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Don Alfio di Comenduno ha portato speranza nei giorni della solitudine

Nel periodo dell’emergenza, tante persone, anche di altri paesi, hanno conosciuto e apprezzato il parroco. I pellegrinaggi solitari per le vie, benedicendo chi si affacciava. La messa da solo, la preghiera dal campanile e le tante telefonate. «I nostri nonni sono morti, e noi non siamo invincibili»

Don Alfio di Comenduno ha portato speranza nei giorni della solitudine
Val Seriana, 25 Maggio 2020 ore 14:36

di Fabio Gualandris

Nei giorni dell’emergenza sanitaria tante persone, anche non comendunesi, hanno conosciuto e apprezzato don Alfio Signorini, parroco di Comenduno dall’ottobre 2017. Nato nel 1972, cresciuto ad Almè, ha studiato al seminario vescovile di Bergamo. Ordinato prete nel 1997, per dieci anni ha svolto il ministero sacerdotale come curato dell’oratorio a Torre Boldone e poi come parroco a Branzi, Trabuchello e Fondra, dal 2007 al 2017.  Nei giorni della clausura forzata è stato capace di vivere con lo spirito positivo che lo contraddistingue ed è riuscito con creatività a stare vicino ai suoi parrocchiani. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dalla riapertura delle porte delle chiese per la preghiera con le persone che rendono l’assemblea celebrante.

Come ha vissuto la sua missione pastorale in questo tempo di pandemia?
«Con il desiderio di essere prossimo alle famiglie della mia comunità parrocchiale, per il bisogno di vincere la solitudine e il desiderio di far sentire la presenza del parroco in questo tempo di isolamento e smarrimento. Ho incontrato molte persone attraverso frequenti contatti telefonici, accogliendo racconti di sofferenza, morte e solitudine. Mi sono impegnato a pregare per la mia comunità ogni giorno nella messa celebrata da solo in chiesina, e la domenica in casa parrocchiale trasmettendola online. Ho pregato cercando il contatto visivo con la comunità, amplificando la preghiera dal campanile e portando la benedizione dell’ulivo e di Pasqua nelle due domeniche della Settimana Santa pellegrinando nelle vie del paese, rivolgendo la benedizione alle persone che si affacciavano alle finestre o ai terrazzi. Ho prodotto contenuti di catechesi condivisi online».

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Quali sentimenti ed emozioni ha sperimentato?
«Nelle prime settimane ho sperimentato smarrimento per il silenzio insolito degli ambienti di oratorio. L’esperienza di tanti morti nei primi giorni con funerali sobri e poi, benedizioni semplici al cimitero, generavano tristezza e sofferenza inespresse, non condivise e non ancora elaborate. Poi nei giorni in cui mi sono ammalato, ho avuto anche paura di peggiorare e di essere solo in casa, senza assistenza. Una volta guarito, ho elaborato l’isolamento e mi sono attivato per esperienze di prossimità, sviluppando una piacevole creatività che mi ha fatto ritrovare aspetti del mio carattere che erano un po’ soppressi dai calendari pastorali».

Come è mutato il suo rapporto con la fede?
«Ho rafforzato la mia relazione con il Signore nel cercare di decodificare le emozioni collettive, le esperienze di sofferenza familiare, i fatti sociali eclatanti. Ha fatto bene alla mia amicizia con il Signore, cercare parole che mostrassero la sua prossimità al fratello sofferente e all’umanità spaventata; raccogliere motivi per essere grati anche in un tempo tanto strano, abitato da paure e ansie, tenere alto il morale e coltivare la gioia di essere vivi e di poter vivere con gli altri. Mi ha fatto bene pregare tanto e da solo. Ho sentito il Signore accanto».

Nella nostra società siamo sempre meno abituati a considerare il dolore e la morte come passaggi obbligati della vita (e sul vero suo senso), la pandemia ce li ha prepotentemente messi davanti. Da sacerdote come ha vissuto questi passaggi? Come ha cercato di trasmettere speranza a chi era nella prova?
«In questi mesi abbiamo visto la morte in faccia. Ci ha fatto visita in casa o tra gli amici. Abbiamo intuito che le persone care “non sono venute a mancare” o “se ne sono andate”. Ci siamo accorti che i nostri nonni sono MORTI. Abbiamo ripreso a chiamare con il suo nome un’esperienza della vita che ci stavamo illudendo riguardasse altri, non noi e nemmeno i nostri famigliari. La morte si è presentata con tutta la sua ferocia e ingiustizia. E ci siamo accorti di essere vulnerabili. Non siamo invincibili. E nemmeno la scienza, che sembrava prometterci l’elisir dell’immortalità ormai prossimo a essere inventato, si è rivelata fragile e impotente. Nelle parole che ho donato per condividere esperienze di dolore e sofferenza, ho spesso usato la parola gratitudine. Ho cercato di aiutare a vedere la morte di persone care sotto la prospettiva della gratitudine di averle amate e avute accanto, di essere state amate da loro e di aver composto parte della vita con loro».

L’articolo completo e altre notizie su Albino alle pagine 21, 22 e 23 di PrimaBergamo in edicola fino al 28 maggio, oppure sull’edizione digitale QUI.

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