La mostra fino al 13 Maggio

Ceribelli: il mio amico Dondero, leggenda del fotogiornalismo

Ceribelli: il mio amico Dondero, leggenda del fotogiornalismo
26 Aprile 2017 ore 07:00
Nella foto in copertina di Giancarlo Zambetti, Dondero (a sinistra) e Ceribelli nel cortile della Galleria, con la scultura di Antonietta Raphael. Tutte le foto del pezzo sono di Dondero.

 

Caro Ceribelli, lei ha una galleria nel cuore artistico di Bergamo. La vita del gallerista è quella di fare belle mostre che coinvolgono però sempre uno stretto giro di appassionati. Questa volta invece è andata diversamente. Lei ha presentato le foto di Mario Dondero, un fotografo che è stato grande ma non una star da giornali patinati, e mezza Italia ne parla. Repubblica ha dedicato due pagine e il Corriere una… Si è dato una spiegazione?
«Si spiega con il fatto che Mario Dondero è un personaggio la cui importanza è cresciuta con il passare degli anni. È uno che nella sua vita non ha mai cercato la gloria, anche perché non ci credeva e non gli interessava. Dondero è un personaggio di una popolarità grande e inaspettata. Io ho avuto la fortuna di essergli amico e di poter organizzare a un anno dalla sua morte questa mostra in cui si vedono foto che non si sono mai viste».

Facciamo un passo indietro. Dica in breve, per chi non lo sapesse, chi è stato Dondero.
«Più che un fotografo è stato un fotogiornalista. Una vera e propria leggenda del fotogiornalismo mondiale. Ha fotografato tutto, dalle guerre ai più grandi scrittori, attori e artisti del Novecento. Ha lavorato per i giornali italiani e francesi più importanti, dato che per quarant’anni ha vissuto a Parigi. Ha lavorato così tanto e con così tanta passione che ha lasciato quasi 400mila negativi. Da lì ho scavato per realizzare la mostra nella mia galleria».

 

 

Lei è stato grande amico di Dondero. Ci racconta come lo incontrò?
«È stato tutto molto veloce e casuale. Ero ad Ascoli Piceno nell’estate del 2002 o del 2003, in casa di amici, quando un sacerdote, don Emidio Rossi, iniziò a parlare di questo fotografo che dopo aver girato il mondo aveva deciso di stare a Fermo, nelle Marche, a pochi chilometri da lì. Io lo conoscevo solo di fama. Mi feci dare il numero di telefono, lo chiamai e gli dissi se potevo andare da lui. Mi ricordo che era il primo pomeriggio quando partii, all’insaputa di tutti. La sera stessa Dondero era tavola con noi».

Poi arrivò presto la prima mostra. Eppure la sua galleria si era caratterizzata per una chiara vocazione alla pittura e alla scultura. Troviamo nomi importanti come quelli di Ferroni, di Tullio Pericoli, di Giuliano Giuliani. La fotografia non era mai entrata…
«Invece c’era stato un precedente, un regista iraniano, Amir Naderi, di cui avevo esposto le fotografie perché me lo aveva suggerito un amico come Enrico Ghezzi che aveva scritto anche il testo del catalogo. Comunque è vero che la storia della galleria è legata a pittura e scultura».

Ebbe successo quella mostra di Dondero? Portava un personaggio che a Bergamo era poco noto…
«Con Dondero dovevi sempre aspettarti delle sorprese. Ricordo che all’inaugurazione arrivarono un gruppo di ferrovieri di Monza perché lui aveva fatto un servizio sulle ferrovie ed era diventato subito loro amico. Lo avevano proclamato ferroviere ad honorem. Arrivarono anche un gruppo di partigiani del Polesine, perché aveva fatto un servizio anche su di loro. Così in galleria c’era un pubblico vario come non mi era mai capitato di vedere. La cosa stupefacente era che lui si trovava a suo agio con tutti. Non si metteva mai davanti, né sopra. Stava sullo stesso piano del suo interlocutore».

 

 

Si trovava bene anche con gli intellettuali?
«Sì, anche con loro. Era molto amico di un filosofo come Giorgio Agamben, e quando andavamo a Venezia andavamo a casa sua. Era un uomo che si trovava bene con i filosofi come con i portinai. Aveva conosciuto Mario Botta, l’architetto, quando era a Venezia, e lo ha reincontrato a Bergamo perché Botta ha progettato la mia galleria. Cercando tra i negativi mi è capitato tra le mani uno di Botta giovane fotografato da Dondero a Venezia appena laureato. L’ho fatta stampare a Roma, ed era davvero felice. Una foto bellissima».

Riassumendo: lei incontra un fotografo che era nato a Milano, che aveva vissuto a Parigi e si era ritirato Fermo e riesce a farlo innamorare di Bergamo. È così?
«Un po’ è così. Dondero quando veniva al nord ormai non si fermava più a Milano. Veniva a Bergamo. Gli piaceva in particolare andare a mangiare alla trattoria alla Maresana. Lui era tifoso del Genoa, perché la famiglia era di origini liguri, e gli piaceva molto il calcio. Da fotogiornalista aveva fatto un famoso servizio riuscendo a salire sul pullman del Manchester di George Best: con la simpatia che aveva riusciva ad arrivare dappertutto. La foto di Best davanti al pullman è una di quelle che restano nella storia».

Discutevate di calcio?
«A lui piaceva. E si era in trattoria qualche battuta scappava sempre. Ricordo che quando l’Atalanta nel 2009 retrocesse stavamo mangiando proprio alla Maresana. Ad un certo punto entrò un tifoso che nonostante la delusione teneva la bandana nerazzurra. Dondero improvvisò uno sfottò. Quel tifoso con orgoglio gli replicò “che la fede non retrocede mai”. Lui si alzò e lo abbracciò per aver detto quella frase».

