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iL 4 novembre è LA SUA FESTA

Chi fu San Carlo Borromeo

Chi fu San Carlo Borromeo
Personaggi 04 Novembre 2014 ore 15:47

Ci son tante ragioni per ricordare Carlo Borromeo, fatto santo nel 1610 da papa Paolo V. Il sesto sarebbe arrivato solo ai tempi nostri. Ma la Chiesa non dimentica nessuno.

Poi ci sono le visite a Bergamo, che Bergamopost ha ricordato parlando della colonna di Sant’Alessandro (in via Sant’Alessandro) e della cancellata che aveva ordinato di metterci. Poi quella lapide “humilitas”, che volle sulla sua tomba, posta nel luogo che il celebrante deve calpestare per accedere all’altare maggiore del duomo di Milano. Posta sotto i piedi di tutti, dunque.

Poi altre cose. Che era un uomo che ogni donna avrebbe voluto per sé. Era alto più di un metro e ottanta in un tempo in cui la statura media si aggirava sull’uno e sessanta. Portava la barba ad ornamento del viso – se la tagliò solo al tempo della peste e da allora la tenne sempre rasata, ragion per cui lo vediamo raffigurato sempre senza. Trasudava energia da ogni muscolo, per cui ebbe sempre premura di non incontrarsi con le donne se non in luogo pubblico, pubblicissimo, e se possibile alla presenza di più di un testimone. Dobbiamo anche a lui il fatto che i confessionali siano come li conosciamo: in chiesa e con una netta separazione fra chi parla e chi ascolta.

Poi che altro? Che la sua immagine c’è dappertutto, nella Lombardia occidentale, fino ai confini della Svizzera. Era la diocesi di Milano, certo. Ma coincideva quasi coi possedimenti della sua famiglia. Le Isole Borromee, magnifico angolo del Lago Maggiore, appartenevano ai suoi. Non a lui, che visse sempre in una povertà per taluni eccessiva.

Poi che quando morì, nel 1584, aveva solo 46 anni, ma aveva fatto tante di quelle cose che due vite lunghe non basterebbero a una persona normale per compierne altrettante.

E a questo proposito sarebbe il caso di ricordare, a quelli che si preoccupano così tanto dei tempi presenti, che le condizioni in cui, nominato arcivescovo di Milano, Carlo non ancora santo trovò la sua città erano disastrose al di là di ogni presente immaginazione. Non c’è tempo per lunghe descrizioni, ma almeno che i precedenti vescovi avevano preferito risiedere altrove limitandosi ad acquisirne le rendite bisognerà dirlo. Il clero, con siffatti presuli, non poteva che essere sbandato.

 

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Carlo decise di mettere ordine e, forte delle decisioni del Concilio (di Trento, 1545-1563) istituì il Seminario Maggiore, disseminò la regione di santuari, fece costruire il bellissimo Sacro Monte di Varese, avviò una tale serie di manifestazioni cittadine per far rinascere la fede che ancor oggi si rimane stupiti. Si preoccupò dell’educazione degli adolescenti: fondò il Collegio di Brera, dove avrebbe insegnato il Tiraboschi, e il Borromeo di Pavia. Iniziò la costruzione della chiesa di san Fedele, la parrocchia di Alessandro Manzoni che vi ebbe l’ictus.

Fu, nello stesso tempo, implacabile coi nemici – in particolare con l’Ordine degli Umiliati, da lui soppresso – tanto che si buscò perfino un’archibugiata in mezzo alle scapole. Non morì e la gente gridò al miracolo. Ma nel resoconto della vita che vien presentato al papa in occasione della canonizzazione si legge che in realtà il colpo lo prese solo di striscio. Prima di gridare al miracolo, Santa Madre Chiesa ci va coi piedi di piombo.

Poi venne la carestia (1569-70) durissima, nel corso della quale sostenne la popolazione al punto che ancor oggi i milanesi chiamano “Carlùn” (Carlone), il mais che, assieme all’arcivescovo, salvò dalla morte per fame città e contado.

Poi ci fu la peste. La famosa Peste di San Carlo (1569-70), nel corso della quale diede vita alla sciagurata processione che avrebbe certamente sterminato tutta Milano se Carlo non fosse stato un santo. E un santo ascoltato. Sta di fatto che da quel momento il morbo cessò e tutti credettero ad un miracolo. E questa volta non poteva trattarsi d’altro perché non si è mai visto un affollamento ridurre drasticamente il contagio. I milanesi avevano visto il loro arcivescovo procedere a piedi scalzi, con la reliquia del chiodo della croce (il Santo Chiodo) chiuso in una teca fissata alla croce che ancor oggi viene esposta in Duomo in periodi particolari. Il Signore doveva aver capito quanto bene voleva Carlo a Lui e ai suoi.

Son cose che si sanno. Ci sono però due cosette, di nessun conto, si direbbe, che forse sono meno note. La prima riguarda una piccola chiesa nei pressi di Cassina de’ Pecchi, sulla strada tra Milano e Gorgonzola. È un po’ discosta dalle vie di transito e si chiama Santa Maria Nascente in Camporicco. A Santa Maria Nascente è intitolato il Duomo e questa chiesa, questo “duomino” campagnolo fu fondata, appunto da san Carlo. C’è nelle carte.

L’altra è una cappellina in totale disfacimento lungo l’argine sinistro per chi risale in Naviglio dal capoluogo verso Abbiategrasso. Si chiama oratorio della Madonna della Guardia nel terreno della Cascina Guardia Sotto. Qui il 2 novembre 1584 il vescovo – già prossimo a morire – mentre discendeva il canale di ritorno da una visita sul Lago Maggiore, chiese al Barchètt (la barca a fondo piatto) di fermarsi un momento. Qualche anno dopo i fedeli di Corsico vi eressero una cappellina. Sull’argine davanti ad essa passano oggi ciclisti coloratissimi nelle loro tute da mountain bike anche se è pianura, giovani e anziani che corrono coi loro marchingegni segnatempo, segnapressione, contapassi e altro ancora. È bella, nonostante tutto, la cappellina. Serve a ricordare un istante che, non fosse stato per san Carlo, sarebbe andato perduto. E per segnare un pezzo di terra che, se non avesse accolto i suoi piedi, sarebbe indistinguibile da tanti altri.

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