Facebook, terra di vuoti blateratori

25 Ottobre 2016 ore 10:00

Oggi parliamo di Facebook e anche di Twitter. I due social network più attivi e importanti del web, quelli che con un fatturato da capogiro detengono un primato che solo poche aziende al mondo sono riuscite a raggiungere.

Un amico, genietto dei computer e con le mani in pasta per essere ottimo professionista del settore, mi ripete sempre che tutti quelli che scrivono sui social svolgono un lavoro gratuito, spontaneo e in parecchi casi continuativo per un ‘padrone’ invisibile che con le inserzioni pubblicitarie riesce a farci un mucchio di soldi. La formula è semplice: voi vi divertite, vi sfogate, scrivete quel che vi salta in mente e così si crea una catena planetaria di interessi e condivisioni che alla fine della fiera ha soltanto uno che ci guadagna sul serio ed è l’inventore del giocattolo.

Talvolta sento gente che si indigna, perché non riesce a pubblicare le foto, per il fatto che un post venga cancellato, per i blackout che possono durare anche ore, senza riflettere che la ‘loro pagina’ non è affatto loro ma appartiene a chi l’ha impostata, l’ha lanciata e la fa funzionare e sulla quale rivendica ogni diritto, specialmente di pubblicazione.

Infatti, tutto il materiale pubblicato sui social appartiene legalmente ai social, in forza del cosiddetto contratto per adesione che si stipula soltanto mettendo la spunta ad ‘accetto’. Ma scrivere è uno spasso irrinunciabile che insomma dà la possibilità a tutti gli scemi della terra di dire la loro, di sciorinare tesi anche le più assurde e di formare gruppi omologhi in cui ci si autolegittima.

La neo pseudo democrazia non solo tollera questo ma anzi lo auspica, perché nel tramonto della cultura e delle grandi figure di spicco, tanto in ambito sociale che politico, del libro inteso quale mezzo di formazione e crescita, va benissimo far credere a chiunque di potersi esprimere liberamente e per giunta esibendo il susseguo del fine pensatore. Twitter da una parte, Facebook dall’altra, due bei giganti che si contendono il palmares che resta tuttora saldo nelle mani del social di Zuckerberg. Twitter, creatura di Jack Dorsey tuttora amministratore delegato, non va benissimo e in Italia si è registrato un vistoso calo degli utenti: cerca acquirenti partner, si era perfino parlato di attenzione da parte della Walt Disney, ma ad oggi tutto tace.

Perché? Ma per il semplice motivo che l’usignolo cinguettante ha sposato una tecnica di scrittura stringata e fatta di simboli. Una specie di codice demotico che forse si imporrà come modello comunicativo futuro. Concetti ridotti all’osso, rimandi di contatto fabbricati con la tastiera e condivisione con gruppi selezionati. Chi vuole si associa, altrimenti tutto cade nel silenzio. C’è uno stile in questo eccesso di minimalismo che impone di non superare i centoquaranta caratteri, una precogntiva allusione a futuri sistemi di espressione, senza perdite di tempo e privi di qualsiasi formalismo: ma soprattutto niente spazio a lungaggini, a filosofie da accatto, a romanticismi da baci perugina.

Facebook proprio per questo vince. La glorificazione istantanea dello scemo del villaggio, di chi blatera il suo «siamo tutti uguali, perfetti e consapevoli», degli svitati New Age, delle correnti più varie e sbalestrate in cerca di ‘pari dignità’, trovano finalmente casa. In una lotta tra poveri i frequentatori della piazza virtuale spesso si scazzottano virtualmente tra loro, si cancellano e si mandano a quel paese. L’apoteosi dell’ignorante, come sosteneva l’ottimo Eco, che forte della sua ‘terza asilo’ beve da Facebook come dalla fiaschetta della grappa da cui prende il coraggio del personaggio finto delle pubblicità per dire a se stesso «Io valgo». Vali perché e finché compri, e questo accade sempre e senza eccezioni. Non avendo pulpiti di valore da cui esprimersi il compulsivo scrive e scrive, racconta di se stesso, trita giudizi e pontifica, si erge a giudice e pubblico ministero. Come si legge nel libro del saggio cinese: «Emana verdetti e distribuisce pene». Ed è di un prolisso senza fine per il semplice fatto che si sta prendendo maledettamente sul serio e prende maledettamente sul serio quello che sta facendo.

I social dovrebbero essere in realtà il regno del cazzeggio, solo così potrebbero svolgere una qualche liberatoria funzione. Così le amicizie che si formano lì, a meno che non siano suffragate dalla vita reale, semplicemente non esistono, anzi non possono esistere. Punto. Per capire meglio che cosa è davvero un social stile Facebook vengono casualmente in soccorso gli spagnoli che chiamano la propria pagina ‘muro’. Perfetto, un muro: e noi monellacci cosa facevamo da ragazzi girandoci verso il muro, quando ci scappava? Ecco quello. Avete capito alla perfezione.

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