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storia di un ruolo conteso

Chi è il califfo e quanto conta

Chi è il califfo e quanto conta
Personaggi 28 Giugno 2014 ore 08:15

Non è ancora arrivato a Baghdad che già il capo delle forze sunnite Abu Bakr al-Baghdadi si autoproclama califfo di tutti i musulmani. La storia non è nuova. Ma perché essere califfo è così importante?

Col termine Califfo si designa colui che ha il compito di guidare l’Islam in qualità di “vicario”, “sostituto” del Profeta Maometto. Non di Allah, perché il Misericordioso non può avere sostituti. La carica non ha fondamento nei sacri testi ed è più antica della loro redazione scritta. Risale infatti al giorno stesso della morte del profeta – 8 giugno 632 nel nostro calendario – ed è il risultato di una lotta a chi arriva prima fra il gruppo di Medina e quello della Mecca. Fu il candidato di questi ultimi, Abū Bakr (lo stesso nome dell’attuale pretendente) ad ottenere l’incarico. Quasi coetaneo del fondatore, ne era stato il miglior amico e, probabilmente, il primo seguace. Fu indicato come “khalīfat rasūl Allāh” (vicario, o successore, dell’Inviato di Dio).

Ma il califfato non procede per via unilineare. Si ramifica. Solo i primi quattro – detti ortodossi, e insediati a Medina – si susseguono uno dopo l’altro. Poi si dividono in diverse famiglie e regioni.

A Damasco si stabilì la dinastia omayyade-sufyanide, che deve il suo nome al clan dei Banū Umayyai della Mecca e al titolo onorifico – Sufyān – del padre del loro primo califfo.

Dagli omayyadi derivano gli Abbasidi che regnarono in Andalusia e quelli di Baghdad e Samarra, la cui successione giunse fino al 1258, quando i Mongoli distrussero Baghdad e misero a morte il califfo.

Un ramo degli sconfitti continuò in Egitto, sotto il controllo dei Mamelucchi fino al XVI secolo e un altro ancora, gli Ottomani di Istanbul, proseguì fino al marzo 1924, quando il loro ultimo esponente fu dichiarato decaduto da una disposizione di Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.

Quanto sopra riguarda il settore sunnita dei musulmani, che costituiscono il 90 percento circa dei fedeli. Non va tuttavia dimenticato il piccolo e battagliero ramo sciita, i cui “califfi” preferiscono chiamarsi imam.

E va detto, infine, che sciiti e sunniti si divisero – fra l’altro – proprio sui criteri dell’elezione dei successori del profeta: i primi sostenevano che fosse l’elemento della religiosità, della perfezione nella condotta a dover essere privilegiato, i secondi – sunniti – scelsero invece la via che noi chiameremmo “democratica”: un califfo viene eletto da chi gestisce il potere. Per questo il suo incarico ha valore essenzialmente politico.

Dichiararsi Califfo “dei mussulmani ovunque (nel mondo)” oggi significa dunque mettersi a capo dell’intero movimento islamico. Ma potrebbe, questa scelta, rivelarsi rovinosa per Abu Bakr al-Baghdadi. Dalla Siria gli hanno già fatto capire che non se ne parla nemmeno e da Teheran lo sciita Rasfanjani ha levato la sua voce per chiamare all’unità tutti i fratelli, a qualunque tradizione appartengano. Segno evidente che questa unità è ben lontana dall’essere raggiunta.

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