«Mi avete accolto benissimo»

Diario di un bizzarro 80enne in bici

Diario di un bizzarro 80enne in bici
Personaggi 09 Ottobre 2017 ore 09:25

Trecentomila chilometri già percorsi e molti altri ancora da fare; 152 Paesi visitati e altri che ancora lo aspettano; centinaia di migliaia di persone incontrate e «un sacco di donne. Scrivilo, eh». Janus River ha ottant’anni, di cui gli ultimi diciassette passati in viaggio per il mondo in sella alla sua bici e con trenta chili di bagagli sulle spalle. Eppure, mentre racconta la sua storia su un divano dell’Ostello della Gioventù a Monterosso ne dimostra la metà. Macché, un quarto. Perché decidere di abbandonare tutto e partire alla scoperta del mondo è un sogno che solo gli animi più puri, come i bambini, possono avere. E realizzarlo richiede una sana incoscienza che, solitamente, soltanto i ventenni hanno. «Era il 1999. Leggevo i giornali nella mia casa di Fregene, vista mare. L’arrivo del nuovo millennio metteva paura, tanti pensavano sarebbe finito il mondo. Poi ho letto la notizia di un ragazzo che stava per partire per un giro dell’Europa in bicicletta. E ho pensato sarebbe stato bellissimo. Non ci ho dormito la notte, la mattina dopo ho iniziato i preparativi. Qualche settimana dopo sono partito, senza avvisare nessuno e lasciando tutto».

Ma lei è un appassionato di ciclismo?
«Ma va. Non andavo in bici da quando avevo dieci anni».

Allora perché?
«Me lo chiedete tutti (ride, ndr ). Volevo fare qualcosa di unico, tutto qui».

Parla un italiano perfetto...
«Ho vissuto tanti anni qui in Italia».

 

 

Ma lei è polacco.
«Sono cresciuto in Polonia. I miei genitori sono morti che ero piccolo, me la sono sempre cavata da solo. Lavoravo nel mondo dello spettacolo e del calcio. Poi è arrivato il comunismo e... Niente, volevo scappare. Sono riuscito a fuggire in Egitto, son rimasto là tre anni, finché non è stato eletto papa Karol Wojtyla. Un mio zio era un suo collaboratore, riuscii a contattarlo e ad arrivare in Italia. Non son mai voluto diventare cittadino italiano però, e con la Polonia non volevo più aver nulla a che fare. Quindi sono rimasto apolide fino all’inizio di questo viaggio, quando mi resi conto che un passaporto mi sarebbe stato utile per ottenere visti e per altre questioni burocratiche».

Perché è tornato in Italia?
«Ci tenevo a tornare. Il mio obiettivo è raggiungere Pechino nel 2028, ma non potevo non ripassare da qui. Ho già visitato tutta la Sicilia e tutta la Liguria e ora eccomi in Lombardia».

Come funziona il suo viaggio?
«Seguo un programma, prima di arrivare in un territorio avviso sempre Provincia e Comuni, spiegando chi sono e cosa faccio. Non chiedo soldi, al massimo un tetto e un letto. Viaggio con tre euro al giorno, per il resto mi affido al buon cuore della gente».

E qui a Bergamo ha trovato gente di buon cuore?
«Oh, sì! Il presidente Matteo Rossi è stato gentilissimo e il sindaco Giorgio Gori ha voluto incontrarmi assolutamente. Grande persona. Io so anche che la sindaca, sua moglie, è una presentatrice brava. Magari mi chiama in tv (ride, ndr ). Scherzo, eh. La gente, invece, è proprio bella. L’unico mio vizio sono il bombolone e il cappuccino la mattina e in questi giorni ho sempre trovato qualcuno che ha pagato per me».

 

 

Mi scusi la domanda poco cortese, ma lei ha ottant’anni e dorme all’Ostello della Gioventù. È una sua scelta?
«Io avevo chiesto un posto semplice, magari non proprio in centro città. Non mi ci trovo. A Como mi hanno ospitato in un hotel bellissimo, ma io preferivo dormire per terra nel sacco a pelo. Qua è perfetto».

E cosa ha fatto qui a Bergamo?
«Mi sarebbe piaciuto incontrare i bambini delle scuole, come faccio in ogni città che vado. A loro piacciono un sacco le mie storie di viaggio».

Non ci è riuscito?
«Purtroppo no. È la prima volta che mi capita. Il Comune mi ha spiegato che non poteva fare nulla, così ho scritto alle scuole: non mi ha risposto nessuna. Non è una cosa bella».

Ha ragione, ci dispiace...
«Però ho visto Città Alta. Bellissima!».

Dove è stato?
«Sono stato ospite di Da Mimmo. Anzi, la prima sera in città ho cenato da Mimì. Vede, io faccio solo un pasto al giorno quando posso o me lo offrono. E ordino sempre due primi, un’insalata e mezzo litro di vino».

Ha provato i casoncelli?
«No. Li ho visti ma non mi sono fidato».

Ma come? Sono il nostro piatto tipico.
«Quando ho letto sul menù “ravioli” non ho capito più niente. Vado matto per i ravioli».

Le sono piaciuti?
«Molto, ma erano pochi. Solo sette, li ho contati. Per fortuna poi mi hanno portato le tagliatelle e quelle erano una porzione per tre».

 

 

Quali sono le sue prossime tappe?
«Dopo Bagnatica e Grumello raggiungo Brescia passando per Iseo. Conto di arrivare a Bolzano prima dell’inverno, per poi tornare in Liguria e visitare Sardegna e Lazio».

Non si ferma mai?

«Guardi, nella mia vita non sono mai stato da un dottore e non ho mai preso un farmaco. Quando ho un malanno mi dico: “Va be’, tanto passa”. E pedalo e cammino finché non sto bene. È tutto ok, funziona tutto alla perfezione».

Le auguriamo il meglio. E buon viaggio. Però, a registratore spento, mi racconti un po’ meglio questa storia delle donne...
«Uhhh, in Brasile è stato meraviglioso...».