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Brittany non si è tolta la vita Ha voluto andarsene da viva

Personaggi 05 Novembre 2014 ore 14:56

Ci ha messo in un bel casino, Brittany. Che ha scelto di congedarsi dal mondo in una piccola casa gialla a Portland, Oregon. Avremmo voluto lasciarla andare pregando in silenzio. Ma tutti ne parlano.

Monsignor Carrasco de Paula ha detto che il suicidio è un’assurdità, che non giudica le persone ma il gesto è di per sé cattivo, che la dignità è un’altra cosa.

Sì. Ma è come dire che i cani mordono senza tener conto del Bracco di Weimar che Brittany ha in braccio in certe foto. Se uno, quando vede quel cucciolo, pensa che non va bene perché potrebbe mordere, è fuori strada. E non lo diciamo perché abbiamo la passione dei weimaraner, ma per segnalare il pericolo di generalizzazioni indebite.

Fuor di metafora: suicidarsi è una cosa, prevedere di morire di quel cancro è ben altro. Un po’ brutalmente ci verrebbe voglia di sostituire alla disinfettata espressione “cancro in fase terminale” la triade oscena: flebo, piscia e cacca per giorni e giorni. Solo flebo, piscia e cacca. Gente che ti rivolta da tutte le parti, che scopre e commenta la tua nudità, torce il naso per il puzzo, tu che senti tutto e non puoi rispondere perché l’udito ti è rimasto ma la fonazione si è ridotta – se va bene – a un rantolo, gente che ti crede addormentato e invece sei vigile con gli occhi chiusi e se ti agiti si chiedono se non sia il caso di aumentare il gardenal. E tu non puoi far niente. Niente se non aspettar di morire. Questo è quel che Brittany ha voluto evitare a sé e ai suoi. “Morire con dignità” vuol dire volersi evitare questo scempio del proprio corpo e il pensiero di questo scempio venturo. Il terrore di questo maleodorante, impudico, interminabile sfacelo.

Attenzione: scempio “del proprio corpo”, non del corpo altrui. Il fatto che uno decida di anticipare la conclusione dell’azione che la morte biologica ha iniziato a compiere sul suo proprio terreno non significa dare a qualcun altro il diritto di deciderlo per te. Non è che – visto che Brittany ha scelto di difendere l’integrità del suo corpo – un qualsiasi medico o infermiere possa prendersi lo sfizio di liberare in anticipo il letto di un moribondo intollerabile nel suo disfacimento.

Si tratta solo di capire cosa significa morire. Diciamola grossa, visto che ci siamo già permessi la brutalità: si tratta di capire cosa sia il presente e se abbia o no una durata.

Non siamo più ragazzi. Di morti ne abbiamo tanti sulle spalle e nel cuore. E di sopravvissuti a quelle morti ancora di più.

“Per me è morto dal giorno che gli hanno fatto quel test che doveva ripetere una parola e lui ne ripeteva un’altra senza accorgersi di sbagliare”. E lo hanno curato e accudito con tutta la tenerezza del mondo, quel cadavere col cuore che batteva ancora. Giorni e giorni di tenera veglia funebre a un corpo in preda al marasma. Pregando Dio che se lo prendesse. Che lo guardasse, hanno detto alcuni, perché non si può lasciare che uno vada avanti così. A che serve? A chi serve?

Dal momento che gli hanno fatto quel test al momento che il cuore ha cessato di battere, magari settimane dopo, è un solo momento, un presente continuo. Ci sono il prima di quando “stava bene” e il dopo di quando “non c’è stato più niente da fare”. Nel mezzo solo il lungo, devastante presente della morte in corso. Alla quale è umano voler opporre lo stesso tipo di rifiuto che le si oppone quando vorrebbe arrivar troppo presto. Agonia, l’hanno chiamata i greci: lotta. Per sfuggirle, in un modo o nell’altro. Perché vincere non si può in nessun caso, con la morte biologica. Prendere il presente dalla parte che ci è più vicina per scampare all’azione prolungata della morte non è togliersi la vita, è togliere alla morte il gusto della devastazione, quella sua perversione che la spinge ad inserire nel presente del nostro tempo l’infinito presente del suo male.

C’è un gesto pietoso, un riguardo che si ha nei confronti dei familiari quando qualcuno vola giù da una parete o viene colpito al volto da una raffica: non glielo si fa vedere. A meno che non vogliano proprio. Ma è meglio che non lo vedano, che non lo ricordino così, pensano le persone pietose. È un modo per cancellare il presente in cui “si sta morendo”, il presente della morte nella sua azione devastatrice.

Forse è la stessa cosa che ha pensato Brittany: che mi ricordino com’ero all’attacco del ghiacciaio fatale, col cielo negli occhi. Non dopo, duecento metri sotto. Col volto che avevo – che ho – nei giorni della gioia, non con la faccia del mio cadavere nel quale ancora, non si sa perché, il cuore continuava a battere.