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I 12 migliori numeri "10"

Francescoli, il prestigiatore del gol

Francescoli, il prestigiatore del gol
Personaggi 11 Settembre 2014 ore 08:40

Provate a chiederlo a un bambino oggi che i calciatori sulla maglietta hanno il venti o il novantanove, e non si dice più il terzino o lo stopper per dire cosa devono fare, lui vi dirà lo stesso che il dieci è il numero magico e non è uguale a tutti gli altri che scendono in campo. Ha un fascino diverso perché l’hanno indossato i più bravi, e questo lo sappiamo tutti. Ma è molto più importante di così. Passano le generazioni, i tempi cambiano, e anche il calcio. Lo fa insieme alla società, al costume, al sentimento. Alla vita. Qualche volta ne è lo specchio, ma più spesso ci dice dove stiamo andando e chi siamo (o siamo stati) veramente. Quando Maradona segnò all’Inghilterra quello che poi è passato alla storia come il gol del secolo, capimmo che cosa era la fantasia. È dietro questa evoluzione della specie che sopravvive la leggenda dei numeri dieci. Uomini prigionieri di una libertà creativa troppo grande per essere di tutti.

ENZO FRANCESCOLI

Due anni fa, per la sua partita d’addio, Ariel Ortega aveva chiamato un po’ di amici e anche qualche vecchia gloria del River Plate. Il solito passaparola che funziona sempre, e un giro di telefonate. Era un pomeriggio pieno di luce, e gli argentini, che certe cose le prendono davvero sul serio, avevano riempito le gradinate come fanno in una qualunque domenica di gloria e onore. Non potevano sapere che avrebbero assistito, e forse per l’ultima volta, alle prodezze di un altro genio senza tempo: Enzo Francescoli. A cinquantuno anni era stato capace di segnare quattro gol, due in dribbling, uno addirittura in rovesciata, dopo si era rialzato piano, lentamente, molto più lento di quando aveva vent’anni e la schiena non era mai stata un problema. Ai tifosi del River, che tante volte avevano visto Francescoli illuminare le notti senza luna, il grande demiurgo del calcio aveva concesso un tempo supplementare alla vita di questo personaggio partorito dalla fantasia e cresciuto nella concreta malinconia, tipica dei sudamericani. Minuti in cui era tornato a essere giovane, forte, persino potente. Elegante, e anche slanciato, come era stato da ragazzo. Dopo, finita la partita, Francescoli si era tolto la maglia, ed era tornato a essere vecchio.

Prima che ciò avvenisse, Francescoli è stato – come già lo hanno definito quelli di “Lacrime di Borghetti” – l’espressione a due piedi di un certo tipo di realismo magico. Nato in Uruguay, origini italiane, Enzo ha messo in mostra quasi subito il suo talento pieno di fascino. Talmente presto che una mattina i genitori vanno al collegio salesiano per la consegna di certi premi, una cosa organizzata dalla scuola, nulla di così importante. Enzo non c’è, è a letto: ha la febbre. Mamma e papà sono in imbarazzo, spiegano che proprio non ce la faceva, ma Padre Soviski, uno dei precettori di Enzo, li tranquillizza, e che non venga nemmeno giovedì e venerdì, se necessario, ma sabato sì, mi raccomando, che abbiamo una partita decisiva. Diventato grande non è stato diverso. Negli anni Ottanta, e anche nei Novanta, Francescoli ha vinto meno di quanto il suo talento gli avrebbe permesso di vincere, ma comunque abbastanza, considerato che qualche volta lo ha fatto da solo. Erano gli anni del River che riemergeva dalle sabbie mobili di stagioni sciagurate, gli stessi anni in cui l’Uruguay – il piccolo Uruguay – conquistava la Coppa America: due volte consecutive, tre nel giro di dodici anni. Attorno a questi splendori, la luce di Francescoli da bagliore ogni volta si è fatta lampo. Di genialità. Di classe. Anche di coraggio. Nell’ ’88, per esempio, firmò una petizione contro la dittatura. Magro, aristocratico, è rimasto nella memoria di chi lo ha visto, e dopo Zidane ha voluto chiamare Enzo suo figlio. Francescoli lo avevano cercato la Juventus, l’Inter, il Bologna e la Roma, ma in Italia lo abbiamo visto a Torino (troppo poco, forse) e soprattutto lo abbiamo visto a Cagliari. E anche se non sempre è stato all’altezza del paragone con Schiaffino, che si portava appresso più come un fardello, Francescoli è rimasto negli occhi per quelle sue assurdità improvvise, quasi sovrannaturali, sottese a metà tra il goleador e il prestigiatore.

Una volta, nell’ ’86, allo stadio Mar del Plata, il River affronta la nazionale polacca. Si gioca il triangolare della Copa de Oro, una manifestazione vecchia quanto prestigiosa. I polacchi avevano già vinto con il Boca alla prima giornata: se battono anche il River alzano la coppa. E infatti vanno sopra di due gol. Ma il furore sudamericano vale la rimonta, e quando mancano tre minuti alla fine le due squadre stanno sul 4 a 4. A un certo punto Alonso la butta nel mezzo, Ruggeri tocca la palla di testa, alla cieca, verso Francescoli. Che ha la porta alle spalle, l’universo di possibilità rovesciato. Allora se la fa rimbalzare sul petto, e in un attimo – un attimo brevissimo – è già lì che fa una rovesciata e segna il gol della vittoria. Ecco, è quel gesto imponderabile a tracciare i contorni di un uomo col naso arcuato. Come uno dei personaggi più tristi e riusciti di Marquez, Francescoli non ha mai avuto età. Entrava in scena, scombinava i piani, spezzava il silenzio. Dava voce al pallone, e quello sembrava parlare davvero, sì. Poi ripiombava nell’abisso dell’ipocondria, le occhiaie allungate, un po’ di nostalgia, e di nuovo silenzio.

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