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Il diritto del Bocia di tornare allo stadio

Personaggi 27 Settembre 2014 ore 12:30

Claudio Galimberti conta i giorni. E si capisce: per il leader storico della Curva Nord atalantina, cinque anni di daspo (acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni Sportive) sono stati come cinquanta. Il divieto di mettere piede allo stadio Achille e Cesare Bortolotti scade ai primi di ottobre. Il Bocia ha pagato e, in un Paese normale, nessuno si permetterebbe di mettere in dubbio il suo diritto di tornare a seguire le partite dell’Atalanta in casa sua.

Ma questo non è un Paese normale. Se lo fosse, non esisterebbe il liberticida articolo 9 della legge sulla violenza negli stadi, autentico obbrobrio giuridico. Vieta di acquistare il biglietto a chi abbia riportato condanne anche non definitive per reati da stadio, nel quinquennio precedente. In pratica è una sorta di diffida a vita, in uno Stato che afferma come la presunzione d’innocenza valga sino a quando una sentenza non sia passata in giudicato, ma questa sentenza, a volte arriva anche molto tempo dopo i fatidici cinque anni e, naturalmente, in caso di assoluzione definitiva, nessuno ripaga l’ex daspato di tutte le partite che è stato costretto a non vedere. 

Volete un esempio? Galimberti ha dovuto aspettare 7 (sette) anni  per la sentenza di secondo grado che, nel 2011, ha cancellato una condanna di primo grado emessa per gli scontri di Atalanta-Triestina del 2004 ed è in attesa del verdetto d’appello per un episodio registrato prima di Genoa-Atalanta del dicembre 2008, cioè quasi 6 (sei) anni fa, addirittura prima che lo stesso Galimberti fosse colpito dal daspo di cinque anni, in scadenza la prossima settimana.

Vi risparmiamo i cavilli e le disquisizioni giuridico-interpretative della norma inserita nella Legge n. 41 del 4 aprile 2007, “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, recante misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche”, provvedimento altrimenti noto come “Decreto Amato”, all’epoca Ministro dell’Interno e firmatario del decreto, varato a tempo di record dopo sei giorni dalla morte dell’Ispettore capo di Polizia, Filippo Raciti, caduto il 2 febbraio 2007, durante gli scontri fra gli agenti di Polizia e gli ultrà catanesi, al termine del derby Catania-Palermo. Lo stesso provvedimento è stato la culla della famigerata e inutile tessera del tifoso, condicio sine qua non per seguire la squadra del cuore in trasferta, strumento di schedatura e, in alcuni casi di mere speculazioni commerciali, totalmente da abolire.

A noi interessa fissare questi punti.

1) Galimberti ha pagato il conto presentatogli dalla giustizia con il divieto quinquennale di mettere piede allo stadio e ha il diritto di ritornarvi, anche perché, la legge prevede che la durata del provvedimento possa essere diminuita sottraendo il periodo “presofferto”, cioè quello già scontato per l’episodio al quale si riferisce la condanna. E Galimberti l’ha scontato.

2) L’articolo 9 è da abolire, essendo figlio di una legislazione d’emergenza di uno Stato forte con i deboli e debole con i forti. Una legislazione che non ha mai funzionato, come dimostrano le cronache degli ultimi sette anni, durante i quali oltre 6 milioni di tifosi sono andati in fuga dagli stadi del calcio professionistico italiano (rapporto Figc aprile 2014).

3) L’articolo 9 è da abolire non soltanto perché, tranne rare eccezioni, l’esodo è stato causato anche dagli stadi obsoleti, fatiscenti e insicuri e perché, piuttosto che occuparsene, in questi anni troppi dirigenti hanno preferito buttare dalla finestra centinaia di milioni per ingaggiare bidoni strapagandoli, per non dire dell’ignavia della Casta che non ha mai affrontato seriamente la questione.

Non soltanto perchè i prezzi dei biglietti e degli abbonamenti sono lievitati senza freno, pur di spennare i tifosi. Ma, soprattutto, perché, questo Stato debole, troppo spesso non è stato capace di salvaguardare l’incolumità degli spettatori né, tantomeno, di tutelare le forze dell’ordine sottopagate e massacrate con pesantissimi turni di servizio, nonostante tornelli, biglietti nominativi, tessera del tifoso, code interminabili davanti agli ingressi, sequestro di tappi delle bottigliette di plastica di acqua minerale, divieto di introdurre tamburi e bandieroni, eccetera eccetera. Tutto questo mentre, misteriosamente (?) negli stadi le tragedie sono state sfiorate ripetutamente, visto che sono entrati e sono stati usati in quantità industriale bengala, razzi, fumogeni, bombe carta, come raccontano le cronache di questi anni. O Ivan il Terribile (Italia-Serbia, Genova, 12 ottobre 2010) e i suoi compari li ha portati Babbo Natale? O Babbo Natale ha portato anche la santabarbara in funzione all’Olimpico di Roma il 3 maggio scorso, durante la finale di Coppa Italia fra Napoli e Fiorentina, mentre Jenny ‘a Carogna parlamentava con Hamsik e in tribuna Grasso, Renzi e altri alti papaveri della Casta non sapevano che pesci pigliare, prima che il dramma di Ciro Esposito sfociasse in tragedia cinquantatré giorni dopo?

4) In questi anni, Galimberti e migliaia di tifosi di tutte le squadre sono stati criminalizzati, arrivando addirittura a chiudere intere curve e anche altri settori (nell’ultima stagione, il caso più eclatante è stata la partita Roma-Inter, proibita a 30 mila spettatori per i cori razzisti intonati da un gruppo di barbari: anziché individuali e cacciarli a vita dallo stadio, venne stangata un’intera tifoseria).

5) In questi anni, anziché riaffermare il principio della responsabilità penale individuale, in base al quale chi sbaglia paga e paga salato, si è arrivati addirittura al daspo di gruppo, ideato dal recente decreto legge Alfano. Quello che l’8 agosto ha solennemente sentenziato: “Mai più una follia come quella visita all’Olimpico il 3 maggio. Lo Stato ha perso la pazienza con i violenti. Vogliamo riportare le famiglie allo stadio”. Forse le stesse che, la sera del 17 settembre scorso, sempre a Roma e sempre all’Olimpico (al cui esterno gli accoltellamenti impuniti sono diventati una regola), sono fuggite terrorizzate per sottrarsi agli scontri scatenati dagli ultrà del Cska. Che hanno squadernato l’armamentario televisto in mondovisione e, ancora una volta sfuggito a chi doveva sequestrarlo all’ingresso. Si vede che si era distratto un attimo.

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