Una poesia sul mare

“Caruso” di Lucio Dalla, spiegata

“Caruso” di Lucio Dalla, spiegata
04 Marzo 2015 ore 15:23

«Ma lo sapete che se non avessi rotto la mia barca Caruso non esisterebbe?». Suvvia Lucio, questa tua canzone è già più che celebre così com’è, non c’è bisogno di forzare aneddoti al riguardo. E invece no, Dalla lo giura, fu una disavventura nautica che diede inizio al percorso che portò il cantautore bolognese a scrivere uno dei suoi più apprezzati brani, una canzone che, fra l’altro, più di ogni altra spinse Luciano Pavarotti, per sua stessa ammissione, ad imparare ad apprezzare musica che non fosse solo lirica, tanto erano coinvolgenti e commoventi le note e le parole di Caruso.

Una poetica disavventura. Era il 1986, e Lucio Dalla, in compagnia dell’amica Angela Baraldi, si concedeva un momento di rilassata poesia, navigando fra Capri e Sorrento immerso nel sole, nella musica di Roberto Murolo e nelle onde traboccanti napoletanità di uno dei golfi più suggestivi al mondo. Ma il motore della barca, senza alcun preavviso, comincia a lamentarsi, una brutta tosse che spinge Lucio e Angela a spegnere le eliche, che non si sa mai. Pazienza, si può procedere con le vele, gonfiate dalla brezza salmastra del mare partenopeo che porta «nu profumo accussì fino», come vuole la musica dei fratelli De Curtis.

 

 

Ma quel giorno il dolce profumo il mare preferiva riservarlo ad altri fortunati, non a Dalla e alla Baraldi, e la bonaccia regnava tanto quanto l’impressione di una giornata che volgeva sempre più al peggio. Lucio riuscì comunque a farsi trainare al porto da alcuni buoni samaritani del luogo; ormeggiati a Sorrento (poteva certamente andare peggio), i due scambiano due chiacchiere con i meccanici di porto e no, niente da fare, fino al giorno dopo non se ne parla di rimettersi in mare.

La notte, dunque, deve essere passata a Sorrento, e l’albergo più comodo da raggiungere dai luoghi di ormeggio è l’Hotel Vittoria (e ancora, non che sia andata poi così male). Il Vittoria è una meravigliosa villa barocca baciata dalle onde del golfo, che quando il mare si fa un poco grosso sembra piangerle lei stessa direttamente nei flutti, quelle onde. «Signor Dalla, buongiorno! Certo che abbiamo una camera per lei, ci mancherebbe, macché camera, c’è giusto una suite libera pronta per lei!». Una suite qualsiasi? Nossignore, per il grande Lucio Dalla quale sistemazione migliore di quella che accolse il grande Enrico Caruso negli ultimi giorni della sua vita?

Due note su Enrico Caruso. Occorre qui compiere un dovuto inciso storico: per tutti coloro che non lo sapessero, Enrico Caruso non fu un tenore, fu il tenore. Commosse la Royal Opera House di Londra, il Metropolitan di New York, dove un pubblico in estasi lo implorò di bissare La donna è mobile, fu il primo cantante della storia a vendere più di un milione di dischi. Fu anche protagonista di un evento curioso: il 3 dicembre 1920, durante un tour negli Stati Uniti, rimase colpito al fianco dal crollo di una colonna della scenografia del Sansone e Dalila, fatto che segnò lo scatenarsi di una pleurite infetta che lo avrebbe portato, di lì a pochi mesi, alla morte.

Caruso, che forse ancor prima dei medici aveva capito che gli sarebbe rimasto ancora poco da vivere, decise di passare l’ultimo periodo della sua esistenza a Sorrento, vicino alla sua Napoli e al suo mare, presso l’Hotel Vittoria. La malattia non gli permetteva più di cantare, sfortunato Enrico, ma una passione, quando non può più essere esercitata, quale soddisfazione immensa può dare insegnarla? Caruso, in quegli ultimi mesi, diede allora lezioni di canto ad una giovane ragazza di cui, che meraviglia, si innamorò.

Una fine altrettanto poetica. Dalla conobbe queste ultime, delicate e sorprendenti sfumature della vita di Caruso quella stessa sera del 1986, al bar La Scogliera di Sorrento, dove fra un tiro di sigaretta e l’altro (rigorosamente non aspirato, come Lucio soleva fare), l’amico Luca Fiorentino gli raccontava di Enrico e di quella tenera e mai sbocciata storia d’amore. Che trovò, l’ultima sera della vita di Caruso, il suo momento più toccante: sentendo la morte ormai prossima (sarebbe stata, effettivamente, questione di poche ore), Enrico fece chiamare la donna nella sua stanza dell’Hotel Vittoria, fece portare un pianoforte sulla balconata, e cantò, per lei. Fu un miracolo di bellezza, di amore, di poesia, un uomo distrutto dalla malattia che canta per una donna che non avrà mai, pur trovandosela lì, davanti agli occhi, raccolta nell’aria profumata di Sorrento, nel docile fluttuare delle onde e nella poderosa lirica di Caruso stesso, dedito a rendere il suo ultimo tributo al mondo.

 

 

La sua voce era ancora così potente che fu sentita anche fuori dal porto, cosicché tutti i pescatori rientrarono per ascoltarlo, mettendosi con le barche sotto la sua terrazza, costellando il mare di lampare tanto da farlo sembrare uno stellato cielo estivo. Pareva quasi che proprio la stessa volta celeste si fosse accomodata, prostrata ai piedi di Caruso per rendergli, anche’essa, un ultimo omaggio. Forse Caruso, ammirando quello spettacolo di luci, ripensò ai grattacieli di New York, dove fino a pochi mesi prima incantava il mondo, e trovò la forza di continuare a cantare, per perdersi commosso negli occhi della ragazza che, appoggiata al pianoforte, lo guardava, e con ogni probabilità, lo salutava.

Allora, un omaggio. Dalla se ne andò da La Scoglierà del tutto rapito dalla storia di Caruso. Si guardava in giro e tutto, ogni cosa, riportava anche lui, a distanza di decenni, in quella calda estate di agosto in cui Enrico Caruso dipinse l’amore con uno struggente acquarello di musica. Ritornò nella suite, e tutto era esattamente come allora: la balconata affacciata sul golfo, le lampare che punzecchiavano il mare, persino il pianoforte suonato da Caruso, in quel momento polveroso e scordato. Fu allora che Lucio Dalla capì che quanto accadde quella notte di un agosto sorrentino doveva essere raccontato, cantato, così che da lì ai secoli, ai millenni a venire chiunque, inumidendosi le labbra con il celebre «Te voglio bene assaje…» possa ridar vita alla notte in cui Enrico Caruso, per l’ultima volta, commosse una giovane donna, il golfo di Napoli, le stelle del cielo, e il mondo intero.

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