Così il codice Atalanta avrebbe stangato Tavecchio

26 Agosto 2014 ore 17:07

Come stangare chi pronuncia frasi razziste: promemoria per Stefano Palazzi, procuratore federale che, dopo un mese di attesa, ha archiviato le banane Tavecchio, mettendo nero su bianco che «non sono emersi fatti di rilievo disciplinare a carico del neopresidente della Figc, Carlo Tavecchio, sia sotto il profilo oggettivo sia sotto il profilo soggettivo». Il 25 luglio scorso, a Roma, presentando la propria candidatura, Tavecchio dixit: «L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo che ‘Opti Poba‘ è venuto qua che prima mangiava le banane e adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così». In qualunque altro posto del mondo, diverso da questa repubblica delle banane, uno che avesse aperto bocca per partorire queste bestialità sarebbe stato accompagnato alla porta. In Italia l’hanno eletto capo della federazione calcistica che, assieme alla Germania, è seconda solo al Brasile quanto a titoli iridati, avendone vinti quattro cui s aggiungono un europeo, un’Olimpiade ed essendo attualmente vicecampioene d’Europa in carica. Aspettando la decisone dell’Uefa, che ha messo sotto inchiesta Tavecchio, il signor Palazzi telefoni all’Atalanta e si faccia spiegare come si combatte il razzismo.

L’11 marzo scorso, Alberto Grassi, 19 anni, centrocampista e punto di forza della splendida Primavera di Bonacina ora protagonista di un brillante precampionato con la prima squadra, è stato squalificato per 10 giornate, dopo avere detto «Alzati, vu cumprà», ad un giocatore del Verona. Ancora oggi, Grassi aiuta i ragazzi poveri di Bergamo con una generosità e una dedizione che gli fanno onore: l’iniziativa è stata presa dall’Atalanta in accordo con il Patronato San Vincenzo presieduto da don Fausto Resmini. Il Patronato è l’istituzione cittadina collegata alla Casa del Giovane, il college dei ragazzi nerazzurri. All’epoca dei fatti, Mino Favini, 78 anni, straordinario maestro di calcio e di vita, capo del settore giovanile atalantino, spiegò con parole semplici alla Gazzetta dello Sport ciò che era accaduto:  «Alberto non aveva alcun intento razzista, ma ha sbagliato. Ora assistere i coetanei meno fortunati lo farà riflettere e gli permetterà di rendersi utile al prossimo». La stessa Gazzetta ha ricordato come, nel 2013, due allievi nerazzurri protagonisti di un video considerato “non idoneo” dalla società, furono spediti da don Resmini a servire i pasti ai senzatetto della stazione di Bergamo.

Capito, Palazzi? E non ci si venga a dire che Tavecchio ha chiesto scusa, che ha fatto le adozioni a distanza, che è stato in Africa, che ha nominato Fiona May consigliera per l’integrazione, eccetera eccetera. Nessuno minimizza o sottovaluta le sue iniziative umanitarie. Ma le banane Tavecchio fanno venire il voltastomaco ogni volta che se ne parla. E l’archiviazione decisa da Palazzi conferma che il calcio italiano somigli sempre più alla fattoria degli animali di Orwell, dove tutti sono uguali, ma i maiali sono più uguali degli altri. Questo sistema mesozoico non si può riformare. Bisogna raderlo al suolo e, una volta portate via le macerie, raderlo al suolo un’altra volta.

 

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