Da carpentiere ai 16 gol in Coppa del Mondo

Elogio di Miroslav Klose

Elogio di Miroslav Klose
12 Agosto 2014 ore 08:15

Lo guardi in faccia e lo capisci subito. Non può fare altro uno con una faccia così, con un portamento così, con due mani così. Lo guardi e lo vedi, piegato su un abnorme tronco, a levigarlo, a piegarlo sotto il volere di quei disegni che l’architetto gli ha passato. Se lo guardi bene, Miroslav Josef Klose non può essere altro che un carpentiere. E in effetti Miro Klose lo è carpentiere, ma un carpentiere sui generis, con all’attivo 16 gol in 24 presenze (record) spalmate in 4 diverse edizioni dei Mondiali di calcio (record); con 137 presenze in Nazionale (quasi record, Lothar Matthaus ne ha qualcuna in più) condite da 71 marcature (record); 181 gol tra Bundesliga e Serie A.

 

 

Eppure Miro Klose, la faccia da calciatore non ce l’ha proprio. Men che meno la faccia da campione, da fuoriclasse, da talento purissimo del pallone. Ma son cose che contano poco nel momento in cui campione lo sei davvero. Prima di diventarlo, però, c’è voluto un po’ di tempo.

Nato a Opole, Polonia, il suo vero nome sarebbe Miroslaw Marian Klose. Nella sua terra natia però ci resta poco: il padre, Jozef Klose, è un attaccante, non brillantissimo ma duro operaio del campo da gioco. Quando Miro è piccolissimo, arriva l’offerta di una vita, quella dell’Auxerre, seconda lega francese. E così la famiglia Klose si trasferisce in Francia. La madre, Barbara Jez, è anche lei una sportiva, precisamente portiere della nazionale polacca di pallamano. Un attaccante e un portiere avrebbero dovuto dare vita ad un centrocampista coi controfiocchi, ma il destino ha voluto che da quella strana unione prendesse vita uno degli attaccanti più forti dell’ultimo decennio calcistico. Ma ci vuole calma.

A 8 anni, dopo il ritiro del padre, i Klose presero casa in un piccolo centro della Renania, Kusel. Per sentirsi più tedeschi, i genitori decidono di registrare all’anagrafe il loro piccolo con un nome più “locale”: Miroslav Josef. Anche perché quel bambino di otto anni era un bambino silenzioso, timido e introverso, poco avvezzo alla socializzazione e in una città nuova, con nuovi bambini e senza conoscere la lingua, già sapevano avrebbe avuto difficoltà. Miro, in effetti, il tedesco non lo sapeva granché e ancora oggi, in casa, preferisce parlare polacco. In ogni caso, con calma e senza fretta, si fece i suoi amici e divenne un tifoso del Kaiserslautern, la squadra della regione.

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Il calcio non pareva essere proprio il suo forte: era già alto, ma poco muscoloso, sgraziato, lento e macchinoso. “Dove lo mettiamo ‘sto qua?” si sono chiesti i suoi primi allenatori, al SG Blaubach-Diedelkopf, un club che il piccolo poco avvezzo al tedesco faceva quasi fatica a pronunciare. “In attacco farà meno danni dai” si son detti e senza saperlo diedero vita ad una leggenda. Ma con calma. Perché Miro, seppur iniziasse già a marcare il tabellino con una certe frequenza, si rendeva conto di non aver doti calcistiche superiori alla norma. E così studiava.

