Si chiama Jordi Muñoz

Da clandestino a milionario Il ragazzo messicano dei droni

Da clandestino a milionario Il ragazzo messicano dei droni
26 Febbraio 2015 ore 19:20

Fin da quando era bambino, le passioni del messicano Jordi Muñoz erano i computer e gli aeroplani: due interessi tipici di molti ragazzi e adolescenti nati dopo l’invenzione del pc. Ma un conto è avere una passione, altra storia è riuscire a far di questa passione un lavoro vero e proprio, magari arrivando a fondare un’azienda che oggi fattura la bellezza di 30 milioni di dollari l’anno. Con questo breve ma esauriente climax potrebbe oggi essere descritta l’incredibile storia di questo ragazzo.

La vicenda del suo precocissimo successo – oggi Jordi è un giovane ragazzo di appena 28 anni – è la dimostrazione in carne ed ossa di come gli Usa siano ancora la terra del sogno e del self made man. Nato in Messico, a soli vent’anni si trasferisce in California grazie alla donazione di un benevolo mecenate che ha creduto e scommesso su di lui. Arrivato nella città degli angeli, comincia a fabbricare alcuni droni nel garage di casa sua, fino ad arrivare a fondare un’azienda che oggi vanta centinaia di dipendenti. Ma andiamo con ordine e ripercorriamo la sua vicenda dall’origine.

 

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Chi è. Nato il 7 maggio 1986 a Ensenada, in un piccolo paese poco distante dal confine sud della California, a quattro anni si trasferisce a Tijuana (Messico). Da giovanissimo si diverte a smontare e rimontare i computer che i suoi genitori gli compravano e così, in breve tempo, diventa il ragazzo conosciuto in tutto il quartiere come riparatore specializzato di pc, console e televisori. Ma il suo desiderio va ben oltre: «Ho sempre sognato di diventare un pilota», dice. E per questa ragione decide di iscriversi alla facoltà di ingegneria aeronautica al Politecnico di Città del Messico, dove, per ben due volte, non passa gli esami di ammissione che si svolgono a inizio dell’anno. Non era questa la sua strada, del resto.

È tenace, non si dà per vinto e non ha alcuna intenzione di racchiudere questa passione in qualche polveroso cassetto della sua memoria. Torna a casa, a Tijuana, e cerca di prosegue gli studi informatici. Nel frattempo converte il sogno di diventare pilota nella progettazione di modellini aerei telecomandati. Non ha molti soldi e per costruire i suoi primi aggeggi utilizza tutto ciò quello che gli capita sotto mano: i circuiti del telecomando della Wii, un tostapane e una scheda Arduino.

 

 

La svolta. In pochi mesi si fa una buona cultura su tutto quello che c’è da sapere circa la meccanica e i processi di costruzione degli aerei telecomandati. Nel frattempo si mantiene costantemente aggiornato sul tema, scoprendo un interessante blog, Diy Drones, dove ogni appassionato costruttore può presentare e discutere le sue creazioni. Qui ha la possibilità di conoscere Chris Anderson – grande esperto di tecnologia e fondatore di Wired – e tra i due nasce subito un’amicizia virtuale fatta di numerose mail in cui si scambiano impressioni e consigli su tutto ciò che sanno riguardo i droni. Anderson intuisce le potenzialità del giovane ragazzo e, senza conoscerlo, gli presta 500 dollari per sviluppare un prototipo con materiali più degni. Nel 2007, a soli 20 anni, Muñoz fa i bagagli e si trasferisce con la moglie da Tijuana a Riverside, in California, con la speranza di poter finalmente realizzare i propri sogni.

La nascita dell’azienda. Come già detto, tra i due nasce subito una bella amicizia che raggiunge il suo apice nel 2009, quando insieme fondano una società che produce droni, la 3D Robotics. Come ha ben spiegato il Sole 24 Ore:«L’azienda, finanziata dai venture capital Foundry Group, AlphaTech Ventures e SK Ventures, ora ha un giro d’affari di 30 milioni di dollari (diventeranno 50 entro la fine dell’anno), impiega 357 addetti e vende ogni giorno da 80 a 200 droni che costano dai 500 a duemila dollari».

Il successo di questo business, ha spiegato Muñoz in un’intervista rilasciata all’Economist nel 2013, non sta solo nel talento e nelle intuizioni dei due fondatori. Al contrario, un fattore non irrilevante sarebbe quello di aver potuto impiantato la produzione a Tijuana, in Messico, dove chi assume manodopera locale gode di numerosi sgravi fiscali. Un ragazzo modesto, il cui business è appena cominciato e che, dati alla mano, sembra aver davanti a sé un futuro più che roseo.

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