 

 

Dondero è stato capace anche di imprese che sanno di leggenda come quella in Grecia in occasione del processo Panagulis…
«Sì era entrato in aula dove non si poteva fotografare. Lui riuscì a fare qualche scatto e poi inevitabilmente arrivò il poliziotto a sequestrargli la macchina. Ma lui non si sa come riuscì a togliere il rullino prima di consegnarla. Lo mise nella tasca di Camilla Cederna, che era inviata del Corriere al processo. Nessuno se ne accorse e così noi abbiamo quella foto famosa di Panagulis con il suo sguardo sfidante».

Per questa mostra però lei ha scelto immagini meno famose. Perché?
«Perché ho avuto la fortuna di poter andare a cercare negli archivi dei negativi. Dondero li ha lasciati all’Archivio di Altidona, nelle Marche, creato da Pacifico d’Ercoli. Prima erano un po’ sparsi, un gruppo era alla fototeca dell’Università di Bologna; ora sono tutti lì, dove sono custoditi con grande passione dal gruppo che fa capo all’Archivio e da Laura Stroppa, l’u l t ima compagna di Dondero, che gli è stata vicino e lo ha assistito durante la malattia».

È difficile scegliere tra una massa di materiale così vasto?
«È un’esperienza affascinante. È come mettere le mani dentro la storia. Ma è come se la storia fosse ancora presente, di oggi. Mi viene da dire che scorrendo i negativi vedi i vivi… Poi a fare la selezione mi ha aiutato Tatiana Agliani, che è la curatrice della mostra».

Domanda venale. Ma quanto costa oggi una foto di Dondero?
«Non costano tanto, rispetto ai valori che sento in giro per altri maestri della fotografia. Del resto a lui piaceva che le sue foto girassero. Era generoso e ne regalava moltissime. Queste in mostra hanno un pregio particolare perché le abbiamo fatte stampare dal laboratorio Diamantino di Parigi, il meglio che ci sia per il bianco e nero. Comunque, per venire alla sua domanda, costano tra 1.700 e i 2.500 euro. Sono state tirate ciascuna in dieci esemplari, otto in vendita e due destinate a musei. Se invece si cercano foto firmate da lui, i valori sono un po’ più alti».

 

 

E qual è la foto di Dondero che lei ama di più?
«Difficile scegliere. Ce n’è una scatta a Baja, in Brasile, che mi è sempre piaciuta moltissimo. È un grande monumento, e tra le braccia della scultura c’è un bambino che dorme. All’inizio non te ne accorgi neanche. Poi quando lo scopri ti commuovi. Un’altra foto meravigliosa è L’uomo che voleva scalare la luna. Si vede una persona che si è arrampicata su un palo e guarda la luna che sbuca dalle nuvole. È una foto struggente, poetica, molto pasoliniana. Del resto lui era stato grande amico di Pasolini. Gli fece anche una delle foto più belle e più celebri, quella con sua mamma».

Dondero a parte, la sua galleria è legata anche ad un altro grande personaggio dell’arte italiana del secondo 900, Gianfranco Ferroni.
«Sì, è un artista che amo moltissimo. È profondo, drammatico, più difficile da proporre rispetto a Dondero. Si erano anche conosciuti. Tra l’altro Ferroni faceva fotografie che gli servivano per progettare i quadri. C’è anche una foto di Dondero che lo riguarda. Venne scattata al Museo di Bologna dove in un quadro di Guerreschi, pittore milanese della stessa generazione, si riconosce un ritratto di Ferroni. Per fortuna oggi in tanti iniziano a riscoprirlo».

Aveva conosciuto anche lui?
«Certamente. Lo andavo a trovare spesso a Milano nello studio che aveva in zona Vigentina. Era nella stessa casa dove abitava Gianna Nannini. Mi ricordo che un giorno lei mi fermò e mi disse che quel pittore non si lamentava mai di tutti i rumori che lei faceva provando le canzoni. Le rivelai che Ferroni in realtà ci sentiva pochissimo…».

 

 

Lei è un gallerista determinato. Ma quanto è difficile far capire l’importanza di un artista così?
«Il tempo ci sta dando ragione. Un appassionato di Ferroni era Tonino Guerra, che un giorno mi chiamò perché aveva bisogno di soldi per l’operazione agli occhi di una figlia e mi chiese di comprarglieli. Li presi. Qualche tempo dopo mi richiamò, dicendomi ce era tornato ad essere ricco e rivoleva comperare i suoi Ferroni. Purtroppo uno l’avevo venduto nel frattempo. L’altro se lo riprese».

Comunque è riuscito a portarlo agli Uffizi…
«In realtà fu il direttore Antonio Natali a volere nel 2015 quella mostra così importante. Venne organizzata in occasione della donazione di un suo Autoritratto che è andato ad arricchire la raccolta di autoritratti del museo. La mostra ha avuto un grande successo ed è stata accompagnata anche da un bellissimo catalogo».

Un ’ultima domanda. La sua galleria è in un posto strategico. Di fronte alla Gamec e quasi condivide i muri con l’Accademia Carrara. Vede un risveglio dell’arte a Bergamo?
«C’è più movimento, com’è naturale che sia, perché il museo dopo tanti anni ha riaperto. Ma non vedo tutto quel fermento di cui tanto parlano. Accadono belle cose, come la mostra di Umberto Pipi Carrara che ha aperto un paio di settimane fa alla Gamec. Un artista “segreto” bergamasco, morto qualche anno fa, che ho avuto l’onore di presentare io qualche anno fa. Vederne riconosciuta l’importanza è una soddisfazione».

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