Chiacchierando con Moni Ovadia

28 Febbraio 2015 ore 11:45

È nato in Bulgaria da genitori ebrei di origine sefardita, cioè di lontane radici spagnole. La sua storia comincia nel lontano 1972, quando fonda il Gruppo Folk Internazionale, con un repertorio tipico delle regioni balcaniche. Il gruppo, sei anni dopo, si trasforma in Ensemble Havadià, nome di famiglia italianizzato nel tempo in Ovadia.

Moni Ovadia, aspetto ieratico e sguardo ironico, di ispirazione culturale solida nell’intendere mai banale dell’arte, esordisce in teatro a metà degli anni Ottanta con il testo Dalla sabbia dal tempo. Ma solo con Oylem Goylem (Il Mondo è Scemo) arriva il grande successo: un lavoro in lingua yiddish in cui si mescolano musica, canzoni del popolo ebraico e umorismo witz, tipico modo di fare ironia del mondo israelita. Da allora Moni, semplificazione del più impegnativo nome Salomone, ha intrecciato il suo universo artistico di danze, canzoni, riflessioni e monologhi intensi, che lasciano senza fiato per la capacità geniale di rendere lievi messaggi dal contenuto pesante come pietra. Un filosofo del vivere profetico e perspicace.

Pensare favorisce il godimento della vita?
Ritengo di si: è una forma privata di divertimento. Se non sai suonare, devi per forza mettere un disco quando senti il bisogno di musica. Il mondo è ricco di colori, ma sono molti i daltonici.

Piacere puro è leggere un buon libro o sedurre con le parole una donna?
Se passi la tua esistenza a sedurre prima o poi avvertirai il vuoto che ne consegue. Dice Cavafis:«Non portare mai la tua vita troppo a spasso nei salotti se non vuoi ricavarne incalcolabile danno». Leggere invece è una gioia impareggiabile, un ristoro per la mente che non ha uguali.

Cosa sarebbe una vita senza musica?
Un racconto cassidico recita: «Un uomo privo dell’udito si meravigliava di vedere tanta gente muoversi e dimenarsi solo perché un archetto veniva ripetutamente battuto sulle corde. La sua sordità lo portava a giudicare aspramente e lo privava del grande dono dell’autocritica». La metafora insegna che ci sono al mondo sordità dell’anima tali da far perdere le più grandi chance e di precludersi interessi imperdibili.

L’ironia può rivelarsi  rimedio ideale e perfino panacea per questi tempi tristi?
Un uomo sprovvisto di ironia e autoironia è destinato senza alcun dubbio a fare una vita grama. Prendersi troppo sul serio spalanca le porte all’imbecillità senza controllo, cosa che mi capita di constatare spesso.

Così siamo proprio abitanti di un oylem goylem, di un mondo scemo…
Il nuovo millennio è troppo giovane e all’orizzonte non vedo granché. A questo contribuisce non poco l’insostenibile ‘catarro iconico’ televisivo che di certo non sembra fatto per favorire lo sviluppo degli aspetti più alti del pensiero.

Meglio ebrei per praticare l’umorismo?
Non necessariamente: gli ebrei della diaspora se ne sono serviti con profitto, ma conosco molti privi di questa dote. Gli inglesi, per esempio, sono da sempre maestri. Ti racconto questa. Un’oppositrice di Wiston Chuchill fa allo statista: «Fossi in sua moglie le verserei il veleno nel caffè». E lui di rimando: «E io, se fosse lei a essere mia moglie, lo berrei subito d’un fiato». Straordinario, fulminante!

Si può ridere di Dio?
Il Talmud insegna che Dio ride di se stesso. È interessante partire dal principio che anche il divino può essere redento.

Il senso estetico avvicina alla eccentricità o è sintomo di una ambizione quasi teologica?
Il senso del bello è una tensione spirituale : nell’islam si dice che Allah è bello. Naturalmente la bellezza priva di contenuto interiore è mera vanità.

È la barba che fa il saggio?
Il mondo è pieno di barbuti cretini e metto tra questi molti uomini di religione. È la zucca che conta.

Di cosa è conveniente disfarsi lungo il viaggio terrestre?
Della supponenza, della vanità, dell’autoritarismo. E cancellare il malanimo verso gli altri. Il giudizio finale esige questi valori. Il resto è solo un fardello a debito.

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