Il 2 ottobre ci sono stati i funerali

Bruno, l’angelo di via Broseta

Bruno, l’angelo di via Broseta
Personaggi 08 Ottobre 2018 ore 04:30

Il cuore di Bruno ha smesso di battere. La notizia difficilmente la troverete sui giornali, ma sui social è rimbalzata da un profilo all’altro martedì 2 ottobre, giorno in cui si sono tenuti i funerali. Sì, perché a Bergamo lo conoscevano in tanti. Tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, frequentano Loreto e via Broseta. Tipo gli studenti del Falcone, che ogni giorno lo trovavano lì con il suo sorriso di fronte al parcheggio della Croce Rossa. Educato, simpatico, mai fastidioso, anzi. Un sorriso gentile e qualche parola, un brav’uomo. Circa due anni fa, lo avevamo raccontato sulle pagine del nostro settimanale cartaceo. E poi qui, sul web. In tantissimi ci avevate ringraziato per questo, per aver aperto una finestra sulla sua vita. Oggi non possiamo quindi fare a meno di ricordarlo, con una lacrima ma anche con il sorriso che lui aveva sempre stampato in volto. E, soprattutto, riproponendovi quell’articolo di due anni fa.

 

 

Bruno è apparso sulla panchina di via Broseta, di fronte al parcheggio della Croce Rossa, in una mattina di gennaio di quasi cinque anni fa. Con il suo fisico corpulento, un metro e novanta di altezza, i capelli bianchi e lunghi, il cappotto strappato. Da allora Bruno arriva tutte le mattine poco prima delle otto, con qualsiasi tempo, si siede sotto la pensilina e aspetta. Fino alle sei di sera, in estate anche più tardi. Poi torna a casa. Resta lì, all’ingresso della città, come una sentinella o forse un custode.

Gli autisti dell’Atb ormai lo conoscono, lo salutano. Bruno guarda, osserva. Guarda tutte le auto passare, e sono tante, i pedoni, gli studenti del Falcone, che si trova lì a pochi metri. Qualche volta gli capita di aiutare un anziano in difficoltà. «È successo l’11 marzo del 2011. Avevo letto l’oroscopo per il mese di marzo, c’era scritto che avrei fatto delle buone amicizie. Quella mattina sono sceso con mia sorella a buttare la pattumiera, io abito qua dietro, nelle case popolari di Loreto, ci abito da quarant’anni. Invece di tornare in casa come facevo sempre ho detto: vado a fare un giro. Sono arrivato fino al parcheggio, qua dietro, e mi sono seduto sul muretto. Alle dieci e un quarto è arrivata un’auto, aveva difficoltà a parcheggiare, allora io l’ho aiutata a gesti. È scesa una ragazza, portava i panini per i ragazzi della scuola. Mi ha ringraziato, mi ha detto: «Ci vediamo dopo». Ecco, in quel momento mi sono sentito contento e di nuovo mi sono seduto pensando: «Qualcosa succederà». Dopo dieci minuti lei è uscita, mi ha chiesto se le davo una mano a portare la roba dentro la scuola».

 

Bruno, sulla panchina, nelle foto di Google Maps.

 

Bruno è contento di raccontare, parla a voce bassa sulla panchina. Passano gli autobus, gli autisti gli fanno un cenno. Tanti che passano dicono «Ciao Bruno» e Bruno risponde accennando sempre un sorriso. Continua il racconto: «Così la mattina dopo sono tornato perché avevo voglia di rivedere quella ragazza, di fare due parole. Lei è tornata, abbiamo parlato. Mi ha presentato sua figlia. Poi mi ha fatto conoscere altre persone della scuola. Sono rimasto nel parcheggio fino a gennaio. Il 6 gennaio 2012 mi sono spostato su questa panchina. Qui incontro tanta gente, tanti ragazzi delle scuole. Mi salutano, mi parlano. Adesso sono molto conosciuto».

Bruno non è esattamente un figurino vestito in modo elegante e il suo profumo non è di Dolce e Gabbana. Ma i suoi modi sono gentili. «Tutto è nel rispetto. Io rispetto queste ragazze, loro mi salutano, non abbassano gli occhi, non mi evitano. Magari qualcuno mi evita, sì, ma sono pochi. Un paio di volte sono intervenuto nel parcheggio perché c’erano dei balordi. Una volta c’era buio, ho sentito un tizio che diceva a una ragazza: “Ciao bella, hai una sigaretta?”. Non mi è piaciuto, mi sono alzato, sono andato nel parcheggio, gli ho detto: “Ti serve qualcosa? Vuoi una sigaretta? Ti serve un euro? Te li do io, non preoccuparti, tranquillo però”. Così gli ho detto. E lui ha preso la sigaretta e l’euro e mi ha ringraziato, è andato via. Non c’è bisogno di intervenire con minacce, bisogna stare calmi».

Bruno guarda passare le auto, i pullman, le biciclette sulla soglia della città. È il custode della porta di Bergamo. Da bambino ha affrontato situazioni molto difficili. Ha cominciato a parlare a quattro anni. Racconta: «In casa noi bambini abbiamo sofferto tanto. Io ho cominciato a parlare quando mi hanno regalato un disco con una canzone sulla mamma. Era brava la mia mamma. È morta. Il papà c’è ancora, ha 82 anni». Bruno accenna a momenti terribili, ma poi si ferma: non è questo il momento di tornare agli incubi dell’infanzia.

 

 

Dice invece che gli piace parlare con questi ragazzi che affollano ogni giorno la fermata del bus. «In questi anni qui sulla panchina ho capito che questi ragazzi hanno bisogno di genitori che diano delle regole. I ragazzi sono liberi, liberissimi, ma non sono contenti. Tanti genitori li lasciano liberi di rientrare a qualsiasi ora, nemmeno gli dicono: “Torna presto”. In questo modo è come se non si interessassero dei loro figli. Così non va bene. I ragazzi hanno bisogno di sentirsi importanti, di essere tenuti per mano».

Bruno il custode della via si tira su la sciarpa scozzese con stampate delle piccole stelle. Non fa freddo, ma potrebbe piovere. Controlla l’orologio che ha nella tasca. Ha bisogno di scarpe nuove, ma di piede porta il 49, mica facili da trovare. Dice: «A mezzogiorno mangio qui, panino con il prosciutto o quello che capita. Tante persone mi regalano delle cose. Mi porto l’acqua da casa. Poi ritorno quando fa buio, vado a casa, mangio, vado a dormire. Prima però dico le preghiere, tutte le sere, come mi aveva insegnato la mamma».

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