Intervista

Enrico Felli, neopresidente dell’Atb col pallino della corsa

Avvocato, ha le “phisique du rôle” del runner di lunga distanza. È stato vicepresidente dei Runners Bergamo

Enrico Felli, neopresidente dell’Atb col pallino della corsa
Bergamo, 11 Luglio 2020 ore 09:00

di Marco Oldrati

È stato recentemente nominato presidente del Consiglio di Amministrazione di Atb, ma è stato per oltre dieci anni un fautore appassionato di mobilità “autonoma”, un corridore. Enrico Felli, avvocato, ha le phisique du rôle del runner di lunga distanza: magro, leggero, forse fin troppo visto che un incidente sugli sci gli ha tolto la possibilità di correre a causa della rottura del crociato e di una lesione meniscale, ma il suo cuore e la sua testa continuano a correre.

«Ho iniziato a quarant’anni, non ero un atleta da giovane, ma la passione per la corsa è stata una grande risorsa per trovare equilibrio con la professione, con lo stress, con l’affanno: il tempo passato a correre è tempo riscoperto, tempo di un’immersione in un altro mondo con unità di misura differenti. Aria pura, panorami, affanno, muscoli elastici o duri, tutti parametri che ridanno senso al fatto di avere energie, adrenalina, da sfogare in maniera positiva, rigenerante. All’inizio correvo con gli Amatori Lazzaretto, un punto di riferimento per molti a Bergamo quando si parla di corsa, poi mi sono affiliato a un vero e proprio pilastro della corsa orobica, i Runners Bergamo.”

La corsa è una specie di riappropriazione di cose che mancano?

«Di cose che non sappiamo che manchino, ma delle quali correndo ci rendiamo conto dell’importanza, dell’essenzialità della loro presenza. La velocità stessa della corsa, il suo svolgersi tutta fuori dalle tensioni del traffico ci porta a guardarci intorno e a vedere aspetti della realtà e dell’ambiente in cui viviamo che mai avremmo pensato presenti, delle sorprese che ci pongono anche di fronte all’utilità di percorrere strade e attraversare luoghi alla velocità consentita dal corpo, dall’allenamento e non da altri mezzi che per quanto veloci e facilitanti ci privano di una ricchezza di particolari così preziosa come quella di poter apprezzare gli spazi che viviamo».

Una filosofia un po’ antitetica a quella dell’agonismo…

«Beh, forse dell’agonismo visto in maniera troppo affannosa o inesperta. Ho frequentato a lungo i Runners Bergamo, ne sono stato vicepresidente, spingendo per manifestazioni che portassero questo sport dentro la città come i Diecimila della Città di Bergamo, che rappresentava una delle sintesi più felici fra la corsa come spettacolo e la città come quinta teatrale capace di regalare a chi corre la sua bellezza. E correndo con chi era più esperto, ho imparato – a mie spese – a correre con regolarità, diventando una specie di pacer, e a volte mi è capitato di diventare il riferimento di altri corridori perché fra la prima e la seconda metà della maratona impiegavo solo un minuto o due in più, mantenendo un ritmo costante, che mi consentiva di tenere alta la testa e di guardarmi intorno»…

 

Articolo completo su PrimaBergamo in edicola fino a giovedì 17 luglio, o qui in edizione digitale.

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