Adolescente, si iscrive ad una scuola per carpentieri, contento di poter imparare un mestiere manuale. A 19 anni, col suo bel diploma in mano, Klose iniziò a lavorare ma continuava a giocare nel Blaubach-Diedelkopf, che militava allora nella settima lega tedesca. Proprio quell’anno riceve un’offerta, dall’Homburg, squadra di quinta categoria. Miro, in silenzio, continua a lavorare e giocare. Sul campo, però, non era più visto come lo spilungone sgraziato, ma come un attaccante intelligente, sempre attento alle indicazioni del mister e ai bisogni della squadra. Le buone referenze dei suoi tecnici lo portano così, a 21 anni, al Kaiserslautern, la sua squadra del cuore. Ok, nelle riserve che militano in terza lega, ma poco importa, a lui basta così, è contento. Il lavoro però non lo lascia, sa che non potrà durare per sempre la sua carriera da calciatore. Per sempre no, in effetti, ma Miro si sottovalutava: la prima squadra del Kaiserslautern lo chiama, lo vuole. Basta carpentiere, basta vita campo, officina, cantieri. Ora è un calciatore. 67 presenze e 33 gol dopo, la Germania, alla disperata ricerca di una prima punta per i Mondiali in Giappone e Corea del 2002, lo convoca, dando il via alla sua incredibile carriera nella carriera, quella svoltasi in quattro diverse edizioni della competizione iridata del calcio.

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Klose è un calciatore che non è bello vedere giocare, ma, semplicemente, segna sempre. La butta dentro con una costanza imbarazzante, legge le traiettorie del pallone meglio di chiunque altro. Klose è un cazzotto dritto in faccia ai difensori avversari, quei cazzotti inattesi e per questo più dolorosi. Perché un attimo prima e là, braccia abbassate lungo i fianchi, e un attimo dopo è lì, ad impattare il pallone per l’ennesimo gol. Niente, non puoi farci niente.

Nel 2004 lascia il Kaiserslautern e passa al Werder Brema, top club della Bundesliga: 89 presenze, 53 gol. Di mezzo i Mondiali in casa del 2006, dove chiude come capocannoniere con 5 reti. Nel 2007 lo vuole il Bayern Monaco e lui ci va, pronto a fare panchina dietro a Luca Toni e Lukas Podolski. Così avviene spesso, infatti, ma quando è chiamato in causa si fa trovare presente. Poi, nel 2011, il contratto scade e chi lo cerca più di tutti è la Lazio. Non un top club, ma quello giusto per dimostrare ancora una volta di essere un bomber di razza.

 

 

Il suo cazzotto inatteso sbarca quindi in Serie A e se lo ricordano bene al Bologna: il 5 maggio 2013, in un roboante 6-0 biancoceleste, Klose ne fa 5, 27 anni dopo Roberto Pruzzo. A Roma lo amano e lui si trova bene. Sua moglie Sylwia si ambienta subito nella capitale e i due suoi figli, gemelli, Luan e Noah, iniziano a giocare nel settore giovanile della Lazio. Stimato da tutte le tifoserie per la professionalità e la correttezza, diventa un leader dello spogliatoio, un esempio per i più giovani che ogni tanto, dopo gli acciacchi di cui è spesso vittima, diventano i suoi compagni di allenamento. Lui corre e suda come tutti e poi, a fine allenamento, si mette a raccogliere i palloni e li porta in magazzino, come se fosse lui il giovane lì ad imparare.

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I campi da gioco, purtroppo, vedranno ancora per poco Klose protagonista: dopo aver rinnovato con la Lazio per un anno, ha ammesso che nel 2015 vorrebbe ritirarsi. Intanto però, l’11 agosto, ha dato l’addio alla sua maglia del cuore, quella della Germania. Con lui in campo, i tedeschi non hanno mai perso e il Mondiale vinto in Brasile è stata la ciliegina di una storia d’amore unica, senza pari. Con quella maglia ha scritto la sua storia e, soprattutto, quella del calcio, divenendo il miglior marcatore di sempre del libro dei Mondiali nel leggendario 7-1 rifilato dai teutonici al Brasile. Lui, campione di umiltà e carpentiere del pallone, diventa leggenda nella partita degli eccessi. E poi, con la stessa pacatezza di sempre, lo stesso volto di sempre, con la Coppa sottobraccio ringrazia e saluta.

Diciamo spesso che la Serie A non ha più campioni, ma Miroslav Klose, almeno per un anno, ci sarà ancora. Godiamocelo, perché di campioni come lui non ce ne son più.

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