Più precisamente a Sabbio

Lo storico crièl, gioco per gli umili ancora oggi gloria dalminese

Lo storico crièl, gioco per gli umili ancora oggi gloria dalminese
Personaggi 24 Ottobre 2017 ore 07:00

In gergo è detto ol zoc dèla bàla o del crièl, ma il nome ufficiale è invece il gioco del tamburello. Un passatempo che rintraccia le sue origini in terra italiana, dove veniva praticato addirittura prima dell’Unità. Questa attività sportiva dai contorni antichi tanto nostrani, tuttavia, ha trovato un particolare successo nella frazione di Sabbio, a Dalmine, dove, secondo le parole di Enzo Suardi (membro dell’associazione storica dalminese), rappresentava negli ultimi anni dell’Ottocento un gioco in grado di catturare l’attenzione di giovani e meno giovani, nonché un passatempo capace di rivestire una funzione aggregativa. Per l’esattezza, il tamburello prevede la presenza di cinque giocatori per squadra che, in un campo aperto, si ritrovino a ribattere una pallina di gomma servendosi del tamburello, al posto della classica racchetta da tennis, ben più conosciuta. Nel passato sabbiese, luoghi idonei alla sua pratica erano i cortili sufficientemente ampi, la piazza e addirittura il sagrato della chiesa.

 

 

Il passatempo degli umili. lI sopraggiungere del nuovo secolo portò con sé una grande novità sul territorio dalminese: arrivò infatti la Mannesmann-Dalmine, con a seguito l’Organizzazione Nazionale Dopolavoro, sostituito poi con il passare degli anni dal noto Cral aziendale. Tra le attività ricreative proposte ai dipendenti, tra le quali figuravano il ciclismo, il nuoto, il tennis, il calcio, le bocce e il motociclismo, venne inserito, per l’appunto, anche il gioco del tamburello. Un passatempo che è riuscito a fare breccia nel cuore della gente in quanto sport degli umili e dei modesti, come si scriveva su Dalmine Sport nel 1966, dove si aggiunge che «il paese era piccolo e i pochi abitanti dalminesi, al termine del loro turno di lavoro, non sapevano che fare. C’erano sì alcune trattorie ove alla sera gli appassionati dello scopone si riunivano per fare una partita a carte. Ma tutto ciò non bastava. Allora alcuni volenterosi introdussero nelle succitate attività ricreative anche il gioco del tamburello».

Il primo campo e i primi avversari. E se, inizialmente, si giocò su un campo abusivo, la snella burocrazia del tempo permise ai più accaniti giocatori di affittare agevolmente un pezzetto di terreno da adibire a campo sportivo apposito. Con il sorgere dell’attività agonistica, i dalminesi cominciano ovviamente a indossare anche l’uniforme ufficiale, composta da un fazzoletto cinto sulla fronte degli sportivi dal colore bianco, come erano bianchi le scarpe, i pantaloni, le magliette e i calzini. È dunque in questa tenuta dal candore assoluto che i dalminesi cominciarono a farsi le ossa, sfidando sul campo i nemici limitrofi, tra cui c’erano quelli del Trezzo, dell’Osio Sopra, del Bottanuco, del Mariano e del Verdellinese. Tra le fila di coloro che correvano ad assistere al rimbalzo della palla da un tamburo all’altro, tantissimi appassionati, ma anche numerose mogli che, con neonati a seguito, costituivano un anello femminile che lambiva l’intero perimetro del campo.

 

 

Il campionato provinciale. Da semplice passatempo, il cosiddetto crièl si trasforma dunque in un vero e proprio sport, anche a livello agonistico. Le prime sfide vengono perpetrate sul campo in erba dell’appena nato velodromo, per poi trasferirsi sui più adeguati spazi situati davanti agli stabilimenti della Dalmine. La storia della tradizione del tamburello dalminese inizia a farsi ancor più seria nel 1954, quando la squadra riesce ad aggiudicarsi il Campionato Provinciale prima, il titolo Regionale poi, arrivando a conquistare anche il prestigioso titolo nazionale di seconda categoria. Un successo che con grande soddisfazione viene poi replicato nel 1963. Il tamburello ha perso di intensità con il sopraggiungere sulla scena sportiva del calcio, ma ha comunque saputo resistere nella forma di uno sport per «pochi umili».

La tradizione continua. Con l’avvento dell’Enal Nazionale, l’attività riesce a riprendere vigore, e con la conseguente nascita di una federazione vengono organizzati tornei su scala nazionale. Tra le province che rispondono più vivacemente all’appello c'è soprattutto la provincia bergamasca, dove a spiccare furono i giocatori del Dopolavoro Dalmine. Con il passaggio di proprietà negli anni Settanta degli stabilimenti Dalmine alla nuova società Ilva, tuttavia, viene meno la sponsorizzazione del Cral-Dalmine. Alcuni appassionati sabbiesi hanno però la lungimiranza di rispondere al momento di crisi senza lasciare che quella tradizione si disperda e decidono di rifondare un nuovo gruppo abbinato alla locale Polisportiva Calcio Sabbio, iscrivendosi poi al campionato provinciale di serie D. Giocano sul terreno comunale (dove ora ci sono le scuole elementari Manzoni) e nel luglio del 1974 prende vita il trofeo «Stal di Ere», che viene riproposto per dieci edizioni, finché nel 1983, per motivi organizzativi, non sarà affossato.

 

 

L'entusiasmo intatto. Nel 1981, i fervidi appassionati, scelgono di rendersi autonomi dalla Polisportiva Calcio Sabbio e viene così fondato il gruppo Us Sabbio Tamburello. In breve prende inizio quell’avventura che lo porterà a vincere nell’82 il Campionato di Serie D, nel ‘86 il titolo nazionale di Serie C, e nel ‘99 di nuovo il campionato di serie D. Il tamburello, la cui storia è stata tanto abilmente riscritta e conservata da Suardi, rivive oggi nell’entusiasmo di chi continua a praticarlo abitualmente e ogni domenica mattina, al campo di Sabbio, si concede un tuffo in quel glorioso passato.