Il bambino che morì nell'Egeo

Che ne è della famiglia di Aylan accolta in Canada (eccetto il padre)

Che ne è della famiglia di Aylan accolta in Canada (eccetto il padre)
29 Dicembre 2015 ore 11:55

Teema Kurdi vive da vent’anni a Vancouver, dove si è trasferita dal suo Paese natale, la Siria. Da molto tempo aveva cominciato a mettere da parte del denaro per aiutare il resto della sua famiglia a raggiungerla in Canada, risparmiando sui guadagni ottenuti con il salone di bellezza di cui è proprietaria. Aveva chiesto al governo di riconoscere lo status di rifugiati per i suoi parenti, ma la domanda era stata respinta. La legge canadese vuole che almeno cinque cittadini garantiscano sostegno finanziario e personale per i richiedenti; inoltre, lo status di rifugiati deve essere riconosciuto dalle Nazioni Unite, che faticano a districarsi tra le migliaia di domande ricevute. Teema aveva allora cercato di pagare il viaggio ai suoi cari, chiedendo il supporto di amici e altri familiari. Purtroppo, però, i soldi racimolati non erano abbastanza. Per questo motivo, la famiglia Kurdi aveva deciso di contattare dei trafficanti e di mettersi in viaggio verso la Grecia via mare. Purtroppo, il gommone su cui si trovavano Abdullah e Mohammed, fratelli di Teema, è stato travolto da una tempesta nei pressi dell’isola di Kos. Le onde hanno portato via la vita della moglie di Abdullah e dei suoi figli, Galip e Aylan. Il corpo del più piccolo, esanime sulla spiaggia, è stato fotografato e la sua immagine è stata presentata come il simbolo di una tragedia.

 

 

Quello che resta a Abdullah. Abdullah era un barbiere, prima della guerra. Si era innamorato a prima vista di Rehanna, una cucitrice. Si erano sposati e avevano comprato una casa sulle falde del monte Qassioun, vicino a Damasco. In estate, invece, andavano a Kobane, per lavorare nei campi di olivi. Erano felici, prima della guerra. Abdullah è l’unico sopravvissuto della sua famiglia. È tornato a Kobane per le esequie dei figli e della moglie e non è più tornato in Europa, nonostante i reiterati inviti della sorella Teema. «Tenevo stretta la mano di mia moglie. Ma i miei bambini mi sono sfuggiti via. Era buio e tutti gridavano. Ho cercato di prendere mia moglie e i piccoli, ma non c’era speranza. Sono morti uno dopo l’altro. Dovevo morire con loro», ha raccontato l’uomo. «Rimarrò e combatterò a Kobane, combatterò per la famiglia che mi rimane e per la mia gente. Mi sento come se avessi perso tutto, come se la mia vita fosse finita, ma devo combattere e lottare per quello che resta».

Accuse infamanti e senza senso. Per qualche giorno il mondo si è stretto intorno a Abdullah. Ma le manifestazioni di solidarietà a un certo punto sono finite. A una sola settimana di distanza dalla morte della sua famiglia, l’uomo è stato accusato di essere un trafficante di esseri umani, di avere organizzato il viaggio attraverso l’Egeo e di avere guidato il gommone, benché non avesse alcuna esperienza di navigazione. È stato accusato di essere un opportunista da un senatore australiano, Cory Bernardi, che ha dichiarato: «Il padre li ha messi su quella barca per ricevere delle cure dentistiche. Non erano in pericolo in Turchia». Ci sono state accuse anche più infamanti. Dicevano che Abdullah avesse tratto profitto dalla tragedia, vendendo gli abiti del figlio morto a un museo parigino. Ogni dichiarazione di questo tipo si è rivelata infondata, ma ciò non toglie la gravità del fatto. Abdullah è stato vilipeso, nonostante le sue perdite: «Volevo che la comunità internazionale aprisse il suo cuore alle richieste dei rifugiati. Nessuno mi stava a sentire. Tutti volevano usare quella fotografia e quello che mi era accaduto per i loro scopi».

 

 

L’incontro con Barzani. A settembre, però, Abdullah è stato invitato a Erbil dal primo ministro del Kurdistan iracheno, Barzani. L’incontro è stato proficuo per Kurdi: «Il primo ministro Barzani mi ha dato l’idea di aprire un’organizzazione umanitaria». Anche le migliori intenzioni, però, possono nascondere delle insidie. I responsabili di alcune ong dubitavano che la proposta del politico fosse motivata soltanto da intenti benefici. Aziz Sheikh Reza, leader della Barzani Foundation, una ong che fornisce aiuto ai rifugiati curdi, ha ammesso che Abdullah avrebbe rappresentato un’opportunità per mettere in luce la lotta per l’indipendenza del Kurdistan. Non aveva torto.

Dopo essere stato dipinto come un padre affranto, come un uomo senza scrupoli e poi di nuovo come un uomo distrutto, Kurdi è diventato il simbolo della lotta di tutto il suo popolo. Di nuovo, il dolore sofferto è stato strumentalizzato per altri fini. Abdullah è stato nominato membro onorario dei Peshmerga, è stato messo al lavoro per promuovere la causa curda, è stato portato nei campi profughi e tra i soldati che combattono contro Isis. L’uomo ha deciso di restare comunque nel Kurdistan iracheno, a Erbil. Almeno qui è stato accolto, gli è stata data una casa e la residenza permanente. Non gli importa che la sua presenza venga usata per altri scopi. Dopo tutto, in questo crede lui stesso. Crede, ad esempio, nell’organizzazione umanitaria per i bambini dei rifugiati, crede nella ricostruzione dell’ospedale di Kobane dove è nato Aylan. La sua situazione, tuttavia, è ancora molto dura: c’è ancora chi pensa che sia diventato ricco e influente e chi pensa che abbia ucciso la sua famiglia. L’attacco terroristico di Parigi, poi, ha inferto un duro colpo alla salute mentale dell’uomo, spaventato da quello che potrebbe capitare ora ai rifugiati. I suoi progetti a Erbil e a Kobane sono un’ancora di salvezza, un motivo per andare avanti. Per questo motivo si è rifiutato di seguire in Canada il fratello Mohammed, che ora ha finalmente ricevuto lo status di rifugiato.

 

[L’arrivo della famiglia di Aylan, in Canada]
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Una nuova vita per Mohammed e la famiglia. Mohammed e la sua famiglia sono atterrati ieri, 28 dicembre, a Vancouver. L’uomo ha ringraziato il primo ministro Trudeau ed è molto felice di essere finalmente arrivato in Canada, dove si è ricongiunto con la sorella Teema, che ha ringraziato il Canada per «aver mostrato al mondo come bisognerebbe accogliere i rifugiati e salvare delle vite». La donna ospiterà i parenti in casa sua, il fratello lavorerà nel suo salone di bellezza, mentre i nipoti studieranno nelle scuole locali. Per loro è un’occasione per ricominciare.

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