Beati i poveri di spirito

Compiti per le vacanze Capitolo I: beati i poveri di spirito

Mercoledì 6 agosto, all'udienza generale, Papa Francesco ha dato i "primi compiti" per le vacanze: portare sempre con sè un piccolo Vangelo (in tasca o nelle borse), leggere e imparare le Beatitudini (capitolo 5 del Vangelo di Matteo) e seguire il "protocollo" del capitolo 25, sempre da Matteo, dove sono presenti "le domande che ci faranno nel Giorno del Giudizio". Lo abbiamo preso sul serio, e abbiamo cominciato a farli. Primo tema, diviso in due parti: "Beati i poveri di spirito".

07 Agosto 2014 ore 12:39

 

Più facile no, eh?! Più facile non poteva proprio darcelo il compito, il nostro amico papa Francesco, eh?! Le Beatitudini. Uno dei testi più incomprensibili del mondo. A cominciare da quel ripetuto “beati” che probabilmente solo Lui sapeva cosa vuol dire. Beati. Beati. Anche la beat generation (Kerouac e compagnia) dicevano di essere beati. Ma sembra che non andasse bene come l’intendevano loro.

Beati. E poi tutto il resto: quelli che erediteranno la terra, quelli che vedranno Dio, quegli altri ancora che saranno chiamati figli di Dio. Mai capito cosa significhi veramente questo discorso. Letto tante volte, mai capito. Sono anche andato al Monte delle Beatitudini, sul lago di Tiberiade. E ne ho tratto la convinzione che neanche quelli che hanno costruito la chiesetta in ricordo dovevano averlo capito. Non avrebbero fatto una cosa come quella. Ma tant’è: i compiti si fanno, non si discutono. Noi veniamo prima della scuola media unica.

Dunque: Gesù era diventato famoso. In tutta la Siria, dice il testo. (A proposito: la Siria, san Paolo che va a Damasco. Povera Damasco! e Padre Dall’Oglio, che ne sarà di lui?). Dunque era diventato famoso in tutta la Siria e così ogni giorno gli portavano un sacco di malati “tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano”. Questo è facile capirlo: uno ti cura gratis anche le malattie incurabili. Anche io ci andrei: mi ci porterei da solo, se nessuno volesse portarmici.

Era diventato famoso, dunque, non per aver inventato qualcosa, non per aver vinto una guerra, non per aver fatto memorabili discorsi. Era diventato famoso perché se uno aveva la depressione – o la poliomielite, o dava fuori di matto, o l’artrite reumatoide gli faceva vedere le stelle – e andava da lui tornava guarito. Una bella fortuna. Avercelo!, uno così. Meglio ancora di Lourdes.

Un bel giorno, al vedere per l’ennesima volta tutta quella gente in attesa, decide di salire un po’, forse sperando di operare una selezione, come i ciclisti quando scattano in salita. A un certo punto – dove ora c’è quella costruzione celebrativa – si siede e si mette a parlare con quelli che lo seguivano perché volevano seguirlo, non perché avessero un qualche dannatissimo male da guarire. E attacca con questo discorso. E – lo dico così, perché non ho nessuna prova che le cose siano andate davvero in questo modo – gli vengono in mente tutti quelli dei giorni prima: matti da legare, lamentosi cronici, tossicolosi, …tutta gente sofferente in qualche modo. Infelici, in parole povere.

E allora pensa: strano. Tutta gente sofferente, quella che ho visto. Ma in certo senso anche speranzosa. Altrimenti non continuerebbero ad arrivare da tutte le parti.

E prova a immaginare cosa possa voler dire essere contento. O cosa avessero da esser contenti, i poveretti. Ragiona, diciamo così, a voce alta. E i primi che gli vengono in mente – tra tutti quelli che ha visto i giorni prima – sono i poveri di spirito. Quelli che lui chiama così. Magari sta pensando proprio a una faccia precisa, uno che lo aveva colpito perché, quando era venuto il suo turno, gli si era messo lì davanti come uno che non capiva bene cosa stesse succedendo, ma pure stava lì. Sorriso fisso, gli altri che lo spingevano, e lui lì, in attesa. Pareva contento che toccasse a lui. Non sapeva bene cosa gli toccasse, ma toccava a lui. E toccava a lui proprio perché era uno di quelli a cui non sarebbe mai toccato niente, tanto capiva poco. Nemmeno questo capiva, il poveretto. Eppure stava lì, con la sua faccia beata, e tutti che lo guardavano, in attesa – lui e loro – che qualcosa accadesse.

Ecco, deve aver pensato Gesù: uno è contento quando – dopo aver svolto con competenza e passione per anni il suo ruolo di portatore d’i scarp del tennis – sente improvvisamente che è venuto il suo momento: il Signore Iddio (ma questo lo sa il Signore Iddio; l’altro non ci pensa nemmeno lontanamente a una cosa simile) si sta occupando di lui.

Che altro può essere il regno dei cieli, se non questo accadimento inimmaginabile?

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. O forse vuol dire un’altra cosa?

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