Gori: un altro buco nero andrà a riempirsi

Ex Montelungo, il tocco di classe che ha fatto vincere Barozzi/Veiga

Ex Montelungo, il tocco di classe che ha fatto vincere Barozzi/Veiga
07 Dicembre 2015 ore 01:30

Da zona militare invalicabile a nuovo spazio vivibile della città, aperto alla cultura e alla vita sociale. L’ex caserma Montelungo, che ospiterà residenze universitarie e il centro sportivo dell’Ateneo, sarà ridisegnata secondo il progetto dello studio presentato dal duo Francesco Barozzi-Alberto Veiga, vincitore del concorso internazionale lanciato dal Comune. I due architetti (uno spagnolo e l’altro italianissimo) si sono imposti di misura sui rivali Nieto-Sobejano, rimasti in lizza fino allo sprint (i finalisti erano cinque, su 120 partecipanti): 3-2 il voto della giuria presieduta dallo storico dell’architettura Francesco Dal Co.

 

 

A fare la differenza, ha spiegato lo stesso Dal Co, è stato un «piccolissimo gesto architettonico che ha risolto alla radice il problema del rapporto tra il contesto urbano di riferimento e l’intervento che si dovrà realizzare». In cosa consiste questo tocco di classe? Semplicemente nell’aver interrotto, in alcuni punti, l’opprimente continuità del perimetro esterno della caserma. Ci saranno delle rientranze, delle “flessioni” che avranno l’effetto di ridurre – se non eliminare – la frattura con quello che prima era il mondo esterno. Grazie a queste discontinuità caserma e città si rinsalderanno. Anzi si “ricuciranno”, come ha sottolineato il sindaco Gori citando il concetto di “rammendo urbano” tanto caro a Renzo Piano.

La Montelungo si salderà anche all’adiacente caserma Colleoni attraverso il verde: verrà infatti ricavato un nuovo parco pubblico interno, collegato ai limitrofi parco Marenzi e Suardi. Gli edifici militari circostanti saranno in linea di massima conservati, le nuove costruzioni saranno ridotte al minimo. Un modo di rispettare la storia, pur reinventandola, che ha convinto Dal Co: «Un’idea in linea con la tradizione di Bergamo, che sa conservarsi bene ma anche rinnovarsi». Gori annuisce: «Un altro buco nero andrà a riempirsi. Credo che la nostra politica urbanistica sia fin troppo chiara: la città non deve più espandersi ma rigenerarsi, andando a colmare quei vuoti lasciati da soggetti che non esistono più: militari in questo caso, industriali in molti altri. L’obiettivo è recuperare questi luoghi restituendogli vitalità».

 

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Tra sogno e realtà. Al rettore Remo Morzenti Pellegrini, guardando i “rendering”, brillano gli occhi: «Spero che la Montelungo non diventi solo un centro di servizi universitari ma che diventi soprattutto un polo di aggregazione dove si fa cultura. La immagino come punto terminale della dorsale del sapere che da via Salvecchio scende in Città Bassa passando da Sant’Agostino, collegio Baroni, museo Bernareggi e Accademia Carrara».

Si sogna ad occhi aperti, pazienza se poi la realtà è un po’ più complicata. Quando verrà posata la prima pietra? «Domanda complessa», dice l’architetto Giorgio Cavagnis, chiamato in causa dall’assessore Francesco Valesini, a sua volta sollecitato da Gori. «Crediamo che i lavori possano partire nella tarda primavera del 2017». Prima ci saranno da completare i passaggi burocratici. La Cassa Depositi e Prestiti dovrà prima trasferire (gratis) la proprietà della Montelungo al Comune, che poi la cederà (con formula ancora da individuare) all’Università. Toccherà poi a via Salvecchio farsi carico del grosso dell’intervento di restyling: già accantonata una somma di 25 milioni. Alla CDP resterà la Colleoni, da cui saranno ricavate residenze private. «Non sarò io a inaugurare l’opera, a meno che non mi incatenino a Palazzo Frizzoni – sorride Gori – ragionevolmente non penso che i lavori si concluderanno entro la primavera 2019, quando scadrà il mio mandato. Ma progettiamo per chi verrà dopo di noi…».
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L’assessore alla Riqualificazione urbana Francesco Valesini si gode il momento. L’idea di legare i destini dell’Università alla Montelungo, dopo che era tramontata l’ipotesi ex ospedale, è stata soprattutto sua. «Il progetto ha un fascino che oserei definire senza tempo: non rischia di passare di moda dopo qualche anno. Particolare non trascurabile – ironizza -, vista la durata dei lavori pubblici in Italia…». L’assessore spende due parole per uno degli autori, Fabrizio Barozzi, classe ’76. «Appartiene alla generazione Erasmus, è andato a cercare successi all’estero. Perciò il fatto che il suo Paese gli riconosca un premio vale doppio, perché significa che si comincia finalmente a usare il merito come metro per misurare il valore delle cose».

Un geniaccio, questo Barozzi. Insieme al collega Veiga vanta un curriculum lungo così: Premio AJAC 2007 concesso dall’Ordine degli Architetti di Catalogna, Premio Internazionale “Barbara Cappochin” 2011,  Medaglia d’Oro dell’Architettura Italiana all’opera prima 2012 assegnata dalla Triennale di Milano, Premio “Giovane talento dell’architettura italiana 2013”. Nel maggio di quest’anno Barozzi / Veiga vincono pure il Premio Mies van der Rohe Award European Union Prize for Contemporary Architecture 2015. Insomma, siamo finiti in buone mani.

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