Caro sindaco Gori

09 Agosto 2014 ore 13:50

 

Caro Sindaco Gori (ma potrei scrivere anche Caro Premier Renzi, la questione è uguale),

io ho una cosa da dirle. Non è una cosa scomoda, è una cosa bella. Noi non ci conosciamo, apparizioni televisive e cartelloni elettorali a parte. Anche se una volta, mentre facevo la guardarobiera ad un evento esclusivo, ho rischiato quasi di perderle la giacca, ma lei mica si ricorda. Comunque, perdere una giacca non basta a conoscere qualcuno. Però ho una cosa da dirle.

Si tratta di mia nonna. No, niente richieste, mia nonna sta benissimo. Alla mattina legge L’Eco, perché glielo prestiamo. Poi il nonno ce lo mette nella maniglia della porta verso mezzogiorno, per rendercelo. E per non disturbare chi sta lavorando in ufficio. Comunque, mia nonna. Mentre mi offriva piramidi di biscotti e caffè della moka con dentro l’uovo sbattuto mi ha detto una cosa che lei dovrebbe sapere.

Mia nonna è una persona semplice. Ma ha capito che il mondo era fatto di gente che decide sopra di te, molto lontano da te, quando aveva sette-otto anni. E la maestra non riusciva più a venire a scuola per le bombe; o forse quella era l’altra nonna, ma la questione non cambia, perché la scuola fu chiusa – c’è scritto sulla sua ultima pagella – quando lei andava al secondo o terzo anno di elementari. Poco male, a leggere e scrivere aveva imparato, mica si può saper tutto, nella vita.

Poi, che qualcuno regge le sorti di un popolo senza mai spiegare troppo, e che le epoche cambiano di conseguenza, doveva averlo già imparato perché suo padre, da corazziere dell’ultimo re d’Italia (e i racconti delle volte in cui la sua mano accoglieva il piede delle principesse – Mafalda compresa – a montare a cavallo) ritornò in un paesino da niente, che è quello in cui ancora viviamo, il nostro. Perché aveva portato alla mia bisnonna la notizia che il fratello di lei era morto in guerra, e la guerra è bella anche se fa male, allora se la sposò e ci rimase insieme fino a quando entrambi ebbero quasi cent’anni, e se ne andarono, insieme.

Comunque, mia nonna lo sa, che la storia è difficile, e alla piccola gente non resta che fare bene ciò che può, e sperare e pregare. Pregare credo sia quello che fecero tutti, lei e i suoi tanti fratelli, e sua madre e suo padre, quando i partigiani freddarono il primogenito della famiglia – diciottenne – perché un battibecco col padre non era riuscito a salvarlo dalla bislacca idea di vestire la divisa fascista proprio quando i fascisti stavano per cadere. I ragazzi sono romantici e sciocchi: la sua fronte è orgogliosa e innocente, nella foto in bianco e nero al cimitero.

Mia nonna ha rispetto di chi decide, ha fiducia quando apre L’Eco (e avere fiducia quando si apre L’Eco, oggi, è un mestiere non da poco) e legge della politica. Lei che ha votato per decenni DC, perché chi andava in chiesa votava DC, nonostante quello dicesse «turiamoci il naso». Lei non si è mai turata il naso davanti a niente, ha sempre sorriso. Quando si è preoccupata ha pianto (Fae sö la me luciada e po’ otro, Piangevo un po’ e poi pazienza), ma di nascosto. Perché le donne di una volta – le nostre – piangevano senza farsi vedere e stavano attente che gli occhi rossi non si notassero, poi. Intanto ha tirato grandi tre figli, che oggi sono tre famiglie, con nove nipoti. Aspetta di vederci sposare e di vederci riconoscere casa quando lo è. E ha un po’ paura che noi diventiamo troppo cittadini del mondo, perché poi vuol dire essere cittadini più di niente. Prega per noi.

Quindi, la questione è questa, prega per noi. Prima andava a Messa tutte le mattine, forse ora il nuovo Parroco gliel’ha tolta per avere, in cambio, il tempo di mettere i nomi delle vittime palestinesi sul sagrato. Ma lei continua a pregare. Per noi, e per lei, caro Sindaco. O caro Premier Renzi. O cari politici. È quello che mi ha detto l’altro giorno, dopo avermi richiamato all’ordine con un «Casa che ‘l co, e casel ‘n po’ ‘n ciesa» (caccia qui la testa, e cacciala un po’ in chiesa). Quindi, appunto, mentre mangiavo biscotti, caffè con l’uovo e pompelmo (perché le bibite zuccherose e gassate sono un lusso e un vizio, quand’è che l’abbiam dimenticato?), lei, sfogliando L’Eco, mi ha detto così: «Chesce che i è nöf, sperem chi faghe be’. Preghe per lur, perché i faghe ol be’. De la sét» (Questi qui sono nuovi, speriamo che facciano bene. Prego per loro, perché facciano il bene. Della gente).

Caro Sindaco, caro Renzi, cari politici, non era niente di che, solo una cosa bella. Vi pare niente? Ce n’è una che ha visto la guerra e la fame e i morti e l’Italia che si è rifatta da sé. I pasticci delle corruzioni e i preti smettere di pregare. Però lei prega. E legge sempre lo stesso giornale. E sta a fianco di un uomo che l’ha sposata quand’erano solo ragazzi con poco da mangiare. E fa con coscienza quel che ogni giorno ha dovuto e potuto fare. E guarda i suo nipoti laurearsi e vivere nelle capitali d’Europa. E si augura che il mondo vada come Dio vuole. E Dio vuole il bene, lei ne è sicura.

Cordialmente,
EL

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