra un luogo comune: il prossimo. In realtà mi auguro di poter recitare nel modo che mi è più consono e dove  possa sempre esprimermi al meglio».

Televisione o teatro?
«Cambia il mezzo tecnico ma le soddisfazioni restano le stesse. Certo il calore della platea di un teatro dà tanta adrenalina. Però è altrettanto bello quando una troupe di poche persone tutte esperte e della partita mentre stai girando si emozionano o ridono a una tua battuta».

A quando di nuovo nei panni di Augello?
«Presto. Dovrebbero cominciare tra poco le riprese dei nuovi episodi e devo dire che ne sono davvero felice, visto il successo della serie. Augello è un mio “alter ego” ormai irrinunciabile».

Le sue vicende personali parlano di un uomo forte, tenace…
«Daniela è la mia compagna da ventidue anni e da sette conviviamo con il suo problema. Se ami davvero una persona trovo assolutamente normale condividerne il destino. La vera coraggiosa è caso mai lei, capace di ritagliarsi una vita quanto più normale possibile tirando  fuori le unghie. Terribile misurarsi con i problemi di ogni giorno, con la cattiva educazione delle persone inclini a considerare una specie di furbata all’italiana il semplice fatto di godere del parcheggio per disabili. Si tende a misurare col proprio metro, purtroppo».

A cosa non vorrebbe mai rinunciare?
«Mai rinunciare ad essere felici. E questa condizione non te la possono regalare le cose materiali, ma ciò che hai dentro. Poi non mi perderei per niente al mondo il piacere di leggere o di guardare stando sdraiato sul divano con la mia famiglia bel film. Ma anche assistere a un bel tramonto o farsi un bagno al mare: tutte cose semplici perché nella vita basta veramente poco».

Quali ritiene siano le sue debolezze?
«Il fatto, da buon “vergine”, di voler tenere tutto sotto controllo ed essere troppo razionale, sempre maledettamente preoccupato di dover piacere agli altri. Purtroppo invece è impossibile non commettere errori».

E quali i suoi punti di forza?
«Sono gli stessi della debolezza. In fondo facce di una stessa medaglia».

Cosa ama concedersi nei momenti di relax…
«Buon cibo innanzitutto: il mio piatto preferito è pasta con pomodoro fresco e  basilico. Ma amo anche la gricia o la carbonara. Quanto al vino, deve essere  rosso: oltretutto il regista di Montalbano Alberto Sironi mi ha convinto che anche sul pesce è imperativo bere rosso, così su questo punto rimango fermo!».

Splendida la trattoria della fiction praticamente sul mare, peccato non esista…
«Esiste, esiste davvero e si mangia anche divinamente: si trova a Punta Secca… solo che il proprietario non si chiama Calogero, ma Enzo. Una mattina alle nove dovevamo girare una scena a tavola e arrivano ottimi spaghetti alle vongole, caldi caldi. A quell’ora sembrava assurdo andare oltre le due forchettate imposte dal copione. In realtà io e Zingaretti ne abbiamo fatti fuori con gusto addirittura due piatti!!».

 Un aneddoto che ha a che fare con Mimì?
«Domenica, a Roma. Decido con mia moglie e mia figlia Mia di andare a pranzare in un ristorante, un’impresa perché quando è festa non se ne trova uno aperto. Ne troviamo finalmente uno al Testaccio. Entriamo in una sala grande e vuota: fa al caso nostro. Ma il cameriere spalanca una porta e ci introduce in un’altra dove almeno cinquanta persone stavano banchettando. Un baccano e un vociare d’inferno. Si girano verso di me e all’improvviso cala un silenzio totale. E subito dopo l’esplosione: “Minchiaaa, Mimì Augellooo! Venga, Si sieda qui con noi…”. È inutile dire che è stato impossibile pagare il pranzo».

 

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