L’ipocrisia di un Paese dove una frase razzista diventa “infelice”

29 Luglio 2014 ore 06:00

C’è molto di deprimente e poco di dignitoso nel caso Tavecchio, specchio fedele della palude in cui è impantanato il calcio italiano, prigioniero di un sistema che perpetua la conservazione delle poltrone.

La frase che il candidato presidente della Federcalcio ha pronunciato il 25 luglio scorso a Roma è razzista, ignobile, ributtante. «Le questioni di accoglienza sono un conto, quelle del gioco un altro. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che Opti Poba è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree».

Uno che parla così, non soltanto dovrebbe andare a nascondersi, ma dovrebbe essere già stato deferito davanti alla giustizia sportiva che, per molto meno, ha stangato tesserati rei di avere pronunciato anche una sola parola considerata antiregolamentare.

In un Paese normale, Tavecchio , 71 anni, Numero Uno dei dilettanti dal ’99, sarebbe già stato costretto ad andarsene dalla porta di servizio.

In questo Paese ipocrita, le frasi razziste sono diventate “infelici”, l’opera di minimizzazione si è scatenata subito e a tappeto, sostenuta dai grandi sponsor della rivoluzione mesozoica: Macalli, 77 anni, dal ’97 capo della serie C che in questi anni ha registrato un numero record di fallimenti; Carraro, 74 anni, uno che era presidente dello sci nautico quando c’erano ancora Kennedy,  Krusciov e Papa Giovanni e nel 2006 fu costretto a dimettersi dopo lo scoppio di Calciopoli; Galliani, 70 anni domani, da 28 anni braccio destro di Berlusconi con lotito l’aggravante che la sua alter ego milanista, Barbara, 30 anni domani, è ferocemente anti-Tavecchio, mentre Silvio fa il pesce in barile. Poi c’è Lotito il giovane, 57 anni, presidente della Lazio, già consegnatosi alla storia della Lazio perché, sotto la sua presidenza, l’Olimpico si è svuotato  a causa della sacrosanta protesta dei tifosi biancocelesti che uno così non lo vogliono vedere manco in fotografia, per l’arroganza e la spocchia con cui li tratta, per non avere mantenuto le promesse di mercato formulate dopo avere vinto la Coppa Italia nella finale contro la Roma disputata all’Olimpico  il 26 maggio 2013, per considerare la Lazio come una cosa sua e basta.

La saga tutta italiota dei sepolcri imbiancati imperversa mentre l’Unione Europea, la Fifa e la Uefa, che sulla lotta al razzismo non fanno sconti, mettono all’indice Tavecchio. Mentre l’immagine del nostro calcio, in caduta libera dopo il disastro brasiliano e rotolato al posto n.14 del ranking Fifa, ha subito un altro colpo durissimo. Ma la parola d’ordine degli ipocriti è: chissenefrega. Asserragliati dentro il Palazzo, i dinosauri del pallone si spalleggiano l’un l’altro, convinti di essere immortali. Dimentichi che anche quelli veri si sono estinti. Immemori di ciò che che Gesù disse nel Vangelo: «Guardatevi dal lievito dei Farisei, che è ipocrisia. Ma non v’è niente di coperto che non abbia ad essere scoperto, né di occulto che non abbia ad esser conosciuto. Perciò tutto quel che avete detto nelle tenebre, sarà udito nella luce; e quel che avete detto all’orecchio nelle stanze interne, sarà proclamato sui tetti».

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